2-7: Vercelli e smaglianti dintorni

All’estremità opposta del paese, cioè trecento metri più in là, c’è il ristorante; sembra impossibile in un villaggio così minuscolo.
Come mi aveva consigliato la signora, ho prenotato.
Capisco ben presto il motivo di quel consiglio: sincerarsi se l’oste se la senta di aprire i battenti.
“Anche se c’è un solo pellegrino,” lui mi rivelerà tuttavia, nella sala vuota, “io apro.”
Approccio etico, o per meglio dire confessionale, a un’attività commerciale. Mi viene il timore che non possa avere lunga vita, nel nostro mondo a misura di squali.
La cena in stile piemontese (ricchi antipasti, un primo e un dolce) comunque è ottima e abbondante. E per fortuna il conto, pur senza essere esoso, rende giustizia alla qualità.

Rientrato alla base, camminando all’imbrunire in un’atmosfera sospesa quasi onirica, poi ho i miei bravi problemi ad aprire il portone e vado a chiedere aiuto alla proprietaria.
Mi accoglie col suo modo festoso, chiedendomi come ho cenato e se va tutto bene.
“Va tutto bene, e poi stasera è anche fresco!”
“Ha visto? Si vede che il Signore ci ha aiutati” replica con un sorriso trionfale.
Aiuto… Pietà di me!

Nonostante lo stomaco un po’ troppo pieno, dormo bene, e alle sei di mattina saluto il paesaggio limpido al di là dell’inferriata e della zanzariera.

Appena uscito, mi accorgo di quanto la giornata si presenti più limpida, asciutta e, per ora, molto più fresca delle precedenti.

Impossibile resistere all’euforia, legata a un eccezionale senso di benessere profondo, che mi danno questi momenti, sicuramente i più belli e felici, finora, del mio viaggio.

Ancora il verde delle risaie, fra sistematiche opere di canalizzazione delle acque.

Qui, il percorso francigeno dalle mille sorprese attraversa lo stretto passaggio all’interno di una chiusa.

La mia ombra si concede un selfie…

La limpidezza dell’aria fa comparire sullo sfondo lontani giganti innevati.

È previsto l’attraversamento della città di Vercelli; lo smarrimento dei segnavia, che in questa zona sono meno frequenti, mi fa deviare dal percorso ottimale, fino a raggiungere una strada provinciale molto trafficata, che dovrò percorrere per un chilometro abbondante prima della città. Il tuffo nella “civiltà” è stridente.

Come tante periferie, anche quella che attraverso è brutta.
Mi chiedo, stupidamente, se Vercelli non sia tutta così.

Poi, per fortuna, la musica cambia.

Sono passate già oltre due ore dalla partenza e mi sento già un po’ affaticato; urge sosta a un bar, magari oltre il centro storico.
In extremis, prima che il fiume Sesia decreti bruscamente la fine del centro abitato, trovo un bar collegato a una sala giochi.

Il chinotto di rito, freddo ma non troppo e con brioche acclusa, è quello della San Pellegrino in lattina, di gran lunga il peggiore rispetto ai due concorrenti (Lurisia e, soprattutto, il raro Galvanina).
Leggo la composizione: disperso fra aromi naturali, correttori d’acidità, sale e quant’altro, come la famosa particella di sodio di una già vecchia pubblicità, c’è lo zero virgola zero cinque per cento (non scherzo!) di estratto di chinotto. Roba da galera.

Convinto di avere percorso solo una piccola parte della camminata odierna, consulto Google e ho la sorpresa di essere già a metà. Le massacranti marce valdostane di otto ore, con tanti duri saliscendi e segnavia scarsi, sono per fortuna un ricordo. Ormai tutte le tappe hanno una durata non superiore alle sei ore.

Riprendo il cammino.
Al di là del Sesia, che ha un bel colore pulito,

compare un’inquietante distesa, che riflette una luminosità bianca omogenea,

poi il tracciato abbandona la strada e torna a immergersi negli spettacoli verdi.

Il sole di questa limpidissima giornata comincia a essere alto nel cielo e la sua luce sempre più abbacinante.

Oltre alla luce fortissima, che un po’ intontisce, il sole ora diffonde il suo grande calore.
Avverto che il fisico è messo alla prova, ma per fortuna le energie non mancano.

Si passa sotto l’autostrada.

La destinazione odierna è a Palestro, nel bed and breakfast “La torre merlata”.
Nella telefonata di prenotazione, la proprietaria mi è sembrata molto sveglia. Durante la pausa al bar di Vercelli le ho già mandato un messaggio per avvertirla del mio arrivo intorno alle 12.30.
Ora gliene invio un altro, specificando le 12.15.

Consulto spesso l’orologio: anche se sono un po’ provato, cerco di mantenere un passo che mi permetta la puntualità.

Ormai la cittadina della famosa battaglia risorgimentale è sotto tiro, e la sua torre, dentro la quale alloggerò, è un riferimento visivo inequivocabile.

La giovane locandiera (dall’appropriato cognome Castellani!) mi accoglie molto cordialmente e, prima di mostrarmi i miei locali sui due livelli bassi della torre medievale, mi intrattiene in una vivace conversazione, che ho ancora abbastanza forze per affrontare piacevolmente.

Mostra molta passione per la sua attività: mi racconta dei lavori abbastanza recenti di allestimento in stile dei locali, poi parliamo della Via Francigena e, quando le dico dei problemi incontrati nel primo tratto (chilometraggi errati nelle guide e scarsa segnalazione lungo il percorso), con mia sorpresa mi conferma che sono cose note e irrisolte da anni. Mi spiega anche perché non ho incontrato le temute zanzare: da un paio d’anni nuove tecniche di coltivazione del riso hanno drasticamente abbassato l’utilizzo dell’acqua, l’elemento fondamentale per la loro riproduzione.

Mi fermerò qui due notti, avendo deciso di prendermi un giorno di riposo prima delle ultime sei tappe.

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1-7: Fra le risaie del vercellese

Colazione frugale, nel ristorante-pizzeria non presidiato; do fondo alle mie riserve: una pesca gialla, quattro fette biscottate (e mezze sbriciolate) da inzuppare… nell’acqua, e una piccola confezione alberghiera di confettura di frutta.
Il panorama dalla finestra è ancor meno esaltante.

La mia “passeggiata” odierna ha inizio alle sette meno dieci, con un nuovo doppio scavalcamento acrobatico di guardrail.

La frequente marcia iniziale di ricongiungimento al tracciato segnalato oggi è molto lunga: per Google sono un’ora e venti di cammino.
Potrei anche ritrovarlo molto prima e seguirlo poi nell’attraversamento di Santhià, come un diabolico cartello mi invita a fare, ma mi costerebbe molti chilometri in più e bisogna economizzare le energie.

L’aria è velata dalla foschia ed è già afosa, mentre cerco di tenere un passo vivace lungo un ossessionante rettilineo.

Poi, per fortuna, il tragitto si fa via via sempre più umano.

Se le ultime due tappe mi hanno dato entusiasmo e fiducia, questa mattina invece mi sento un tantino appannato. Forse il ronzio e il getto dell’aria condizionata, pur benedettissima, hanno reso il sonno meno profondo del solito.
Comunque, nei pressi di questo cortile sorvegliato dalle oche,

avviene, con puntualità svizzera, l’incontro felice con un bel cartello indicatore, con il logo del pellegrino e la scritta “Via Francigena”.

Ora potrò lasciarmi guidare e assistere all’odierno, immancabile spettacolo, che oggi ha un tema dominante: le sterminate risaie del vercellese.

Allora ci siamo. Ignaro delle difficoltà di cammino che mi avrebbe riservato la Val d’Aosta, mi ero figurato a lungo proprio questo tratto come il più temibile, per il clima asfissiante e per le zanzare, che mi avevano detto infestanti e fameliche.
Niente di più falso, noto con grande sollievo.
C’è un po’ d’afa, certo, ma la temperatura non è eccessiva ed è mitigata da qualche alito di vento.
E delle zanzare (mi vedevo in un bagno di sudore con le braccia e le gambe coperte), nemmeno l’ombra.
Chissà, saranno migrate tutte in città…

In compenso, questi scenari meravigliosamente naturali sono popolatissimi da uccelli caratteristici, che volano nervosamente in continuazione emettendo i loro versi striduli.
In particolare, alcuni rapaci (nibbio bruno?) e moltissimi “Cavalieri d’Italia”.
In queste foto non si vedono, ma più tardi, con molti tentativi, ne centrerò uno, che più avanti vi mostro.

È previsto l’attraversamento di un unico centro urbano, San Germano Vercellese; comincio ad attenderlo col forte desiderio di una sosta, che questa volta non dovrà essere a base del solito chinotto, ma di un panino, ad integrazione della magra colazione, e di una bella birra fresca.

Il primo contatto con il paese avviene con gli anziani ospiti di una casa di riposo, dall’orribile nome di

“Casa del Vecchio P.Perazzo”.
Non inquadrati dall’immagine, ne sento vociare e poi ne vedo diversi, nel giardino.
Nel passare loro davanti, li saluto con un buongiorno e un ampio gesto del braccio.
Rispondono tutti, evidentemente grati di un evento che, per qualche attimo, li sottrae alla noia.

Superati con il sottopassaggio della stazione i binari della ferrovia, il centro storico mi dà un’impressione di quiete desolata.

Ma in piazza c’è il mercato

e, quel che più conta per me, un’appetibile “Osteria del Viandante”.

Ordino un panino al formaggio e scelgo una birra dal frigo, una sarda Ichnusa (un mio compromesso fra qualità e prodotto ecologicamente nostrano, o quasi).

Sono a metà dell’ottava tappa e, visto che le tappe sono quindici, anche a metà dell’intero viaggio.
Dunque bisogna brindare.

Vado a cercare posto in un tavolino, con la sorpresa di trovare l’oblunga saletta piuttosto popolata, immagino grazie al fresco di Santa Aria Condizionata, che anche qui ha fatto il miracolo.

La cosa che più colpisce però, rispetto alla classica immagine dei frequentatori delle osterie, è che qui, alle dieci di mattina di lunedì, sono quasi tutte donne, intente in vivaci conversazioni.

Rinfrancato decisamente dalla merenda e da uno dei miei rari ma graditi caffè, mi rimetto in marcia, fra i canali di una zona, periferica e più viva, di questa cittadina.

Poi mi accolgono nuovamente le verdi distese paludose, e i loro chiassosi abitanti.

Ecco un Cavaliere d’Italia, che vola libero nel cielo sereno.

In terra, invece, rare presenze di agricoltori.

Un curioso edificio in disarmo, che immagino legato un tempo alla lavorazione del riso.

Delle rondini stazionano nei pressi della sua facciata principale.

I segnavia, in questi lunghi viottoli rurali, sono meno frequenti, ma la ferrovia da una parte e la strada provinciale dall’altra, confermano la direzione di marcia.
E Google Maps mi dice che mancano solo quaranta minuti.

È il momento di avvertire del mio arrivo la signora del bed and breakfast.
Come nelle occasioni precedenti, mi risponde con un tono bonario e materno, chiamandomi per nome.

La cosa non mi dispiace, così come mi confortò molto sapere della disponibilità della camera.
Nella progettazione dei miei viaggi, è ricorrente il caso di un alloggio, dotato di una sola camera, ma logisticamente fondamentale a garantire distanze omogenee fra le varie tappe, e magari a evitare lunghe deviazioni dall’itinerario normale.
La camera ammobiliata di oggi, nella piccola località di Montonero, mi risparmia i molti chilometri che mancano a Vercelli, garantendomi poi distanze omogenee per i prossimi giorni.
“La devo avvertire, quando arrivo?”
“No non importa, la vedo.”

Eccolo, sicuramente laggiù, il borgo che mi ospiterà oggi

Ed eccone il curioso castello che ne delimita il territorio.

Non c’è nessuna insegna, tanto meno qualcuno che mi stia vedendo arrivare, ma il numero civico è questo.

“Sì, adesso avverto mia madre” mi rassicura un giovanotto.

Mi si fa incontro con molta cordialità una signora non più giovane, ma snella e dotata di un seno sporgente e appuntito in modo quasi imbarazzante.

La camera è un grande monolocale, nella cascina ristrutturata e allestita con molto gusto, e pulitissima.

Anche i generi alimentari per la colazione sono generosi.
Estraggo dal frigo un litro di succo concentrato d’arancia e me ne verso diversi bicchieri
…ovviamente diluiti con un po’ d’acqua bollente del rubinetto.

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30-6: Verso Santhià: buongiorno pianura!

È gentile, ma non esageratamente sveglio; colpisce la sua carnagione pallida. Ci salutiamo e presentiamo, guardandoci schiettamente negli occhi.
“Vuole anche cenare?”
“No, niente cena.”
“Allora per letto e colazione sono quindici euro.
Mi dà la credenziale?”
“Mi dispiace, l’ho lasciata a casa.”
“Ah non ce l’ha…” mi fa con una punta di sdegno.
“No, ma se è necessario ne compro un’altra.”
“No no, è lo stesso; non ne abbiamo.”
“Senta, per domattina, se stasera vuole lasciarmi la colazione pronta, così posso partire presto senza disturbare…”
Il concetto non rientra nei suoi canoni: devo ripeterglielo.
“No, domani mia moglie gliela prepara; noi dormiamo qui.
La segno per le sei, va bene?”
“Va bene.” Meglio non insistere.

Mi dà la chiave del portone, poi mi accompagna al primo piano, dove un largo androne precede la zona delle due camerate, ciascuna con i suoi bagni, una per le donne una per gli uomini. Otto brande a castello, con i materassi avvolti in un solo lenzuolo a tinte delicate. Senso di pulizia e abbastanza fresco.
Poi si congeda: “Se ha bisogno di qualcosa mi chiami.”

Sono, e resterò, l’unico ospite, probabilmente perchè il posto tappa ufficiale è un’ora di cammino più avanti, non qui a Piverone, ma a Viverone (a volte sembra di stare dentro una storia di Paperino…)
Ho finalmente tanto spazio e tanto tempo tutto per me; è la prima volta che succede da quando sono partito lasciandomi alle spalle la Svizzera e i nevai del Gran San Bernardo, quasi una settimana fa.
Sistemati i bagagli e fatta la doccia, mi sdraio su una branda, quella che mi sembra più strategica per un po’ di corrente d’aria.
E piano piano mi appisolo, per breve tempo, svegliandomi con un senso di sana e rigenerante fiacca.

Puntuale all’appuntamento, alle sette sono seduto a uno dei tavolini interni della trattoria.
La cuoca e proprietaria ci tiene a far le cose per bene: una bella insalata mista, un primo di ravioli vegetariani con un sugo solo un po’ troppo sanguigno, tre fettine di ottima toma, e l’acuto finale di un semifreddo al cioccolato. Un quartino di rosso mi dà calore e intontimento indesiderato: la prossima volta birra.

Inaspettatamente, la notte rappresenta la terza sfida consecutiva: la camerata si è scaldata molto e il materasso e il cuscino di gommapiuma sembrano strumenti di tortura. Supererò anche questa, con l’aiuto, per due volte, di una supplementare doccia rinfrescante.

Una colazione generosa è già pronta per me alle sei. Faccio conoscenza con la signora, una persona molto gradevole e capace, come avevo intuito dai locali.

E alle sei e quaranta ha inizio la nuova giornata di cammino.

Dopo un’ora esatta, compare il lago di Viverone

e poi il suo suggestivo centro storico

Due signore si godono, passeggiando e chiacchierando, il fresco di questa domenica mattina.

Subito dopo Viverone, c’è un più piccolo centro abitato, Roppolo, di cui fotografo la sede municipale.

Il percorso procede poi, con continui transiti sorprendenti, in direzione del terzo centro abitato previsto, Cavaglià.

Mi rendo conto, ogni giorno di più, di quanto ghiotto sia questo cammino per chi ama addentrarsi in ambientazioni naturali e ripenso con un po’ di tenerezza alla soddisfazione provata (e puntualmente raccontata) nei miei viaggi precedenti, ogni qual volta Google Maps mi permetteva di evitare strade trafficate.

Sono costretto ad aggirare per intero questa piccola vigna, nell’unico punto non ben segnalato di tutta la tappa.
Da quando ho lasciato la Val d’Aosta, i segnavia sono diventati così frequenti e rassicuranti da rendere superflui gli ausilii elettronici che ho predisposto e che, a loro volta, si erano rivelati deficitari, un punto potenzialmente (e più di una volta anche effettivamente) critico nel mio procedere.

Nel centro storico di Cavaglià, passo davanti, baldanzosamente, a una coppia straniera con grandi zaini, fermi su una panca a ragionare su qualcosa (li si intravvede appena nell’immagine). Li saluto con un ampio gesto del braccio, ricambiato, e procedo sicuro.
Salvo poi, con la coda tra le gambe, dover invertire la rotta, in presenza di una freccia direzionale opposta al mio cammino. Ma è questione di pochi metri, prima di scorgere la deviazione corretta.

I bar di Cavaglià non mi conquistano. Mi sembra ancora presto per la consueta sosta e mi sento ancora sazio e idratato dalla colazione. Oggi, peraltro, il gran caldo non si è ancora fatto sentire.
So che dovrò rinunciare al mio chinotto, perché di qui alla meta di Santhià mi addentrerò in una zona di assoluta campagna.

Con le immagini che seguono, ho cercato di documentare l’emozione profonda di questo improvviso tuffo nella Pianura Padana, in ambienti agresti, sempre diversi ma uniti da un unico incanto, a perdita d’occhio.
Lo scalpiccio dei miei passi sulle strade sterrate e ghiaiose fa da contrappunto a una colonna sonora discreta di cinguettii, gorgheggi, frinii,

La sosta, oggi, avviene all’ombra degli alberi e il chinotto è rimpiazzato da un’ottima pesca gialla e parte della refurtiva di mirabolani.
Un elemento inquietante si è sovrapposto alla colonna sonora naturale: dei colpi secchi, uno a volte due, continuamente cadenzati a distanza di pochi secondi.
Mi viene il sospetto, avvalorato anche dal passaggio di una vettura del servizio veterinario, che si tratti di colpi di rivoltella sferrati a poveri animali in un macello pubblico.
Ma la cosa mi sembra andare avanti troppo a lungo, per essere un’ipotesi realistica.

E riprendo il cammino, e la fruizione dello spettacolo.

La colonna sonora naturale viene improvvisamente e fastidiosamente interrotta dal baccano infernale di questa squadra di csgnetti isterici.

Il lungo procedere nell’austera campagna termina con un breve passaggio a ridosso dell’autostrada.

Consulto il navigatore, che mi dice che la meta è già molto vicina.
Allora telefono al mio locandiere. Gestisce una pizzeria-ristorante con annesso hotel. Essendo chiuso la domenica, siamo d’accordo di trovarci al mio arrivo.

“Sono già vicino, prevedo di arrivare a mezzogiorno.”
“Bene, mi faccio trovare” mi risponde garbatamente, con lieve accento napoletano.

La tappa, fin qui idilliaca, sta per riservarmi una brutta sorpresa nel finale, per colpa di un mio errore.
Mi lascio infatti continuare a portare dai segnali lungo il percorso verso il centro di Santhià, in tratti di strada sterrata affiancati da gorgoglianti canali,

…anziché puntare verso la mia destinazione, che rimane qualche chilometro fuori dal paese, presso uno svincolo autostradale.

Quando mi accorgo di starmi progressivamente allontanando, richiamo l’albergatore, per rimandare l’incontro di una ventina di minuti.
E, guidato da Google, finisco su una statale dall’asfalto rovente, a sorbirmi trafelato, anche oggi, la mia dose di affanno.

In questa zona di periferia artigianale, poi, può diventare un problema anche l’approvvigionamento alimentare.
Quando già scorgo lontana l’insegna del mio locale, passo davanti a un centro sportivo piuttosto animato, perché sede di una piscina, e oggi è domenica.

Di buon passo, mi ci addentro per chiedere se c’è un ristorante aperto questa sera.
C’è solo un bar dentro un gazebo: se ci vado prima delle sette, stasera un panino me lo danno.

Riprendo trafelato il cammino e mi tocca anche scavalcare faticosamente due altissimi guardrail.

Ma arrivo puntuale all’appuntamento col giovane proprietario.

Saldati i conti, mi porta su in una freschissima camera poi si congeda.
E il mancato pellegrino si prostra davanti all’effigie di Santa Aria Condizionata.

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