
.
Pochi taxi e molte richieste, sempre di più con il passare delle ore di questa ultima sera dell’anno. Come previsto.
Il cielo è limpido; c’è la luna, alta, brillante, solo un po’ meno che piena. E le strade, le luminarie solo un po’ meno sfarzose degli altri anni perché, si sa, c’è la crisi. Insieme a tutte le luci di questa notte, sono vive, sono ampie, chiare, e amiche, e solidali, esclusivamente legate come appaiono a questi attimi specifici e fuggenti; com’è importante il nitore dell’aria, mi vien quasi da ringraziarlo.
“Ho sessantatré anni ed è la prima volta che vado in Piazza Maggiore per Capodanno” mi fa il mio compagno di viaggio.
Sono andato a prenderlo fino a Borgo Panigale, e ci ho messo più degli otto minuti che avevo dichiarati, nell’accettare quella che avevo deciso essere l’ultima corsa dell’anno; nonostante il mio ritardo, una volta raggiunto, sorridendo mi aveva chiesto di aspettare un attimo:
“La signora è tornata in casa a mettersi qualcosa di più pesante perché aveva freddo!”
“Va bene, aspetto, mi sposto solo qui appena oltre la curva”.
Poi, tre o quattro minuti dopo, erano saliti in tre, lui (un tipo minuto di corporatura) davanti, una donna più corpulenta e una bimbetta entrambe dalla pelle nera dietro.
“Sono passato ieri con la bambina e abbiamo visto la scimmia a molla; la bambina mi ha chiesto cos’è e io le ho spiegato che verrà bruciata oggi a mezzanotte, e allora mi ha pregato di portarla.”
“Dev’essere una scimmia femmina” ribatto, “perché la tradizione è di bruciare il vecchione negli anni normali, e la vecchia in quelli bisestili come il 2012.”
Poche altre battute e scambi di impressioni, il tono della conversazione è molto sereno.
In Via Ugo Bassi, poco prima della Piazza, i vigili fanno deviare i pochi autoveicoli, per lo più sono taxi come il mio, verso Piazza Roosevelt. Effettuata la deviazione fra due rivoli di folla diretta alla festa più pubblica che c’è, mentre già echeggiano i primi botti, mi fermo, regolo i conti e saluto il mio cordiale interlocutore, che mi fa gli auguri e mi dà la mano; poi non azzero il tassametro, per evitare che si illumini la ‘civetta’ con la scritta TAXI sopra il tetto della Cavallona, e io possa rincasare indisturbato, risultando occupato o fuori servizio.
E’ andata, ho portato a casa fruttuosamente anche quest’ultima mezza serata di lavoro.
Le strade sono abbastanza sgombre anche in centro, mentre mi tocca compiere un lungo aggiramento della zona pedonalizzata per l’occasione.
Ora me ne vado a casa, a ritrovare me stesso, e a scrivere storie fantastiche, come ho sempre fatto nella notte di San Silvestro degli ultimi tre anni. Ho maturato in questi due giorni solo pochi abbozzi di ispirazione; sono molto restio sull’idea di riesumare il personaggio di Christine, la cui vana ricerca mi portò l’anno scorso, nell’ultimo atto della piccola vicenda a puntate annuali, a risvegliarmi in una stanza d’ospedale.
Cerco a lungo nell’autoradio, fra quelle memorizzate, un’emittente che riesca a farmi compagnia un po’ meglio delle altre.
Finché, impostando la frequenza di Radio Montecarlo, ho un piccolo tuffo al cuore, nel riconoscere un brano cantato da una voce accompagnata solo da un organetto.
Là-haut dessus ces côtes, la belle s’endormit
Là-haut dessus ces côtes, la belle s’endormit
Sur le chemin il passe, Colin son ami.
Les gens qui sont jeunes, pourquoi dorment-ils?
Les gens qui sont jeunes, pourquoi dorment-ils?
“Lassù sulle sue colline, la bella si addormentò; sul sentiero passa Colin, il suo amico”, traduco mentalmente, quasi meccanicamente.
Ma certo, questa me la ricordo!
E’ una canzone popolare francese, che mi fecero imparare tanti anni fa in un corso di danze etniche; che strano che la trasmettano proprio in questa notte…
“Le persone giovani, perché dormono?”
Ritrovo l’intensità espressiva essenziale del brano popolare, con dolcezza invasiva e nostalgia.
Il avait une rose, sur son sein lui mit
Il avait une rose, sur son sein lui mit
Mais la rose était fraîche, la belle s’éveillit.
Les gens qui sont jeunes, pourquoi dorment-ils?
Les gens qui sont jeunes, pourquoi dorment-ils?
“Aveva una rosa, gliesa mise sul seno, ma la rosa era fresca e la bella si svegliò; le persone giovani, perché dormono?”
Ragiono ancora sorridendo sull’ingenuità del testo, mentre tuttavia qualcos’altro di indefinibile cerca di imporsi alla mia attenzione.
Oh! dites moi mon père, qui m’a mis ceci?
Oh! dites moi mon père, qui m’a mis ceci?
C’est votre amant la belle, passant par ici!
Les gens qui sont jeunes, pourquoi dorment-ils?
Les gens qui sont jeunes, pourquoi dorment-ils?
Ma ora non cerco più spontaneamente di fare una traduzione; qualcosa mi sta distraendo sempre più dal testo, fino all’ultima strofa:
Ah! dites moi mon père, quelle route a-t’il pris?
Ah! dites moi mon père, quelle route a-t’il pris?
La route de Toulouse, Toulouse à Paris.
Les gens qui sont jeunes, pourquoi dorment-ils?
Les gens qui sont jeunes, pourquoi dorment-ils?
“Le persone giovani perché dormono, perché dormono?” la frase mi ronza in mente a lungo, poi, d’improvviso, ho un altro tuffo al cuore.
No, non può essere, è solo un’impressione, un sogno, un’allucinazione…
Anche se sembra lei, proprio la sua voce, quella che canta quel brano, proprio stanotte. Lei che vidi ballare intorno al fuoco di un falò improvvisato, che sentii cantare “La casa sua il signore di Baux/ l’ha costruita sui sassi”, e brindammo alla mezzanotte con una piccola bottiglia di spumante, e avevamo gli occhi lucidi ed ebbri.
No, Franz, smettila di sognare; sei già sulla via degli Orti; fra un po’ percorrerai via degli Ortolani, poi le rotonde, lo stradone, la tangenziale…
“E poi altre due ronde avanti d’essere alla tua casa!” sento pronunciare improvvisamente; la voce, quella che fino a un attimo fa cantava la storia della bella in collina, è la stessa. Esce dagli altoparlanti della radio, e sembra rivolgersi a me, anticipando i miei stessi pensieri.
Freno di colpo e accosto a destra, spaventato come da un’improvvisa allucinazione.
No, non mi sono addormentato come la bella sulla collina.
“Ciao, Francesco.”
“Christine! Dove sei? Mi senti?”
“Sì ti sento, ma non preoccuparti dove sono. Se fosse per te sarei già morta, sparita, dimenticata.”
“Ti avevo aspettato tutta la notte invano l’anno scorso, non era già ora di smetterla con questi nostri assurdi indefinibili incontri annuali?”
“E se ti dicessi che sei stato tu, con la tua immaginazione, che l’anno scorso mi hai apposta tenuto lontana per passare una notte di Capodanno da solo al freddo, al buio, come un clochard, fino a perdere i sensi, per commuovere e spaventare un po’ i tuoi lettori?”
Riconosco anche il tono, spavaldo e un po’ sfottente, ma mi manca la presenza, l’immagine variopinta e anticonvenzionale di quella giovane e vitale donna, mentre me ne sto a parlare dentro un’automobile come un pazzo all’indirizzo di una stazione radiofonica.
“Va bene è colpa mia, hai sempre ragione tu. E se le cose stanno così, almeno la tua voce l’abbiamo ripristinata, quest’anno. Peccato, preferivo di gran lunga il contatto con la tua mano.”
“Accontentiamoci, mio caro, no? Sempre meglio che finire all’ospedale.”
“E allora, se sei solo viva voce, avrai da dirmi qualcosa, o sbaglio?”
“Sì, solo un paio di domandine, facili facili…”
“Sentiamo” sbuffo con un senso di antico affaticamento.
“Non ti piace, vero, quest’anno dire buon anno?” mi fa, indagatrice.
Diavolessa, questa davvero mi legge nel pensiero. “Credo che sia così.”
“E perché non ti piace, se è lecito?”
“Perché l’abbiamo ripetuto tante volte, un’infinità di volte, ormai, e l’ultimo anno, a detta di tutti, non è stato davvero un buon anno. Allora, a che serve riprovarci, ricadere nell’inutile rituale degli auguri?”
“Solo per questo?”
Ci penso un attimo.
“No, c’è anche un altro fatto.”
“Quale?”
“E’ che tutti lo chiamiamo l’anno nuovo, e anch’io l’ho sempre chiamato così, ma questa volta mi è venuto il dubbio di un sottile inganno.”
“Cioè?”
“Sì, l’inganno che ci possiamo rinnovare, come in un vero ciclo che ricomincia, quando in realtà è solo un altro passo avanti, sempre avanti, fino a questo numero assurdo, da fantascienza, 2013, ormai abbiamo perso il controllo del tempo, e diventiamo vecchi, sempre di più, noi, e il mondo intero, altro che rinnovamento!”
“Ecco, trovata la carie. Adesso trapaniamo un po’ e la facciamo guarire…”
“Fosse così facile, cara mia folle e assurda amica.”
“Sai” ribatte lei, “più o meno mi aspettavo di sentire da te queste cose, quest’anno. E allora ti ho preparato una sorpresa, che vale molto di più di una seduta dal dentista.”
“Oh povero me.”
“Ah se è così non se ne fa niente!”
“No, scusami, in fondo non ho niente da perdere…”
“Ecco andiamo già un po’ meglio.”
“Allora dimmi.”
“Fra poco sarai a casa. E uno dei due appartamenti al piano di sotto è vuoto, no?”
“Certo, sono andati via in settembre e non si è visto ancora nessuno al loro posto.”
“Bene, invece di fare le scale, suona due volte a quel campanello, e forse la porta si aprirà.”
Improvvisamente, come quando si entra in galleria, la radio ammutolisce.
“Christine? Christine, mi senti?”
Nessuna risposta.
Cambio un attimo stazione, poi rimetto su Radio Montecarlo, dove però trovo questa volta un brano di musica salsa.
Diavolessa che non sei altro, appari, scompari, mi leggi nel pensiero, mi illudi, mi fai strane promesse…
Stanco come dopo una serata di lavoro molto più lunga, percorro la strada che mi separa da casa, fino alla rampa in discesa del garage, mentre ripenso all’accaduto.
Apro la porta basculante, infilo la Cavalla a dormire, poi esco, richiudo e salgo la scala dirigendomi verso l’edificio di casa.
Apro il portone, ancora indeciso se fermarmi a pianterreno e suonare come mi ha indicato Christine.
Allungo l’orecchio verso l’appartamento abbandonato, e mi sembra di sentire per la prima volta, da dietro quella porta, dei suoni insoliti, come la voce lontana di una dolcissima ninna-nanna.
Titubante, sfinito, ma come attratto da una forza superiore alla mia, appoggio il dito al campanello, e suono due volte.
Pochi lunghi momenti, poi vedo timidamente aprirsi la porta, e il viso di una piccola donna mora, graziosa, dai lineamenti orientali, rivolgersi a me con un sorriso: “Sei tu l’amico di Christine?”
“Sì sono io, ma non ci capisco niente, in questa storia.”
“Non avere paura, vieni dentro un momento solo, e guarda le mie due creature, poi ti lascio andare a dormire.”
C’è qualcosa di soave e di rassicurante in quell’invito, e accetto.
Varco la porta, e seguo la nuova padrona di quell’appartamento verso una delle due camere.
Due piccoli esordienti, uno in una culla color azzurro e l’altra in una culla rosa, stanno dormendo placidamente, e la loro visione mi riempie di una tenerezza infinita.
Resto qualche secondo a guardarli nel più completo silenzio.
Poi sento la mia nuova vicina di casa che mi sfiora appena la mano, e mi sussurra:
“Adesso, se vuoi, vai pure; anche tu devi riposare.”
.
.
.
——
Immagine tratta da: http://www.ciebeline.com/stages/journal-2005-2006