29-6: A passi leggeri nel Canavese

La saletta a pianterreno dell’ostello, attigua all’atrio, al refettorio e alla cucina, aveva un discreto circolo d’aria, ieri sera mentre scrivevo il mio quotidiano diario di bordo.
Terminate le operazioni al tablet intorno alle dieci, quando non c’era più in zona nessuno, sono salito in camerata per andare a dormire.
I tre giovani coinquilini stranieri erano già tutti in branda. Le finestre, chiuse, lasciavano comunque passare un forte rumore continuo di scroscio, dovuto al ramo torrentizio della Dora,

utilizzato di giorno come palestra di canoa. Sembrava quasi di sentire una ventola di condizionatore al massimo dei giri.

Amaro inganno: l’aria era torrida. “Qui è impossibile dormire” mi dico senza un attimo di indecisione.
E torno giù, a sdraiarmi sul divano, sopra la maglietta usata come lenzuolo minimale.
Capisco che ora il problema non sarà né il caldo, né la scomodità dei braccioli, ma il timore che qualcuno della gestione mi veda e si spaventi, o magari mi costringa a tornare su.
Sembrerebbe che la notte non ci sia presidio, ma non si sa mai.
Cerco di rilassarmi, ma per due volte balzo a sedere, nel sentire aprirsi il portone. Falso allarme: sono altri ospiti che non passano dalla saletta ma salgono direttamente le scale, verso un’altra camerata.
E alla fine mi appisolo.

Alle cinque e mezza, proprio l’orario ideale per la mia sveglia, uno dei tre giovani mi passa davanti per la colazione, svegliandomi di soprassalto.
Ma ben riposato e felice di aver superato anche questa nuova sfida.

Mi attardo nelle operazioni mattutine, compreso radermi una barba di tre giorni, e rispondere a un questionario sul tratto piemontese della Via Francigena.
Nell’uscire, consegno quest’ultimo sul tavolo dell’accettazione e non resisto alla curiosità di sbirciare quello che, nella versione in inglese, ha compilato uno dei tre mancati miei compagni di stanza.

Età: 18
Provenienza: Michigan, U.S.A.
Media chilometri percorsi al giorno: 32
Data inizio: 15 maggio
Località di partenza: Canterbury
Località di arrivo: Rome.

Storie da un altro pianeta, ove degli alieni dormono in condizioni ambientali assurde…

Quando esco sono già le sette e mezza.

Nuvoloni solcano il cielo; l’aria è molto fresca.
Passo sopra la Dora Baltea, di cui ho seguito giorno dopo giorno il corso e la sua trasformazione da torrente alpino a nobile fiume, che si dirige ad alimentare il Po.

Una lieve ombra di struggimento mi prende, sapendo che è l’ultima volta che la vedrò in questa occasione.

Quaranta minuti buoni mi ci vogliono per uscire dall’abitato di Ivrea.

Il sabato mattina è tranquillo e popolato, immagine ricorrente, da cani e padrone a passeggio.
Ne scorgo un’altra accoppiata, una volta finalmente in mezzo al verde.

Mi precedono per lungo tratto, marciando alla mia stessa velocità, fino ad arrestarsi in riva a un lago, dove, tramite l’irresistibile lancio di un bacchetto di legno, il quadrupede viene costretto a una rinfrescantissima nuotata.

E si procede, in mezzo a una natura silenziosa e amica, ritrovando finalmente un animo leggero e felice che le grandi difficoltà dei giorni scorsi avevano in gran parte inibito.

Un nuovo esemplare di mirabolano, generosamente fornito di frutti maturi, mette alla prova la mia abilità ormai consumata e famosa di ladro vegano.

“Faccio il pieno di frutta” esclamo a una giovane coppia di escursionisti che, proprio come quel disperato che mi intimò di non rubare, stanno transitando nello stesso momento.

Finito il raccolto, mi ritrovo sulle loro tracce, a un’andatura che in breve tempo mi permette di raggiungerli.

“Anche voi francigeni?” sono io a rompere il ghiaccio.
Mi rispondono che stanno solo facendo un allenamento. Sono di Ivrea e, fra una settimana, partiranno per il Gran San Bernardo, per percorrere lo stesso mio itinerario fino alla loro città.
Li metto in guardia sui chilometraggi ingannevoli.

E ci scambiamo impressioni su mappe, applicazioni e quant’altro.
Lei ha fatto il Cammino di Santiago e mi riferisce che, là, le possibilità di alloggio a prezzi molto bassi sono all’ordine del giorno.
Si finisce a parlare della cosiddetta “Credenziale del pellegrino”.
Si tratta di un fascicoletto predisposto alla timbratura nei posti tappa e utile per attivare le convenzioni con gli alloggi.
La si richiede versando cinque euro all’associazione ufficiale della Via Francigena, cosa che anch’io avevo fatto, salvo poi, preso dalla smania di ridurre allo stretto indispensabile il bagaglio, decidere di lasciarla a casa.
“Mi sembrava di dover fare la raccolta punti della COOP”, spiego loro, denunciando che ho già avuto modo di notare, con disappunto, come quel pezzo di carta sia in realtà richiesto frequentemente.
“Ho l’impressione che, dietro, ci sia del business. Cinque euro son pochi, ma moltiplicati per migliaia hanno il loro peso…”
Avverto che non mi seguono, su questo piano, lei soprattutto, presa com’è dal mito del pellegrinaggio.

Provo a cercare terreno comune sulla ricchezza di esperienza del viaggiare a piedi, con gli occhi aperti sul variare continuo di ambientazioni e situazioni.
Silenzio; anche qui diffidano dal darmi corda.
Mi ricordano molto quel neolaureato, di esplicita fede leghista, diretto da Padova a Roma, che incontrai l’anno scorso nel mio viaggio di ritorno a piedi dal Cadore.

Ci inerpichiamo verso la chiesa dei Santi Pietro e Paolo.
“Proprio oggi è la loro festa; è il ventinove giugno, no?”
Lui controlla la data e conferma, lasciando che il discorso cada nuovamente.

Di fronte alla chiesa c’è un tavolo di legno con due panche. Si siedono per riposarsi ed è l’occasione buona per congedarci, senza neanche esserci presentati.

La tappa di oggi è la più breve finora; inoltre ho la netta impressione che il percorso sia molto più efficiente del solito verso la meta, che oggi è il paesino di Piverone.

Sto camminando da più di tre ore e l’abitato di Palazzo Canavese sembra capitare ad hoc per la consueta sosta al bar.

Non è cosa: si trstta di un paese agonizzante e privo di bar.
Alcuni indizi, confermati dalla consultazione delle mappe, mi fanno capire che la meta è già vicina e oggi si potrà fare tutta una tirata.

Una strada in salita, nel cui verso opposto vedo sfrecciare, uno dopo l’altro, molti ciclisti, mi fa giungere all’ostello di Piverone alle undici e un quarto, dopo sole tre ore e tre quarti di cammino.

Invece di suonare, chiedo a un passante se c’è un bar in paese.
“Sì, più avanti, nella piazza.”

Sotto l’insegna di bar-trattoria stazionano seduti i soliti uomini sfaccendati.

Oggi mi vanno tutte bene: per la prima volta trovo un chinotto non gelato.

“A che ora apre questa sera la trattoria?”
“Alle sette” mi risponde gentilmente la cameriera.
“Bene. Alle sette in punto sarò da voi.”

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28-6: Ultimi saliscendi verso Ivrea

L’esperienza che sto vivendo, in condizioni climatiche così estreme, è un po’ come un tardivo servizio militare: si sviluppa un’imprevedibile e preziosa capacità di adattamento.
La camera all’ultimo piano dell’albergo, priva di aria condizionata, era soffocante; anche la doccia, che di solito ha magici poteri rigenerativi, era stata come uno sgradito bagno turco.
Mi chiedevo come sarei riuscito a dormire. Ma, col tramontar del sole, è cominciato a soffiare un vento più fresco che, a finestre spalancate, ha fatto il miracolo. E anche il rumore del traffico diventa sopportabile…

Sono le sei e quarantasette quando mi avvio, alla ricerca del percorso standard, più a monte della statale.

La mattina è caratterizzata da un forte vento, umido ma piacevolmente fresco, che mi spinge alle spalle, come per aiutarmi.

Ritrovate le tracce del percorso ufficiale, comincia una nuova fantasmagoria di ambientazioni e passaggi, realizzata evidentemente a beneficio esclusivo di un ipotetico club dei camminatori.
La bellezza di tanta incredibile varietà sarebbe esaltante, tanto più in condizioni segnaletiche finalmente abbondanti e perfette.
Ma devo pagare lo scotto della lunga massacrata di ieri, sia a livello fisico che mentale, e quando mi vedo costretto a ghirigori del tragitto che comportano faticosi strappi in salita, la preoccupazione di finire nuovamente alle corde si fa sentire.

Lascio ora, forzatamente, che sia la selezione di immagini a guidare il racconto della giornata.

Il sentiero attraversa una specie di campeggio fantasma, dove non si avverte la presenza di alcuna persona vivente; la cosa è davvero strana sul finire di giugno, e con questo caldo.

Poco prima, invece, a distanza di qualche decina di metri, una ragazza mattiniera, su un grande prato, faceva correre il suo cane lanciando la pallina.
Avevo visto che mi aveva notato con curiosità e così, appena mi sento nel suo lontano campo visivo, con un braccio le invio un saluto deciso. Ricambia subito, gioiosamente: amore a prima vista, nonostante il divario d’età? Comunque per me una bella e piacevole piccola emozione.

Ancora gli ormai abituali passaggi in antichi agglomerati,

in quest’ultimo caso, oggetto di…rifunzionalizzazione spinta.

Ed ecco, alle otto, spuntare il sole dai monti.

Il getto d’acqua, questa volta, non è sulla traiettoria del mio passaggio e quasi me ne dispiace, perché i raggi del sole si fanno già sentire come spade e il vento è cessato.

Frequenti e curiosi, in questa zona, questi colonnati a sostegno delle vigne, che ricordano vagamente il Partenone…

La Dora Baltea continua, oggi per l’ultima volta, a fare da leitmotiv di queste prime tappe, allargando e potenziando progressivamente la sua portata.

E sempre a proposito di acqua, ecco una delle tante benedette fontane presenti sul percorso: non ne salto una, per rinfrescarmi faccia e braccia e per irrigare lo stomaco!

Il paesaggio piemontese, intanto, quasi d’improvviso si è fatto pianeggiante. È una scoperta visiva, ma anche uditiva, perché per la prima volta ritrovo un silenzio incantato, impossibile nelle strette valli montane.

Conclusa la terza ora di impegnativo cammino, l’esigenza della consueta sosta al bar si fa imperiosa.
In un punto in cui la statale non è lontana, abbandono il tracciato e mi ci dirigo, con la speranza che il paese di Borgofranco d’Ivrea ne abbia uno.
Il desiderio si avvera e questa volta cedo all’evidenza: per bere un gustosissimo chinotto Lurisia bisogna prenderlo freddo.

E si riparte, sotto un sole sempre più implacabile.

Un simpatico incontro:

questo signore, intento a cibarsi voluttuosamente di bacche cadute sul selciato, si lascia fotografare da vicino.

Una deviazione a monte (sembrava non ce ne fossero più…) su per una salita interminabile, tanto che mi viene il sospetto che si debba raggiungere il castello.
Per fortuna non è così: l’ascensione serve solo per raggiungere uno dei caratteristici laghi d’Ivrea.

Il sentiero lo costeggia, per poi addentrarsi lungamente in una boscaglia che toglie la percezione del l’avvicinamento ad Ivrea.

Ma poi termina improvvisamente nei pressi della statale.

Sono gli ultimi faticosi chilometri, con l’asfalto che riverbera il calore del sole.
Ma alla fine la città si lascia raggiungere,

e, con un percorso ancora lungo, attraversare,

fino alla mia meta: l’ostello Canoa club, presso un’impetuosa diramazione della Dora.

È l’una e un quarto: nella porta viene indicato l’orario delle quindici per l’accettazione.
Per fortuna il cortile è munito di panchine e tavoloni, dove, per prima cosa, mi “occupo” del melone da un chilo che ho acquistato in un negozio all’entrata della città.

E con implacabile sistematicità, fetta dopo fetta, lo anniento.

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27-6: Planaggio sul confine regionale

L’argomento che cito sempre, a sostegno della bontà delle mie traversate a piedi, è il sorprendente cambiamento dei ritmi fisiologici, e soprattutto del bisogno di sonno, che vi si manifesta.
La notte scorsa ne ho avuto un’ennesima, ma pur sempre sorprendente, conferma: mi sono alzato, completamente riposato, alle cinque e mezza, dopo pochissime ore di sonno, peraltro in una stanza incredibilmente fresca.

L’unica arma di difesa, contro questa eccezionale ondata di calura, è anticipare il più possibile le partenze mattutine.
Esco dal mio fatato alloggio alle sei e quaranta, con l’impressione di poter in futuro fare ancora meglio.

Mi aspetto un clima fresco e, invece, trovo un’aria umida e già afosa.
Il percorso sembra mantenere le caratteristiche dell’ultima parte di ieri, con una buona segnaletica, in direzione di Verrès, e con passaggi fra piccoli borghi

e scorci panoramici sul fondovalle,

dove la Dora e l’autostrada corrono paralleli, ma è purtroppo quest’ultima a diffondere fin quassù il suo uniforme gemito.

Si resta per il momento in quota, sia pur con i soliti impegnativi saliscendi.
Sono già le otto quando il sole sorge dai monti.

Ho la netta impressione che, almeno inizialmente, il sole asciughi l’aria umida, rendendola più respirabile.

Improvvisamente il sentiero decide di puntare con decisione a valle, come un aereo in fase di atterraggio, verso la località di Plout.

Sento dietro me sopraggiungere qualcuno a passo veloce. Mi volto; son due giovani equipaggiati da trekking, probabilmente sul mio stesso cammino.
Quando mi raggiungono, li saluto con un’espressione d’intesa. Mi rispondono buongiorno con inflessione francese e con molta freddezza, che un po’ mi ferisce.

Li torno a superare, in una curva del viottolo, dove si sono fermati a sistemare qualcosa. Naturalmente questa volta non li considero.
Una piccola scorciatoia, poi, li farà giungere nel fondovalle prima di me e li vedrò, con sollievo, prendere il largo.

La statale e l’autostrada sono perfettamente parallele, ma su due piani sfalsati, in direzione di Verrès, che mi accoglie con luci e colori molto vivi.

Sono le nove e dieci, ho già macinato facilmente due ore e mezza della tappa odierna e, grazie anche al buon orario di partenza, prefiguro e pregusto un arrivo a destinazione molto prima del solito, e un po’ di tempo finalmente dilatato, da festeggiare con una cena in trattoria.
Dopo quell’insalatona ad Aosta, mi sono sempre arrangiato.
Anche se non sono affaticato, ma solo un po’ accaldato, anticipo la rituale sosta al bar.

Ritualissima anche la disponibilità di chinotti soltanto ghiacciati e il mio ripiegare su un succo di frutta.

Un ultimo saluto al vivace centro storico di Verrès,

e poi si punta verso la Dora, per attraversarla sui ponti una prima e poi una seconda volta.
La tensione dell’itinerario a evitare il più possibile tratti su strade trafficate è molto evidente, e regala i migliori spunti panoramici.

Ho già perso e ritrovato il percorso standard un paio di volte, senza gravi sprechi di energie e di tempo.
Nell’ultimo caso, ero in uno dei rari tratti sulla statale, e avevo visto che, proseguendo, l’avrei incrociato, superando tre riferimenti (industrie e attività commerciali) referenziati sulla mappa di Google.
Trovato il primo, yeah!, trovato il secondo, doppio yeah!, del terzo nessuna traccia.
Quando vedo che la statale punta a passare sotto un cavalcavia dell’autostrada, capisco che bisogna tornare indietro.
E alla fine trovo il sospirato, quanto nascosto, segnale del sentiero,

che mi riporta con gioia e sollievo in zone agresti e quiete, dopo aver valicato ancora la Dora Baltea su un ponte a schiena d’asino del 1700, detto di Echallod.

Più tardi, vedo che il fantasioso ignoto progettista della Via Francigena ha trovato il modo di farla transitare parallelamente a ridosso dell’autostrada.

Giungo così a conoscere, in sequenza, tre piccoli paesi dall’aspetto antico e tuttora vivi (anche se con atmosfere e caratteristiche diverse), situati incredibilmente vicini al nastro d’asfalto dei viaggiatori frettolosi e distratti.

Si chiamano Hône, Bard e Donnas.
Ecco una miscellanea di immagini scattate rispettivamente in questi tre borghi:

Quello di Bard, a cui si riferiscono la quarta, quinta e sesta immagine della sequenza, è il più noto e turistico, per la presenza del suo imponente castello.

Il percorso francigeno aggira il castello, allontanandosi dal fondovalle con una micidiale salita.
Prima di affrontarla, faccio una pausa, accovacciandomi in un minuscolo anfratto ombroso.
Sono affaticato e accaldato, nonostante le frequenti bevute d’acqua fresca, e bagnate di braccia e viso nelle numerose fontane incontrate.

Mi rendo conto che il mio ottimismo sui tempi d’arrivo si sta rivelando errato in maniera clamorosa.
Devo spostare l’ora prevista d’arrivo a Pont Saint Martin dalle tredici alle quattordici, e più tardi dalle quattordici alle quindici.
Mi chiedo le ragioni di tanta difficoltà inattesa, visto che oggi il tributo allo smarrimento del sentiero è stato abbastanza ridotto.
Credo che il problema nasca dalla differenza della lunghezza calcolata su Google (da un estremo all’altro di ogni tappa) con il tortuoso (e pieno di saliscendi, almeno fin qui) percorso francigeno. Problema peraltro minimizzato nelle guide ufficiali, di cui ho avuto modo di diffidare fin dalla prima terribile giornata.
E poi c’è il caldo, a livelli record, a rendere la sfida ancora più dura.

Gli ultimi lunghi, interminabili chilometri, si svolgono lungo la statale.
Il mio albergo si trova all’altra estremità del paese, proprio al confine col Piemonte, costringendomi a una non richiesta visita turistica.
Un curioso sovrapporsi di palazzi:

ed ecco il ponte romano (sul fiume Lys) che dà il nome al paese:

e infine, dopo oltre otto ore dalla partenza, la meta agognata.

Mi attendono quattro piani di scale senza ascensore.
Il classico colpo di grazia!

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