26-6: Le montagne russe di Châtillon

“Le faccio i complimenti, signora, per l’ottima gestione dell’hotel.”
Sono le otto e mezza, quando varco la soglia di un albergo di altissima qualità a prezzi modici. Se programmate una gita al castello di Fénis, andateci; si chiama “Comtes de Challant”.
Poco prima, con ‘nonchalance’, avevo lasciato la sala che sembravo Benigni quando esce dal supermercato nel film “Johnny Stecchino”, con tutte le tasche e il marsupio pieni zeppi di frutta fresca e secca (da segnalare, questa volta, i grappolini di squisita uva da tavola), fette di ottimo pane semintegrale e fettine di caprino, insomma tutto l’approvvigionamento per una giornata di cammino intenso.

E prima ancora, era stata questa l’immagine del buongiorno dalla terrazzina della camera:

La prima parte del percorso odierno è una marcia di avvicinamento di un’ora e mezza, per ritrovare il tracciato standard francigeno, che corre sull’altro versante della Dora; avvicinamento ottimizzato per guadagnare terreno, fino alla località di Chambave.

Gran parte di questo tragitto avviene su una nuova graditissima pista ciclabile in sede propria, che inizialmente costeggia un lungo e vivace canale,

offrendo, sul lato opposto, una bella vista su grandi prati solcati da una ferrovia non elettrificata.

Un sole un po’ velato e molto afoso, nonostante l’ora mattutina, mi guarda frontalmente da Est.

Una curiosa sequenza di ponti appena sopraelevati sul livello dell’acqua:

prima di riaccostarsi per un breve tratto, dalla parte opposta, alla fascinosa Signora della valle.

Un po’ furtivamente, catturo l’unico gruppo di pedalatori che mi capita di incrociare,

prima che il mio percorso abbandoni la pista ciclabile per sfruttare un ponte sulla Dora, poco dopo aver valicato quello su un suo furioso affluente.

L’incontro a Chambave con l’itinerario francigeno avviene in maniera piuttosto eloquente…

Cerco di cogliere l’atmosfera di antica e suggestiva quiete di questo paesino,

superato il quale, il percorso piega a sinistra impennandosi improvvisamente a monte.
È la prima salita impegnativa che incontro, dopo tanta discesa dai nevai del Gran San Bernardo, e la fatica viene amplificata dal clima cocente.

In tempo abbastanza breve si guadagna altitudine e panorama.

Placatasi finalmente la salita, riprende il gioco che ho imparato a conoscere, cioè l’attraversamento di minuscoli borghi per viottoli stretti e tortuosi.

È già quasi mezzogiorno quando raggiungo l’abitato, e poi il centro, di Châtillon.

Sono passate già tre ore e mezza dalla partenza e mi sento molto trafelato.
Si impone la sosta di metà percorso a un bar.

Quello che vedete in primo piano è il solito succo di frutta, a fronte di chinotti ancora una volta presenti ma rigorosamente gelati.
Mi sto gelando anch’io, sotto la corrente di un ventilatore: mi accorgo di avere la maglietta insolitamente fradicia di sudore.
Estraggo dallo zaino quella di ricambio, vado in toilette e la indosso, dopo essermi rinfrescato e asciugato alla meglio.

Buone notizie mi arrivano da Google: ho già fatto più di metà dei ventuno chilometri previsti.
La realtà si presenterà poi, invece, molto, ma molto diversa…

Per pochi metri mi addentro nel centro storico, poi la Via Francigena fa un secondo scarto a monte, sulla sinistra, passando prima dalla chiesa parrocchiale, poi sempre più su.
Si riprende già a sudare…
In uno degli ultimi lembi un po’ edificati lungo il sentiero vedo un tipo, sulle prime mi sembra malinconicamente un bambino, che sta giocando da solo a bocce.
Sferra senza successo una bocciata proprio mentre sopraggiungo.
“Mancata!” gli faccio.
Si gira con un sorriso; non è un bambino, ma un uomo sulla quarantina, dal fisico molto asciutto.
“Bisogna allenarsi di più” rincaro scherzosamente.
Lui gradisce: “Eh sì,” ribatte, “ogni cosa nella vita è frutto di molto lavoro…”

Sono attimi giocosi che precedono la parte più sofferta di questa mia terza giornata di cammino.
Il tragitto, ancora una volta marcato da segnali a singhiozzo (a volte fin troppi, a volte assenti o sostituiti da frecce multicolori, o indicatori di altri lunghi itinerari) continua a salire sempre più.
Consulto gli strumenti cartografici a disposizione e decido di tornare indietro, alla ricerca di una deviazione verso una strada che corre più bassa nella direzione giusta.
La trovo, e dopo un po’ che la percorro ho la lieta sorpresa di ritrovare i segnavia con l’effigie del pellegrino.
Ma i guai non sono finiti.

Riportato nella boscaglia, seguo in discesa un sentiero sempre più infrascato, per finire poi nuovamente su una strada regionale. È quasi un sollievo: di qui Google Maps mi porterà a destinazione, e al diavolo il pellegrino stilizzato nei segnali.

Con questa decisione, e la sensazione di aver sprecato un sacco di tempo e fatica, procedo con ritrovata baldanza.
Tanto che a un certo punto, guardando in alto, intuisco che il sentiero francigeno non può essere lontano, vista la scarpata più sopra, e la tentazione di provare a raggiungerlo nuovamente mi si riaffaccia.

“Sono o non sono Indiana Franz?”.
Mi butto a quattro zampe, superando piccoli salti e recinti, nella risalita e alla fine, faticosamente, lo ritrovo.

Proseguendo, capisco che è associato a un percorso molto ben segnalato, con tanto di tempi di percorrenza, che, dopo aver aggirato in modo aereo l’abitato di Saint Vincent, porta alla chiesa di Montjovet, non lontano dal mio bed and breakfast “Chez Milliery”.

Mancano, secondo i segnali, oltre due ore alla meta.
La fatica è già tanta, ma ora almeno mi sento sicuro sull’itinerario.
Un percorso estremamente vario, che alterna zone abitate con strade asfaltate a stradine nei boschi.
E ancora molti massacranti saliscendi.

Ve lo racconto per immagini:

Come un bambino, prima di fotografarlo, mi lascio inzuppare da quel potente getto d’acqua, ed è gioia pura.
Non solo, ma per recuperare il cappellaccio che mi è volato via, mi tocca fare il bis della fantastica doccia.

E la faticaccia volge al termine: eccomi in vista di Montjovet.

Ho avvertito la signora Ornella, che mi ha dato appuntamento nella piazzetta della frazione Vignola, e, quando la vedo arrivare, vuole assolutamente portarmi lo zaino fino alla graziosissima casetta, dove mi offre un’intera caraffa di tè freddo (ma non troppo) e dolce (ma non troppo), e una piacevolissima chiacchierata.

Tutta la fatica si è gia magicamente dileguata.

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25-6: La Dora e il Castello

Il naso intasato, ieri sera, cominciava a minacciare pericolosamente un’altra veglia pellegrina, ma per fortuna, in tempi brevi, il semaforo che regola il traffico del respiro ha dato il verde e ho potuto dormire.
Un sonno profondo, del tipo che al risveglio, per alcuni attimi, non hai idea di dove ti trovi e, quando poi ti alzi, ti senti rigenerato.

Colazione alle sette e mezza, come mi aveva indicato la non troppo loquace proprietaria dell’albergo.
Avevo letto nelle recensioni di un ricco buffet, ma la realtà supera le aspettative, per varietà, qualità e abbondanza. C’è anche tanta frutta (perfino delle ottime ciliegie), di cui faccio incetta, imboscandone pure una parte.

Quando sono pronto per partire, a farmi il conto compare l’anziano marito, l’altra faccia della medaglia. Come in tante coppie in cui i caratteri si compensano, lui è estremamente socievole e cerca la conversazione.
Stento a farmi intendere, quando gli accenno a recensioni e mappe trovate in rete, e anzi mi tocca accettare un inutilissimo foglio con indicazioni stampate sulla Via Francigena.

Ma, quel che è peggio, poco dopo mi scorge titubante con gli occhi sul tablet e l’andatura ondivaga.
Avevo a lungo impostato le mie mappe per riguadagnare il percorso canonico (…mai aggettivo fu più adatto!) e un po’ di piccoli tentativi ed errori fanno parte del gioco.
Dall’alto del cortile sento tuonare i suoi consigli.
Nonostante i quali alla fine ne vengo fuori.

La parte iniziale del percorso, in una mattina afosa e velata da un po’ di foschia, si svolge in una zona rurale e di piccoli sobborghi, periferica rispetto alla città di Aosta, che campeggia vicina sul versante opposto.

Dato che il tracciato ufficiale fa tappa in quella città, avevo segnato nelle mie note di abbandonarlo in località Signayes e di puntare con Google Maps verso l’Ospedale Beauregard, nei pressi della statale principale, dove avrei potuto ritrovarlo.

Fino a Signayes le indicazioni lungo il percorso oggi sono abbondanti, tanto che presto smetto le laboriose operazioni di consultazioni comparate, fra mappe della traccia satellitare (scaricate dal sito) e Google Maps.
Come ieri, è un vero divertimento seguire le apparenti bizzarrie del mio filo d’Arianna, che passa rasente cortili, imbocca viottoli che sembrano senza uscita e, insomma, fa… i miracoli per evitare le vie percorse dai mezzi motorizzati, sfruttando tutte le stradine di campagna.

Noto soltanto che, dal punto di vista acustico, che riveste per me una grande importanza, in questa zona non c’è mai il senso di quieto e totale abbandono. Sono sicuro che nelle future tappe prima o poi lo ritroverò.

Giunto alla località strategica, come previsto punto il navigatore sull’ospedale.
Anche Google Maps, in modalità pedone, fa quello che può per evitare le strade trafficate; peccato che a volte ti porti fino a proprietà private dal cancello invalicabile.
La cosa mi costa oggi un aggravio di un buon quarto d’ora ed energie spese in una risalita. Poco male.

In compenso ho la sorpresa di ritrovare, ai bordi di una strada, quasi un vecchio amico che, un paio d’anni fa, mi aveva spesso generosamente tenuto compagnia:

un albero di mirabolani, ricco di frutti maturi, che mi metto subito a raccogliere per integrare la provvista mattutina.

Durante il raccolto, da un’automobile in corsa sento rivolgermi un urlo forte e gutturale.
Mi ci vuole qualche attimo per decifrarlo: un buontempone (per usare un eufemismo), mi ha gridato: “Non rubare!”
Quanta tristezza. E quanto presumibile dolore soffocato, in chi non trova di meglio da fare e da dire.

Quando, alla fine dei suoi bravi tentativi, Google Maps si rassegna definitivamente allo strapotere della trafficata statale, non me ne dispiace: dopo la maratona di ieri, oggi mi sta a cuore arrivare alla meta in tempi ragionevoli.
E via a passo di marcia, un chilometro dopo l’altro.

Quando consulto nuovamente il navigatore, l’ospedale (e con esso il ricongiungimento con la Via Francigena standard) è già superato.
In compenso mi viene proposta, proprio da quello stesso punto, una felice via alternativa che passa al di là del fiume.

Sono a metà percorso. Non faccio in tempo a formulare nella mente la parola magica “bar” che, a differenza di ieri, ne compare immediatamente uno, grande e moderno

e gestito da una giovane proprio niente male: capelli corti un po’biondi un po’mori, occhiali, fisico snello e molto femminile.

Ma la cosa sconvolgente è che mi dice subito di sì, alla mia proposta oscena: “Ce l’hai un chinotto?”
Galvanizzato dal successo, rincaro la dose: “C’è anche non freddo?” e a questo punto, ahimè, ricevo l’inesorabile due di picche, cioè il solito succo di frutta…

Dopo la pausa, riprendo il cammino fino all’incontro con un’altra signora, che corteggerò, anzi costeggerò, molto a lungo, sia oggi che nelle prossime tappe.
Si chiama Dora, e di cognome fa Bàltea.

Al di là del fiume, e lungo il suo corso accompagnato da correnti d’aria fresca, mi aspetta una piacevole sorpresa:

una pista ciclabile in sede propria, tranquilla, piana e rassicurante.
Rari passaggi di ciclisti e cicliste solitari.

Dopo un lunghissimo tratto, la pista punta ad attraversare nuovamente il fiume e Google allora mi fa deviare, nei pressi di un affluente,

su una strada secondaria, che mi regala nuovi scorci panoramici.

La fatica comincia a farsi sentire anche oggi, sia pure molto meno di ieri.

È comunque un bel sollievo avvistare finalmente l’abitato di Fénis,

il suo magnifico castello,

e infine il bellissimo albergo che ho prenotato.

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24-6: La lunghissima discesa verso Aosta

Aveva ragione Google, i miei sospetti erano fondati e il timore d’incominciare il viaggio con una massacrata si sono puntualmente verificati.

Sia le due guide cartacee che ho avuto a disposizione nei mesi scorsi, sia, soprattutto, il sito ufficiale della Via Francigena, riportano un errore clamoroso, per difetto, nella dichiarazione di lunghezza chilometrica delle prime tratte. Per giunta, nei giorni in cui andavo preparando il progetto, Google Maps si rifiutava inspiegabilmente di fornire i chilometraggi dal Passo del Gran San Bernardo.
Insomma, una specie di congiura ha fatto sì che, oltre ai temuti milleseicento metri di dislivello in discesa, alla fine abbia dovuto percorrere trentuno chilometri invece dei ventuno previsti. Ci ho messo otto ore, comprese le soste, dalle 6.50 alle 14.50, da un’alba al freddo delle nevi dei quasi duemilacinquecento, al sole cocente a picco sull’asfalto dei novecento metri.
Proprio un bell’esordio, a cui va anche aggiunta la nottataccia precedente.

Ieri sera alle otto, dopo la pubblicazione dell’articolo di prologo, mi sono chiuso nella camerata deserta: il mio coinquilino era giù a cena (lui evidentemente si era fatto convincere…) e altri non erano per fortuna arrivati.
Più per abitudine che per appetito ho mangiato qualcosa: fette biscottate, olive di Cerignola, nocciole.
Poi mi sono coricato sotto la spessa coperta bordeaux in dotazione, anche per riscaldarmi, avendo preso un po’ di freddo nei locali dell’ “Hospice du Grand Saint Bernard”.

Alle nove è arrivato anche l’altro, che silenziosamente si è pure lui infilato nella branda.
Alle nove e mezza lo sentivo già dormire, cosa che avrebbe poi fatto ininterrottamente per tutta la notte, come peraltro un tizio, giovane e alto, che a sorpresa è venuto a farci compagnia all’una.
L’unico sveglio, ora dopo ora, ero io, in preda a una fastidiosa, persistente nevralgia e lievi borbottii della pancia.
Certo, un salto di duemila metri da Aosta al passo non è molto fisiologico, ma non pensavo di pagarlo in tal modo.
Ho dormito un’oretta, dalle quattro e mezza alle cinque e mezza, poco prima di alzarmi, se non altro guarito dal mal di testa e neanche troppo assonnato.

Questa è la sala attrezzata per la colazione dei mattinieri:

e queste, poco dopo, alcune immagini del palcoscenico della mia partenza:

Lo spettacolo entusiasmante che mi circonda, nel silenzio di quest’ora, e il sollievo di sentirmi abbastanza bene dopo una notte difficilissima, rendono lievi e veloci i miei passi lungo la statale.
Rinuncio volontariamente a cercare eventuali varianti all’asfalto, indicate dalle tracce satellitari scaricate dal sito. In queste condizioni di isolamento quasi totale, la strada è proprio l’ideale per procedere rapidamente e senza fatica in discesa.

A tanta neve corrisponde tanta acqua, che corre vivace verso valle.

Col passare del tempo non sono più solo: passano, di tanto in tanto, vetture o motociclette di turisti stranieri o veicoli di servizio, a ritmo comunque inizialmente molto rarefatto.
Più tardi incrocerò, trafelati in salita, i primi ciclisti, coi quali ci si scambia infallibilmente un saluto espansivo.

La vegetazione, intanto, rifà la sua comparsa: boschi di conifere e prati fioriti.

Appena defilato, rispetto alla statale, ecco il primo minuscolo paese, Saint Rhemy.

Qui, visto che il traffico sulla strada principale continua gradualmente ad aumentare, mi lascio tentare da una deviazione segnalata con il logo della Via Francigena.
Sarà un intermezzo campestre di un’ora, fra i due lunghi tragitti su strada percorsi oggi.

Come è giusto che sia, la ricerca di alternative pedonali alla strada si rivela senza mezzi termini: mulattiere, sentieri stretti e passaggi improbabili, in cui sembra di entrare in casa d’altri. Divertente.
Un po’ meno, invece, un sentiero in ripida discesa a cui segue un lungo tratto pianeggiante e poi in salita!
La segnaletica a volte è fin troppo abbondante, fino al limite di alcune impronte di scarpa stampate a colori su un breve tratto d’asfalto fra le case, molte altre volte invece è carente e lascia dei dubbi.
Certo attrezzare una via lunga più di mille chilometri non è cosa facile, ma mi aspettavo di più, anche dopo l’esperienza, lo scorso agosto, di un tratto della ciclovia Monaco-Venezia, segnalata continuamente lungo il percorso.

A complicare ulteriormente le cose, rispetto alle attese, la scarsa efficienza delle mappe con le tracce satellitari. Si può richiedere il puntamento della posizione attuale, ma solo in maniera statica e con approssimazioni ed errori esagerati.
Ho intenzione, fra oggi e domani, di cercare un’applicazione di navigatore fuori-strada che prenda in carico i miei tracciati.
Credo che ne esistano; un po’ di pigrizia e un po’ di tendenza ad arrangiarmi mi ha impedito di farlo finora, ma sembrerebbe proprio diventato necessario.

A differenza della statale e prima che vi si riimmetta, il tracciato standard che seguo ora attraversa un quieto e luminoso centro abitato, dal nome quasi uguale al precedente (giusto per confondere le idee): Saint Rhemy en Bosses.
Qui, davanti a un cortile, qualcuno ha attrezzato un tavolino con generi di conforto e ristoro a uso dei pellegrini.
La gratuità ha sempre un effetto dirompente, ma mi limito a fotografarlo, perché non mi sento calato nei panni del pellegrino;

anzi, visto che fra ieri e oggi mi sono sentito chiamare o definire così già due o tre volte, mi sono abituato a rispondere che no, sono solo un camminatore.

Ritrovata, con un po’ di fatica, la rassicurante statale, riprendo a percorrerla già un po’ stremato dai chilometri percorsi, e con le piante dei piedi dolenti.
Deciso, è il momento dell’arma segreta: una sosta al bar.

Il paese di Saint Oyen è ormai a portata di zampe: potrò fare il punto della situazione, dissetarmi, riposare le gambe e dare un’occhiata su Facebook.

L’apparenza inganna: quelle bandiere annunciano un hotel-ristorante, dove già quattro giovani motociclisti italiani attendono il pranzo in un tavolino sul terrazzo, ma niente bar. E proseguendo, ancora niente, fino alla triste fine del paese. Proseguire, indolenzito e deluso.

Il paese successivo, Etroubles, non dista molto ed ecco che, questa volta, i miei occhi catturano, un po’ a valle, un’inconfondibile scritta “Bar” accanto a “Ristorante”.

Il locale è deserto, ma presidiato da un distinto signore che sembrerebbe dietro il banco solo per me.
“Ce l’ha un chinotto?”
Ovviamente no; ripiego su un succo di mela non freddo, con un’energetica brioche.

Mi metto comodo, poi consulto Google Maps: a Gignod mancano ancora otto chilometri: più di un’ora e mezza. Sarà ancora dura.
Appena esco dal locale, le gambe sembrano non rispondermi più, ma dopo qualche passo ritrovo un’andatura soddisfacente.
L’aria si mantiene ventilata, a mitigare il sole altissimo nel cielo solstiziale.

Evito di consultare le segnalazioni chilometriche ai lati della strada, e anche l’orologio.
Mi si è scatenato anche un forte raffreddore allergico, che mi terrà compagnia fino a sera.

Il tratto di niente prima di Gignod è abissale, e quando poi comincia l’abitato, si rivela beffardamente come un arcipelago di frazioni molto sparse.

L’albergo è segnalato lungo una deviazione dopo la sede del comune.

Col naso che cola e le gambe che chiedono pietà, vedo infine comparire l’agognata destinazione della prima tappa.

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