8-7: A rispettosa distanza dal mare

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La signora ha voluto prepararmi personalmente la colazione, alle cinque e mezza; mi chiede se preferisco consumarla in camera o in giardino.
Ma in giardino fa freddo a quest’ora.

Poco più tardi, con la felpa sopra la maglietta, mi incammino, mentre l’alba dipinge piccole nuvole.

Le strade secondarie sono ancora deserte.

Un piccolo scavo testimonia la vocazione archeologica di Luni,

che oggi è definita “comune sparso”, ma che fu un’importante colonia e porto romano, poi superato dalle vicine Ortonovo e Nicola.
Siamo nell’ultima propaggine orientale della provincia della Spezia, dunque della Liguria, e presto si torna in Toscana.

La prima parte del percorso odierno si svolge in un territorio parzialmente urbanizzato a Sud della statale Aurelia, raggiungendo, in prossimità di Luni Mare e Marinella di Sarzana, il punto più vicino al mare dell’intera Via Francigena (o, per essere più precisi, dell’itinerario del vescovo Sigerico da Canterbury a Roma), se escludiamo l’attraversamento della Manica.

Vengo catturato da una sequenza di “murales”:

Il tragitto sembra farsi inglobare dall’attrazione gravitazionale della statale…

correndole poi affiancato, invece, per un lungo tratto e raggiungendo poi, sotto gli occhi attenti di una sentinella,

la località di Covetta.

Poi, una decisa deviazione torna a tagliare l’Aurelia per dirigersi verso le colline.

A differenza di ieri, oggi le scorie fisiche e mentali dell’impresa di due giorni fa sono totalmente smaltite: mi sento molto bene, procedere è pura e autentica gioia… e anche la salita non fa paura.

Questa seconda parte dell’itinerario, prima di planare sulla città di Massa, si svolge in modo aereo, spettacolare, di fronte alla striscia di pianura che separa le alture dal mare.

Lascio che siano le immagini a raccontare l’emozionante trasvolata.

Sempre attratto dalla bellezza, scatto a una vigna questa fotografia

che, senza volere, costituisce un’immediata “captatio benevolentiae” (in italiano: ruffianata), nei confronti del suo proprietario, un signore un po’ anziano che mi rivolge la parola.

“Quello che c’era da fare è fatto…” mi fa con soddisfazione, prima di avviarsi a rientrare in casa, lì di fronte: “adesso tocca a loro!”
“Anche a me” aggiunge, “piace fare delle camminate, ne ho fatte, la Via dell’amore, e poi qua intorno, ma qui c’è sempre da fare.
Dico sempre che se uno vuole male a una persona dovrebbe regalargli un vigneto!”
Ma mi fa capire che in fondo gli piace, e lui la vita del pensionato che ogni giorno fa la stessa passeggiata, le stesse cose, aspettando che il tempo passi, non la concepisce.
“Ho lavorato tanti anni, sa dove? Alla Standa.”
“Ho un sacco di ricordi da bambino” ribatto con entusiasmo: “è stato il primo grande supermercato, con le scale mobili…”
“Sì, ero addetto all’esposizione, ho girato in tante città, anche a Bologna, là vicino alle torri.”
Conversiamo a lungo, non gli faccio fretta e gli sorrido, finché arriva alle conclusioni:
“Io non mi lamento, sono soddisfatto di tutta la mia vita. Uno potrebbe sognare sempre di meglio, viaggi, vacanze…, ma bisogna sspersi accontentare di quello che si ha.”
“Certo, se no diventa una corsa continua” replico, poi gli chiedo il nome.
“Mi chiamo Domenico” e aggiunge anche il cognome.
Una forte stretta di mano, con un sorriso franco: “Arrivederla signor Domenico.”
Mentre si ritira oltre il cancello, capto la parola “grazie”.

Poi, lungo la strada che ora scende, mi rendo conto di quanto siamo animali sociali, condizionati, per non dire costituiti, dai rapporti con i nostri simili: l’intenso amore per la vita che sprigionava quell’uomo maturo sembra avvolgermi, invadermi, rassicurarmi e proteggermi.

Ma le emozioni non sono finite, perché di lì a non molto si entra a Massa,

dove passai, in un giorno di sole estivo proprio come questo (e anche in un orario simile), nell’ultima tappa del mio viaggio a piedi lungo le tracce della storica Via Vandelli.

Dopo una sosta-infuso in un bar del centro,

ritrovo gli stessi colori

e gli stessi spazi di allora.

Raggiungere con i miei scarponcini per due volte le stesse strade mi dà una sensazione strana di familiarità.
(Ho ritrovato qui il diario di quel giorno, scritto a fine agosto ma riferito al 1° dello stesso mese).

Lo sguardo sonnacchioso di un abitante

segue il mio allontanarmi dsl centro, diretto nei pressi di Montignoso, a un’ultima ora di cammino,

per strade di una zona suburbana, che pure in qualche modo mi sembra di riconoscere, inondate da una bellissima luce ubriacante.

A mezzogiorno e un quarto raggiungo la mia nuova, bella dimora.

Per completare questa bellissima tappa, ho deciso di concedermi un pranzo fuori.
La padrona di casa mi conferma la presenza di un ristorante a due passi; in alternativa, mi può prestare una bicicletta per raggiungere uno dei locali della riviera, in una decina di minuti.
Opto per il posto vicino.

Quando, fatta la doccia e indossata la “divisa in borghese ” (maglietta comoda e bermuda), mi reco al ristorante, lo trovo aperto, ma mi dicono che fanno servizio solo di sera.

Non resta che l’opzione-gita al mare.

La bicicletta, da donna e senza il cambio, rappresenta un supplizio per le mie gambe stanche, per ben di più di dieci minuti.
Ma alla fine, in località Cinquale, è bello raggiungere finalmente il mare e calarsi in un’atmosfera, benché poco affollata, di vacanza balneare tradizionale.

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7-7: Lunigiana piana

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L’alba di un martedì di luglio giunge all’osservatorio privilegiato di una stanza, in quel di Ponzano Superiore.

Le poche ore di sonno notturno mi hanno restituito buona parte della forma fisica e mentale, bruciate nella massacrata di ieri, ma questa mattina avverto che il consueto prodigio è meno radicale del solito.
Non tanto per una necessità di riposo aumentata, quanto per la deroga di ieri alle mie abitudini alimentari, che ha finito per ripercuotersi sulla qualità del sonno.

Lo stravolgimento fisico dovuto a uno sforzo così prolungato mi aveva richiesto, per qualche ora, riposo assoluto e solo un po’ di frutta secca per evitare crisi.
Così avevo posticipato il mio unico pasto alla cena, peraltro col vantaggio di poterla consumare, in tutta rilassatezza, insieme al mio compagno di sventura, nella zona cucina della sua stanza.
Insalata mista del chiosco di Aulla, poi quella specie di crostata di verdure, con ottima birra ceca in dotazione nel frigo, e infine, senza misura nè ritegno, pane e marmellata per me e, addirittura, pane e burro per Massimo.
Infine, lavate le poche stoviglie utilizzate, c’eravamo goduti anche l’ora del tramonto, seduti davanti al portone.

Alle cinque e quaranta, comunque, siamo pronti: sulla carta ci attende un percorso medio, intorno ai venti chilometri, privo di saliscendi preoccupanti.

Prima che la strada in discesa lo faccia scomparire allo sguardo, scatto una foto ricordo al bellissimo paese, ieri tanto agognato.

“E qui si lascia il comodo asfalto” esclama Massimo.

L’esperienza traumatica della tappa di ieri condiziona inevitabilmente il nostro approccio a quella di oggi.
Il fisico sembra aver assorbito lo sforzo, ma nei tratti in salita le gambe manifesteranno esplicitamente il loro disappunto.

Ed ecco il consueto buongiorno del sole.

Una volta raggiunta la pianura, fanno la loro prima comparsa quelli che si riveleranno i principali temi conduttori del nostro cammino: un canale

e un vigneto.

Alle otto meno dieci facciamo il nostro ingresso nel centro storico di Sarzana.

Ne approfittiamo per uno scalo tecnico in un bar

e poi in un panificio, accolti con simpatia dalla fornaia che ci chiede da dove siamo partiti, per essere lì così presto.
Facciamo provvista di un po’ di pane ancora caldo e di un’altra fetta di quell’ottima locale crostata di verdure (che Massimo conosce come “d’erbi” o qualcosa del genere),

A Sarzana abbiamo ricordi in comune recenti (condivisi anche con qualche nostra amica), relativi ad alcune edizioni del “Festival della Mente” che, con ospiti esperti in tutti i campi dello scibile umano, si svolge all’inizio di settembre in vari punti della città.
È bello ripercorrere le vie dove abbiamo passato momenti piacevoli in compagnia.

Poi il tracciato francigeno, sempre propenso a concedere spunti d’interesse turistico e culturale (e paesaggistico), snobbando bellamente ogni aggravio di percorso, ci porta a salire verso la Fortezza Castracani.

Conveniamo che i pellegrini, senza tanti fronzoli, avranno percorso sicuramente la via Aurelia, che noi invece stiamo evitando il più possibile.

Per fortuna si tratta dell’unico sgradito saliscendi, dopodiché, per tutto il resto dell’itinerario, è pianura, coi suoi campi,

le tante fioriture di malva che il mio amico (laureato in agraria) m’insegna a riconoscere,

i suoi vigneti

e soprattutto i suoi tanti canali, lungo i cui argini incrociamo giovani donne e uomini, sportivi, che approfittano, correndo o camminando spediti, delle ore ancora fresche della mattina.

Anche il nostro passo è spedito, ma oggi non con la baldanza delle prime ore di ieri, quelle in mezzo al bosco, quanto piuttosto per un tacito accordo teso a esorcizzare un nuovo lungo protrarsi della fatica.

E così, quasi un felice contrappasso, ci ritroviamo in dirittura d’arrivo molto prima del previsto.
Sono passate infatti da pochi minuti le undici quando compare la statale numero uno, Aurelia.

Abbiamo studiato su Google Maps una possibile scorciatoia che, percorrendo un brevissimo tratto della statale, poi attraverso la piccola stazione di Luni, dovrebbe farci arrivare direttamente al mio bed and breakfast.
L’importante è trovare il modo di attraversare i binari.

Niente di più facile…

Da qui, dopo le due, passerà il treno che riporterà il mio compagno di strada verso la sua Viareggio.

C’è tutto il tempo per ospitarlo nel mio nuovo alloggio, dalĺo spaziosissimo giardino, per permettergli una doccia e un ultimo pasto da pellegrino, a base di focaccia di verdure.

Il commiato non è triste: fra quarantott’ore sarò io a raggiungerlo a Viareggio, deviando a Capezzano dal tracciato standard, per trascorrere da lui il mio secondo turno di riposo, questa volta di due giorni.

Quando ci lasciamo, ritrovo la mia abituale condizione di viaggiatore solitario, con un’immagine in più del mio amico, nella memoria: quella che lo vede arrampicarsi, sotto uno zaino più pesante del mio e sotto la calura di un pomeriggio assolato di luglio, su per un lungo, impervio sentiero, a testa bassa e senza lamentarsi.

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6-7: Lunigiana insidiosa

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Già da tempo, e più di una volta, avevo avvertito Massimo che questa seconda giornata di cammino condiviso sarebbe stata la più impegnativa, per i suoi venticinque chilometri di lunghezza.
Non immaginavo, però, di stare per offrirgli una massacrata non di tanto inferiore a quella mia recente da Berceto a Pontremoli, che ho potuto raccontare solo per immagini e dati statistici.

Di questa, invece (da Virgoletta di Villafranca ad Aulla e Ponzano Superiore), cercherò di riferire per sommi capi le varie fasi, anche se si sono succedute nell’abnorme durata complessiva di oltre dieci ore e anche se, purtroppo, non ho fotografie della prima ora e un quarto: me le sono giocate in un’operazione di pulizia un po’ troppo drastica.
La prima che mi ritrovo, infatti, è stata scattata quando il cielo aveva sembianze già del tutto mattutine, alle sette meno cinque:

Un quarto d’ora dopo, il sole ci dà il suo tardivo buongiorno attraverso i rami degli alberi.

Tutta la prima parte del tragitto odierno si svolge su carrarecce in mezzo al bosco e ci lascerà i ricordi più belli, che neppure i frequenti, piccicosi fili di ragnatela da sfondare potranno scalfire.

I saliscendi non sono faticosi e non c’impediscono di tenere, per un lunghissimo periodo, un’andatura vigorosa, che ci dà un senso condiviso di energia e grazie alla quale abbiamo l’impressione di dare già un primo colpo significativo alla distanza chilometrica odierna.

Quando compare il primo antico borgo (denominato Fornoli) sono già quasi le otto, cioè due ore e un quarto di cammino.

Poi, man mano che ci avviciniamo alla città di Aulla, il paesaggio si fa più vario.

Improvvisa, dirompente, da un’area recintata alla nostra destra, si manifesta una spaventosa sinfonia di abbaiare e latrare di cani.
È impressionante, e rattrista profondamente, la quantità di voci diverse, unite in un dissonante coro che sembra esprimere nient’altro che disagio, inquietudine e rabbia.
Immaginiamo si tratti di un canile, anche se non ne scorgiamo alcuna insegna, ma solo questo cancello, da cui alcuni piccoletti danno il loro ringhioso contributo al lamento collettivo.

Terrarossa e Masero sono i due borghi ancora da attraversare ormai alla periferia di Aulla.

In uno dei primi bar che incontriamo in città, alle nove, decidiamo che tre ore e un quarto di procedere convinto e ininterrotto possono per il momento bastare, e meritare una seconda colazione.

Durante la pausa rigeneratrice, ho la curiosità di consultare, nell’applicazione ufficiale della Via Francigena, il profilo altimetrico del percorso che ci attende.
A sorpresa mi rendo conto (un po’ colpevolmente trascurato prima) che, appena usciti da Aulla e fino al traguardo di Ponzano Superiore, dovremo salire di seicento metri, in due strappi, il primo di quattrocento e il secondo di duecento.
Non è una bella notizia, ma non posso immaginare che cosa davvero stia per significare per entrambi, in termini di sforzo fisico protratto.

La vita cittadina, in questa mattina di lunedì, è piuttosto convulsa, anche in viali alberati come questo.

Un grande chiosco di ortofrutticoli ci invita a fare provviste.

Nel passare per il centro, poi, finiamo invischiati in un cantiere con divieti di passaggio anche pedonali.
Otteniamo da uno degli operai una parziale deroga, ma subito dopo, per me, mentre Massimo è impegnato in una telefonata di lavoro, si somma una serie di fastidiosissimi disagi: qualche incertezza nella consultazione della mappa interattiva, poi un ostacolo da superare, rappresentato da una striscia adesiva a bande bianco-rosse del cantiere, fissata a un segnale stradale mobile di divieto di sosta.
Il mio compagno di viaggio, che mi precede sempre impegnato al telefono, ha le sue brave difficoltà a superare l’ostacolo, col corpo e con lo zaino; quando poi tocca a me, il nastro si aggancia e si appiccica allo zaino, trascinandosi dietro il pesante segnale metallico che cade strisciandomi ed escoriandomi un polpaccio, in maniera non estesa ma un po’ dolorosa.
Mi giro per rimediare al misfatto; non vedo più il nastro (che mi sta penzolando dietro come la coda di una cometa) e allora, nel rialzare il segnale, lo piazzo in mezzo, a mo’ di ostacolo.
Temo una ramanzina, ma nessun addetto ai lavori se n’è accorto.

Il gel disifettante di Massimo, dopo un po’, mi dona un “piacevole” bruciore che completa la sequenza.

Un ponte dul fiume Magra sembra delimitare drasticamente la città. Con l’intenzione di integrare la spesa, dopo aver chiesto indicazioni a un gentile passante, optiamo per un panificio.
Su consiglio del mio amico, che desiderava proprio quelli, compriamo, oltre a un po’ di pane, dei tranci di una specie di caratteristica crostata di verdure.

La salita comincia subito, al di là del fiume, e quasi immediatamente su un ripido sentiero. Sono già le undici e il sole inizia a farsi sentire.

La salita non dà tregua, bisogna prenderla di petto, caricando nelle gambe tutte le nostre energie.
Essendo ripida, in circa un’ora di faticaccia ci permette di raggiungere il pianoro che delimita questo primo strappo.

All’orizzonte, le Alpi Apuane.

Dopo esserci ripresi, affrontiamo ora un tratto molto più abbordabile, segnato però da due episodi negativi, in modo molto diverso.

Il primo ha per protagonista una capra.
Improvvisamente la nostra attenzione è catturata da un belato insistente, e amplificato, come da una cassa di risonanza, dalla scarpata arbustiva di una trentina di metri al di sopra della quale si dev’essere persa, senza più la capacità di muoversi di lì.
È un pianto straziante, continuo, che fa male al cuore.
Sulle prime, sollecito il mio amico a levarci presto di torno, non per scappare, ma almeno per togliere alla bestiola l’illusione di qualcuno che la porti in salvo.
La nostra strada, in salita, raggiunge presto il livello d’altezza da dove continua a giungere quel continuo belato.
Faccio capire a Massimo tutta l’angoscia di non poter risolvere la situazione.
Ci portiamo sul ciglio della strada, ma immaginare un passaggio da lì fino alla malcapitata ci appare impossibile.
Allora ci mettiamo a lanciarle degli urli di incoraggiamento (almeno nelle nostre intenzioni), perché trovi lei un varco fino a raggiungerci, senza per il momento immaginare che cosa poi potremmo fare.
Questo botta e risposta sonoro dura qualche minuto. Sicuramente la bestiola ha sentito che è stato raccolto il suo appello disperato, e non so se questo le basti per tranquillizzarsi e trovare da sola una via d’uscita: fatto sta che alla fine il suo pianto sembra chetarsi fino a tacere.
A noi non resta che procedere, parzialmente tranquillizzati.

Il secondo episodio negativo è un errore di percorso, che, dopo una salita e una discesa, ci riporta a un punto dove eravamo passati qualche minuto prima.
Non ci voleva, ma con l’aiuto della mappa satellitare risolviamo il problema presto, solo con un piccolo, ulteriore aggravio di fatica.

Ha inizio, intanto, una serie di contatti, via sms o a voce, con la nostra nuova padrona di casa, per aggiornarla sull’orario d’arrivo che sta sempre più slittando in avanti.

Prima dell’ultimo strappo di duecento metri di dislivello, e del valico della collina sovrastante, attraversiamo un ultimo borgo, dal nome (ancora una volta) assurdo: Vecchietto.

Una nostra vecchia conoscenza, un mirabolano, sembra volerci dare conforto per l’ultima fatica.

I frutti sono un po’ acerbi, ma il sapore acidulo è gradevole.

Ho poche immagini del resto della salita, affrontata da entrambi in modalità “stringiamo i denti, sopportiamo sfinimento e dolore ai piedi e alle spalle, e continuiamo fino a spuntarla”.

Oltre il valico, la valle ci appare così:

ma, proseguendo in discesa con le nostre residue risorse, ci aspettano due magnifiche sorprese:

il Mar Ligure all’orizzonte (e immaginiamo lo stupore, nei secoli, dei pellegrini provenienti da mezza Europa);
poi, quasi improvviso, abbarbicato come una balconata su una rupe, il bellissimo paese di Ponzano Superiore.

Un’ultima telefonata, alle tre e un quarto, ci indica quale sia il portone del bed and breakfast, di cui ci sfugge l’insegna.

Fra pochi attimi questa porta si aprirà

e apparirà la signora Olga, la nostra nuova, gentile padrona di casa.
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