1-9: A briglie sciolte fino a Padova

È piovuto tutta notte, sulle case e le ville del piccolo nucleo di Fiumicello di Campodàrsego, e le ultime previsioni dell’ARPA-Veneto attribuiscono ancora, per la mattina, l’ottanta per cento di probabilità di pioggia, in forma di rovesci e temporali.

Quando mi sveglio, però, c’è silenzio oltre le persiane e quando le apro il panorama è incoraggiante.
Bisogna fare presto, a prepararsi e a fare colazione, per sfruttare questa tregua e guadagnare chilometri, dei diciotto previsti oggi.
L’amica Barbara, di cui sarò ospite a Padova, mi aspetta per pranzo, obiettivo a portata di gambe, se le condizioni del tempo non mi ostacoleranno troppo.

Quando saluto definitivamente la gentile affittacamere mancano pochi minuti alle otto

e l’atmosfera, nell’aria fresca e limpida, e nel cielo che mostra zone d’azzurro, è di quiete dopo la tempesta.

Sono partito a passo molto spedito per le strade larghe e tranquille del piccolo centro abitato.
C’è grande armonia, tutto intorno, e, dentro me, uno stato d’animo di gioia profonda, riconoscente e festosa.

Dopo la vicina frazione di Sant’Andrea,

mi immetto, come un aereo che si è portato sulla pista di decollo, lungo un percorso rettilineo che attraverserà altri due piccoli paesi: Reschigliano e Meianiga, prima di entrare nell’area metropolitana della “città del Santo”.

Nuvoloni scuri tendono ora a infittirsi. La facilità del tragitto agevola il compito di rubare tempo e strada ai temuti acquazzoni; ad ogni buon conto, sorveglio l’andamento sulle mappe analitiche che ho salvato nel tablet.

Non sono ancora le nove e mezza quando, in prossimità di Cadòneghe, vedo rapidamente mutare il paesaggio in tonalità urbana.

Il mercato attrae la cittadinanza, animando la piazza in questo sabato mattina.

Più avanti, a Pontevigodàrzere, compare questo bel tram azzurro in sede propria.

La tentazione di ritenermi già vicino alla destinazione sarebbe forte, ma mi rendo conto che i chilometri sono ancora molti: non sono ancora giunto nel centro abitato e nella estesa periferia di Padova, poi dovrò attraversare completamente la città.

Il tempo sembra garantirmi ancora tregua, mentre continuo a sfidarlo senza rallentare.

La zona periferica, benché un po’ meno assillante di quella di Treviso, mi toglie lungamente la voglia di scattare fotografie.
Voglia che si riafferma prepotentemente quando raggiungo la lunga sequenza di corsi pedonali del centro storico.

Mi decido ad avvertire Barbara che son riuscito a viaggiare veloce e prevedo di arrivare prima di mezzogiorno.

Cerco di suscitare ricordi di luoghi frequentati nei dieci anni vissuti per lavoro, da pendolare settimanale, in questa importante città e ho la strana sorpresa di trovarne pochissimi.
Scopro oggi per la prima volta, quasi mi vergogno ad ammetterlo, quanto lunga ed estesa sia la zona pedonale nella direttrice da Nord a Sud, mentre io mi limitavo a passeggiare, di tanto in tanto, nel tratto fra le Piazze e il Canton del Gallo.

Uscito dalla zona pedonale, ho l’improvvisa vaga sensazione di riconoscere i portici sotto i quali, nei primi anni in orario serale, portavo a compimento, con uno sprint finale, il mio allenamento podistico settimanale sugli argini dei canali, e mi sembra di riconoscere anche il cortile d’entrata del residence dove alloggiavo; entro a controllare i campanelli, niente, poi, poco più avanti, il nome della strada. No, non siamo in via Belzoni.

Mi sento ospite di un bellissimo teatro e non di quella città in cui non mi calai mai come sarebbe lecito aspettarsi e dal cui ricordo (a tinte ben più opache), ora mi sento finanche espropriato.

Anni bui, dedicati anima e corpo a un’attività professionale nevrotizzante, con la coscienza di stare stringendo i denti, ancora e ancora, per un futuro in cui avrei dismesso quell’abito inautentico e avrei conquistato la libertà.

Nei panni di chi ora quella libertà e i suoi abiti autentici ha infine conquistato, al costo del sacrificio di molti anni di vita già matura, mi ritrovo a passare da estraneo, e quasi senza manco la necessità della riconoscenza, per le vie di quello stesso centro storico.

Ma Prato della Valle, che mi si spalanca davanti d’improvviso, quello sì, inevitabilmente, risuona uguale a sè stesso.

Bisogna proseguire ancora sulla stessa direttrice; per la prima volta dopo tre ore di cavalcata rallento l’andatura a un ritmo più calmo e rilassato.

Il ponte del Bassanello, con il suo contorno di invariato traffico caotico, mi fa accedere a una zona di prima periferia piacevolmente verde e abbastanza tranquilla.
Ho rimandato fin qui l’acquisto di una bottiglia di vino buono per evitarne il peso e l’ingombro, ma temo di aver esagerato.
Poi mi appare un gruppo di negozi e c’è anche, insperatamente, un’enoteca.
Ne esco con un Refosco racchiuso in una bella confezione.

Anche se quest’ultima mi intralcia le operazioni, mi concedo il lusso di risvegliare la bestiaccia per farmi accompagnare con sicurezza all’indirizzo di destinazione e così, alle undici e quaranta, suono il campanello della mia amica, poco prima che un tuono faccia sentire il suo brontolio.

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31-8: Incontri in terra padovana

Da oggi, venerdì, fino a lunedì, è atteso il passaggio di una nuova perturbazione, che dovrebbe colpire soprattutto durante il fine settimana.

Alle sei e mezza, quando mi alzo, do subito un’occhiata fuori.

Il sole si è levato malaticcio, ma la situazione sembra più che accettabile.

Lascio l’agriturismo, fra una cosa e l’altra, che sono già le otto meno dieci.

Nuvolaglia diffusa, e aria molto umida.

Il salvataggio delle mappe dettagliate che serviranno a minimizzare i risvegli della bestiaccia (il devastante navigatore), è sempre l’ultima operazione notturna che faccio prima di dormire. Ed è molto complicata, perché bisogna spingere due tasti in modo perfettamente sincronizzato, cosa che, con Google Maps attivo, riesce di rado, causando imprecazioni a dismisura.
La scorsa notte, armato di santa pazienza, ho voluto aumentare il livello di dettaglio (e di conseguenza il numero) delle stesse: così facendo aumenta il numero dei riferimenti utili.

Oggi ho dunque un nuovo antidoto al problema più serio e ricorrente che ho incontrato in questa prima settimana di viaggio.
Capisco subito che le cose andranno meglio, anche se, per ritrovare la ciclabile Treviso-Ostiglia oltre il confine con la provincia di Padova che ho appena valicato, ho bisogno della conferma di un residente, impegnato nel suo giardino.

Ed ecco finalmente l’imbocco della vecchia sede ferroviaria, che percorrerò per un altro tratto.

Gli incontri piuttosto frequenti con ciclisti muniti di caschetto, altri più alla buona, e poi con podisti e camminatori di vario genere, mi fa pensare che, almeno in questa precisa circostanza, siamo in tanti a goderci la libertà di movimento.
Con i camminatori (più raramente con i ciclisti) viene spontaneo scambiarsi un saluto e spesso un sorriso.
Che arma rivoluzionaria e socialmente destabilizzante, il sorriso!

Al di là delle pareti di alberi sottili, la natura offre nuovi spettacoli.

Anche lungo il tracciato sicuro e rettilineo dell’antica ferrovia, noto che il livello di controllo del mio percorso oggi è decisamente aumentato.

Identifico senza problemi la mia uscita dalla ciclostrada, poi la via d’accesso a una strada regionale e poi ancora il bivio per una provinciale.

Ma ciò che mi entusiasma al massimo grado è azzeccare, senza l’aiuto del navigatore, una di quelle strade minori, sterrate e improbabili, che ogni tanto Google infila nei tragitti.

La motivazione e il senso di appagamento di queste speciali giornate di viaggio sono tornati a livelli ottimali, dopo due tappe difficili e faticose.
Ma oggi mi aspettano ancora un po’ di sorprese.

La stradina sterrata si è presto rivestita di asfalto, poi è sfociata nella rete viaria più consolidata.

Lavori stradali impongono un senso unico alternato.

Ancora l’immissione in una via più larga e importante, benché non molto trafficata, sotto un cielo che va ingrigiendosi.

Cammino, insolitamente, sul ciglio destro, quando un’auto che mi ha sorpassato rallenta improvvisamente, si arresta, mi attende e abbassa il finestrino.

“Ha bisogno di un passaggio?”
Non è la prima volta che mi tocca schermirmi:
“No, grazie, cammino volentieri.”
Inaspettatamente, il conducente getta la maschera e manifesta grandissimo coinvolgimento e apprezzamento nei miei confronti.
“Spostiamoci là” suggerisco io, “in quello slargo, che facciamo due chiacchiere.”
Accetta di buon grado e riparte per quelle poche decine di metri, poi parcheggia e scende per aspettarmi.
Quando sono ormai vicino gli chiedo: “Posso fotografarla?”
Accetta senza problemi.

Roberto, questo il suo nome, vuole sapere di me e di questa mia esperienza, ma ancora di più ha un bisogno impellente: manifestare e sfogare la sua esigenza ormai irrinunciabile di cambiare vita, nel segno della libertà, ma in modo veramente drastico, se è vero il suo sogno di vagabondare senza più limiti, per sempre.
La conversazione procede molto fitta, dice che sono il suo maestro, lo correggo no meglio compagno di strada, concorda; da giovane girava in bicicletta, lui figlio di un ciclista professionista, poi ha capito che camminare è meglio, e cita le imprese in Istria di un suo conoscente. È un fiume in piena, mi racconta dei passaggi chiave della sua giovinezza, fra cui il fatto che fu dissuaso dal farsi prete perché gli piacevano troppo le donne.
Fra un discorso e l’altro riesco a buttare là una parola-chiave: sincronicità. Mi guarda un attimo e mi fa: “Conosci Massimo Teodorani?”
“Sì ogni tanto lo seguo in internet.”
Lui dice di conoscerlo dall’infanzia e che si sono rivisti di recente e commossi coi lacrimoni.
Vorrei dirgli dei miei veri e recenti maestri, di stampo per così dire spiritualista-razionale, ma mi trattengo.
Alla fine mi chiede il numero di telefono, per scrivermi in WhatsApp; non ho difficoltà, percepisco la sua schiettezza.
Ci stringiamo la mano poi mi dice un’ultima cosa, mi consiglia di camminare sul lato opposto, sai, usano i telefonini mentre guidano, è un momento solo.
Forse, penso dopo, e magari avrei potuto dirglielo, stavo a destra proprio per favorire quest’incontro casuale…

Seguo il suo consiglio, attraverso la strada e riprendo il cammino.

Le mie preziose mappe statiche mi conducono a Fossalta,

poi lungo un rettilineo senza riferimenti, che mi rende difficile imbroccare la prevista deviazione a destra.

Fermo un ciclista anziano, con le braghe corte e una casacca da lavoro: “Scusi è Zenson questo gruppo di case?”
Mi guarda un po’ storto, non conosce quel nome, ‘mi son de Masansago’, poi, sempre più provocatorio, mi chiede da dove vengo quanti anni ho e perché “cammino a vuoto” invece di lavorare.
“Mi,” afferma arrogante, “gò setantadue anni, gò una pension da mileotocento euro, ma continuo a lavorare diese ore al giorno per rendermi utile e non capisco perché uno deba caminare a vuoto invece di lavorare.”
“Il lavoro è una schiavitù da cui mi sono liberato un anno fa,”
“No, il lavoro s’è una scelta di libertà.”
“Forse nel suo caso è una scelta, ma la gente di solito è costretta a lavorare per la pagnotta.”
Insiste, stizzito: “Perché camina?”
Solare, gli rispondo: “Perché mi piace, Mi fa sentire libero.”
E allora lui sputa il veleno: “S’è il lavoro che fa sentirsi utili, altrimenti si è dei parassiti.”
Gli allungo una inaspettata, veloce e forzata stretta di mano: “.La saluto arrivederla” e senza guardarlo in faccia me ne vado.
Lo sento, ormai dalle mie spalle, dire: “Se l’è presa a male…”

Strana accoppiata di incontri, uno il contraltare dell’altro, ma ora mi sento in corpo tutto il fiele che mi ha iniettato quel piccolo, meschino potenziale vice-gerarca fascista.

E, dopo un po’, mi rassegno anche a consultare il famelico navigatore.
Con i suoi tempi, mi conferma che ho mancato il bivio e mi propone un nuovo itinerario dritto fino laggiù al paese di Massanzago, e poi a destra.

Nuvoloni scuri, e qualche tuono, sul cielo di Massanzago.

C’è un supermercato, decido di fare un po’ di spesa per la cena.
Metto nel piccolo carrello un peperone rosso infilato nel sacchetto biodegradabile, poi cerco fra gli scaffali qualcosa di pronto e vegetariano, quando vedo che in fondo c’è anche il banco della gastronomia.

Mentre mi aggiro davanti al banco alla ricerca di qualcosa di buono, sento che qualcuno mi suggerisce di prendere il biglietto numerato.
Sono poco fisionomista, ma avverto al volo che quel qualcuno è proprio, di nuovo, lui.
“Ci si rivede” butto là.
Questa volta, e anche alla cassa, dove mi finirà dietro, avverto che è diventato rispettoso.
Lo ignoro e non abbiamo più contatti di sorta.

“Eh, s’è meso a piovere” sento cantilenare una signora verso la cassiera.
Appena fuori studio la situazione.
È il caso di cambiare assetto, magari parzialmente.
Mi allontano dal supermercato e, protetto da un tendone mentre la pioggia si infittisce, mi copro dalla testa ai piedi, zaino compreso.
È un’operazione lunga, ma alla fine posso regolarmente rimettermi in marcia, con le gocce che picchiettano violentemente il mio cappuccio.

La pioggia non durerà molto e il caldo umido che la sostituirà mi costringerà a cambiarmi nuovamente.

Il resto della tappa odierna, per immagini, è fatto da lunghissimi rettilinei più o meno privi di traffico, e morbidi paesaggi, prima e dopo il paese di Borgoricco.

I rettilinei aumentano il senso di affaticamento, dando l’impressione di non finire mai.
In compenso ormai è impossibile sbagliare strada e porto con me, nel raggiungere il mio alloggio, la ricchezza di una nuova irripetibile ricchissima giornata di cammino.

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30-8: La vecchia ferrovia Treviso-Ostiglia

Ancora qualche difficoltà di troppo, in questa sesta tappa, la seconda nella pianura veneta.

Esco alle otto dal mio alloggio; come ieri, l’aria non è limpida e ci sono un po’ di arabeschi nuvolosi nel cielo.

Questa volta non ho difficoltà a imboccare l’itinerario corretto.
Mi accorgo di cammminare senza lo slancio che vorrei: evidentemente sto scontando la fatica di ieri.
È la classica ora di punta, lo si avverte nel convulso sottofondo acustico, di chi va o viene da Treviso, che dista pochi chilometri da qui.

Per fortuna esistono le piste ciclabili.

L’itinerario dovrebbe evitare la vicina città, tagliando a Ovest in direzione dell’aeroporto, ma non riesco a individuare la deviazione giusta e mi rassegno ad assecondare la corrente, come in un fiume attratto dalla forza centripeta.
Senza questo errore, la giornata avrebbe avuto probabilmente un decorso molto più semplice, almeno nella prima metà.

Faccio comunque di necessità virtù, approfittando del primo sportello bancomat e poi del primo supermercato.
Spesa ridotta al minimo, per non appesantire lo zaino: alcune prugne (a maturazione medio-alta…), una salsina di olive e capperi e due bustine di semi di zucca sloveni. Non è dato sapere perché non si trovino mai quelli nostrani.
Non essendo stagione per le nostre noci, ecco esposte quelle della vicina Australia…

Se, come sarebbe giusto, il prezzo tenesse conto dell’impatto ambientale, costerebbero venti volte tanto e, come sarebbe giusto, nessuno le comprerebbe. E finalmente smetterebbero di essere commercializzate e dunque di volare per mezzo mondo.

Imbracciato lo zaino, proseguo lungo lo stradone principale per un tempo infinito, immerso nel movimento e frastuono nevrotizzante, e ripetutamente bloccato da una congiura di semafori rossi.

Uscirne sembra facile, ma non lo è affatto.
La bestia oggi è un po’ meno vorace di corrente elettrica, grazie alle buone condizioni di connessione, ma non cambiano i suoi assurdi tempi di risposta.
Ogni volta che faticosissimamente ottengo la videata con l’itinerario, la catturo con uno “screen shot” per potermi sconnettere immediatamente.
Ma di lì a poco ricado sempre nuovamente nel dubbio.
Lo spettacolo d’arte varia, poi, dà il massimo quando, sulla mappa opportuna, non viene indicata correttamente la mia posizione per un tentennamento cronicizzato della funzione satellitare.

Ripeto l’interrogazione indicando una laterale di fronte e ho una strana sorpresa: l’itinerario cambia completamente e percorre a lungo una via minore, quella per Boiago.
Colgo al volo l’occasione e mi ritrovo di colpo nella quiete della prima campagna.
Sono già le undici e un quarto, sto tenendo una velocità oraria terribilmente bassa, ma finalmente sono uscito dalla bolgia.

Bisogna trovare l’accesso al percorso della vecchia ferrovia Treviso-Ostiglia, trasfornato in pista ciclabile proprio come la Calalzo-Dobbiaco.
Ci riuscirò solo con l’indacazione fornitami da un gentile signore, comparso sul proprio terrazzo esattamente per questo…

Una lunga, ombrosa galleria di alberi dà il via e il benvenuto alla seconda parte della mia odierna giornata di cammino.

Procederò come un lento ma inarrestabile treno, ora,

con la compagnia di saltuari ciclisti, podisti, csmminatori. Ben altro genere di traffico.

Una foto alla vecchia stazione di Quinto di Treviso, al di là della parete di giovani alberi.

Poi, davanti a me e sempre più vicino, sarà impossibile evitare il sorpasso, lo vedo procedere, con un grande zaino pieno di oggetti esterni (fra cui svettano un piccolo mandolino e un tamburello), a passo molto misurato, anche a causa dei suoi piedi nudi.

Sarei pronto a scommettere che questo hippy fuori dal tempo mi rivolgerà la parola, e ne ho poca voglia; mentre lo affianco, invece, si limita a salutarmi con un bel sorriso sul suo viso sereno e giovanile.

Poi, mentre già l’ho rapidamente allontanato dopo il sorpasso, lo sento cantare con voce impostata e, forse, anche un po’ di esibizionismo.

A lungo andare, in direzione ostinata e diritta, subentra una lieve ossessione, unita alla difficoltà di capire a che punto mi trovo.
Mi decido a risvegliare la bestia, alimentandola anche, visto lo scarso segnale, con il piccolo supporto di energia aggiuntiva.

Mancano otto chilometri, cioè quasi un paio d’ore. Speravo meglio, per le mie condizioni di affaticamento e di arsura.
Sono indeciso se fare tutta una tirata o andare a cercare una sosta ristoratrice in un bar.
All’altezza di Santa Cristina propendo giustamente per la sosta.
Uscito per una delle strade che di tanto in tanto tagliano la pista, trovo subito una coppia presso il garage della loro villa e chiedo se c’è un bar vicino.
Ho fortuna, c’è.

Le strade del paesino sono pervase da una quiete ben lontana dal frastuono delle prime ore di cammino.

Nel bar, gestito da una piccola ragazza cinese, chiedo un chinotto e una presa di corrente.
Nessun problema per la seconda; il primo devo barattarlo con quest’altra bibita, rigorosamente fuori frigo.

In bagno lavo le prugne e, già che ci sono, le mangio. Non sono australiane, ma non sanno di niente, tipica frutta da supermercato.

Dopo la breve sosta riguadagno, con le gambe indolenzite, la sede della vecchia ferrovia, che, nel tratto per me conclusivo, mi regala i paesaggi più belli.

Non bisogna sbagliare l’uscita dalla ciclostrada.

Scopro, sull’ultima mappa scaricata, un riferimento prezioso: un piccolo torrente in corrispondenza con la strada da imboccare.

Ed eccolo!

Senza bisogno di risvegliare l’animale, riesco a seguire passo passo, curva dopo curva, il percorso di avvicinamento al mio agriturismo.
Il silenzio incantato della campagna mi permette di ascoltare il suono dei miei passi.

Bisognava aspettare il finale di questa lunga sesta tappa per ritrovare, pur in condizioni di grande affaticamento, le sensazioni più magiche che talora mi regala il mio peregrinare.

Non dura molto: una piana con alcune case sulla destra e una grande fabbrica sulla sinistra mi conduce all’incrocio con la via di Scandolara, dove presto compare la mia altezzosa residenza odierna.

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