26-8: Il percorso ciclabile continua lungo il Piave

Un misto di delusione e irritazione segna l’inizio di questo secondo giorno, quando apro la porta-finestra e vedo e sento il ticchettio della pioggia: le ultime previsioni sul decorso di questa importante perturbazione mi avevano fatto sperare di partire all’asciutto.
Mentre faccio colazione, poi, la signora rincara la dose: “Hanno scritto che durerà fino a mezzogiorno.”
Inutile prendere tempo, anche perché oggi mi aspettano ventisei chilometri di cammmino.

Regolati i conti e completata la bardatura da pioggia, esco che sono già le nove meno dieci.

Ripercorro in discesa la strada fino a Perarolo e questa volta entro in paese, là dove un Boite limaccioso e furioso sfocia nel Piave.

Costeggiando quest’ultimo, come sarà per tutto il tragitto odierno, mi addentro in un nuovo lungo tratto della vecchia statale di Alemagna, eletta, quando presente, a sede del grande percorso ciclabile fra Cortina a Venezia.

La strada mi ha accolto con un grande privilegio: essere per lungo tratto, nel verde turgido di pioggia, l’unica presenza in movimento, oltre al fiume più in basso. Non un veicolo, non un ciclista, solo io, che riassaporo la lieve e profonda ebbrezza già provata in passato, quando, nelle prime ore di una nuova tappa, si è privi dei segni di affaticamento.

Poi compare il viadotto della nuova statale.

Cammino spedito, l’efficienza oggi è fondamentale, e in breve raggiungo il punto in cui procedono affiancati, nell’ordine: il fiume, l’attuale statale di Alemagna, quella vecchia su cui sto procedendo e, più in alto a ridosso della scarpata, la ferrovia.

Ora il silenzio è rotto dal rumore del traffico vicino, ma la soddisfazione di dominare la scena indisturbato dall’alto non è affatto male…

Intanto la pioggerella non accenna a smettere.

E si procede, senza tregua, fra caseggiati colorati, fumi di una fabbrica attiva anche la domenica del controesodo, e la vista di piccoli centri abitati.

Il nastro d’asfalto ora si avvicina al fiume,

ora permette la vista sul versante opposto,

per poi raggiungere Termine di Cadore, che sembra proprio un malato terminale, per il suo stato di abbandono, eppure conserva una sua antica grazia, accessibile ormai solo a chi percorre questa vecchia strada dimenticata dal traffico sfrecciante.

Immediatamente alla confluenza con la nuova, si dipana a valle una pista ciclabile in sede propria.

Intanto sta finalmente smettendo di piovere.
Sono affaticato dal ritmo di marcia senza tregue, e già da molti chilometri isolato, fra montagne che inibiscono il segnale della TIM.
Ma mi sono ripromesso di tener duro senza fermarmi fino a Longarone, dove peraltro mi aspetto di ritrovare la connessione.

La stretta valle del Piave si apre gradualmente, col paese di Longarone sullo sfondo, nella piana che fu teatro di un’indimenticabile tragedia della follia umana.

La grande via ciclabile ha preso una strana deviazione al di là del Piave.
L’ho ignorata, e ora, estratte e mangiate al volo due ottime pagnottine artigianali imboscate a colazione, raggiungo un parco alla periferia di Longarone.
Finalmente mi spoglio dagli involucri impermeabili.
Finalmente posso interrogare Google Maps.
E, a sorpresa, il responso sulla strada rimanente è molto migliore delle mie aspettative. Siamo a due terzi: quattro ore spese e solo due mancanti.

Pochi minuti, poi sono di nuovo in moto, alleggerito nell’abbigliamento.
Fra varie opzioni, scelgo a questo punto la più sicura, cioè di rassegnarmi a percorrere quest’ultima parte sul ciglio della nuova statale.

Nell’avvicinarmici, non posso fare a meno di fotografare la diga del Vajont, salda e superba testimonianza dell’umana stupidità criminale.

Delle ultime due ore della lunga tappa odierna, ho solo tre testimonianze fotografiche, che mostro qui di seguito.

La segnaletica per l’imbocco dell’autostrada mi permette di fare il conto alla rovescia.
Salvo una piccola deviazione finale, che mi porta su una strada a monte, parallela alla statale, nel piccolo e silenzioso abitato di Pian di Vedoia.
Sarebbe anche suggestiva, se non fossi sfinito e non temessi di starmi allontanando dal mio albergo.

Domando a un podista di passaggio che, senza fermarsi, mi rassicura: “Prenda la prima a sinistra”.
E, per fortuna, non sbaglia: proprio alla confluenza con la statale 51 di Alemagna vedo la salvifica insegna dell’hotel.

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25-8: Le ciclabili lungo la Valle del Boite

Almeno un paio di preoccupazioni avevano segnato la vigilia di questo nuovo esordio.
La prima, di carattere fisico: un piccolo ematoma sotto l’unghia dell’alluce sinistro, eredità lasciatami tre giorni prima da un’escursione terminata a notte fonda.
La seconda, invece, relativa al conclamato avvicinarsi di una perturbazione portatrice di rovesci e temporali.

Quando, poco prima delle otto, ho lasciato l’albergo (a Villanova di Borca di Cadore) dove ho trascorso una bella settimana di vacanza, la valle era oppressa da nuvole basse, ma non pioveva.

Il Boite è limaccioso, nell’immagine di inizio viaggio che scatto e poi pubblico su Facebook.

A Borca mi incontro con Claudio, proveniente dalla nostra San Vito, che mi accompagnerà per la prima ora di cammino.
Fra questi monti ci conoscemmo, lui di Modena io di Bologna, qualcosa come cinquantuno anni fa; si perde il conto delle vacanze condivise e, ogni volta, dei tristi ritorni a casa.

È strano, questa volta, che la fine della mia vacanza sia anche l’inizio eccitante di una nuova traversata.

Raggiungiamo facilmente la pista ciclabile che sfrutta il tracciato dell’antica e gloriosa ferrovia Calalzo-Cortina-Dobbiaco e poi, come adolescenti un po’ cresciuti, ci facciamo un “selfie”.

A quest’ora la ciclabile è del tutto deserta e particolarmente piacevole da percorrere in leggera discesa.
Poco più sotto, la Statale di Alemagna si appresta a ospitare il primo sabato del rituale “controesodo”.

Ecco l’abitato di Vodo di Cadore.

Di lì a poco è il momento di salutarci e, per me, di ritrovare la dimensione solitaria che, come sempre, caratterizzerà quasi tutte le mie giornate di viaggio, sia nel cammino che nei posti di tappa.

Cerco di mantenere un passo veloce, per macinare più chilometri possibili (dei ventitré previsti), prima della pioggia.
Il piede sinistro, benché imprigionato negli scarponcini impermeabili e rigidi da escursionismo, non dà segni di insofferenza. Tutto procede nel migliore dei modi.

Le nuvole, che sembrano evaporare dai boschi di conifere,

anziché infittirsi in cielo, si diradano, fino a lasciare trapelare i raggi di un sole gradualmente sempre più splendente e caldo.
L’evento inatteso mi costringe a una sosta per cambiare abbigliamento a me e anche allo zaino, avvolto fin qui nella sua copertura impermeabile gialla sgargiante, rivelatasi inutile.

Così, illuminato dalla luce del sole, mi appare il centro di Valle di Cadore.

Senza smettere di camminare, estraggo dal marsupio e metto fra i denti alcuni datteri e un paio di biscotti.

I paesi a valle di Valle: Tai, Pieve e Calalzo, costituiscono quasi un unico agglomerato.
Google Maps mi indica ora di raggiungere e proseguire sulla statale.
Anche se a costo di un chilometro aggiuntivo, preferisco rimanere sulla ciclabile, che non termina con il tracciato della ferrovia ma è indicata proseguire per Belluno e Venezia.

La scelta mi regala uno dei passaggi più belli di questa prima tappa.
La sede della ciclabile diventa provvisoriamente una strada semideserta in salita, che attraversa una piccola frazione dall’atmosfera un po’ incantata, chiamata Sottocastello.

Superato il piccolo villaggio, la strada prosegue in una specie di terra di nessuno, verso la confluenza con la statale.

Raggiunta quest’ultima, devo percorrerla per un breve tratto, prima di imboccare la “Cavallera”, che della stessa rappresenta, con le sue curve, l’antico tracciato.

E ho la lieta sorpresa che, anche accanto a questo breve segmento, corre la confortante ciclabile in sede propria,

che poi sfocia proprio nella Cavallera.

L’antica strada, che con la mia famiglia risalimmo, con destinazione San Vito di Cadore, sul finire di giugno di cinquantun’anni fa, nel corso di un epico viaggio interminabile, mi si presenta in un graditissimo, affascinante abito spettrale.
Non passa quasi nessuno.

Una parete di roccia sulla destra; a sinistra una grandiosa veduta, sul profondo letto del Boite che punta dritto verso il paese di Perarolo, laggiù interamente come in posa, e, stagliato all’orizzonte, sul viadotto del nuovo tracciato.

Di qui in poi, purtroppo, non ho più alcuna immagine: benché al quaranta per cento di batteria, il tablet mi si spegne ripetutamente per lo sforzo di connettersi alla rete con scarso segnale.

Mentre scendo rapidamente verso il paese, cercando di domare lo strumento ribelle, mi rendo conto che la mia ecologica rinuncia, ad aggiornarmi tecnologicamente con un nuovo acquisto, sta raggiungendo una situazione potenzialmente critica.
Prima o poi sarò costretto a cedere al ricatto che rende obsoleti strumenti dall’altissimo impatto ambientale dopo pochi anni di vita, ma per ora accetto la sfida, a costo di qualche disagio.

Precauzionalmente, ho nello zaino la stampa di tutte le mappe, e in tasca quella odierna.

Mi è sufficiente per imboccare, terminata la discesa verso Perarolo, la strada che attraversa il Boite e si dirige verso il nuovo tracciato dell'”Alemagna”.

La salita è ripida e faticosa, ma quando scorgo la prima indicazione del mio “Bed and breakfast” le residue energie si moltiplicano.

L’orologio segna le due meno dieci, poco meno di sei ore dalla partenza di una prima tappa molto positiva, quando suono il campanello che attiva, nel giardino, l’abbaiare deciso ma innocuo di un bel cagnone.

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Dal Boite all’Idice (prologo)

L’ultima esperienza di viaggio a piedi, a cui si riferiscono gli articoli precedenti, alla fine si è rivelata entusiasmante e ho ben presto cominciato a rimuginare periodo e itinerario per una nuova esperienza, nell’ormai collaudato “stile Franz”.
Il primo periodo utile, prima dell’accorciarsi, ingrigirsi e raffreddarsi delle giornate, è evidentemente risultato quello a cavallo fra agosto e settembre, alla fine dell’attuale e consueta settimana di vacanza nelle Dolomiti Bellunesi, nei pressi di San Vito di Cadore.

Che cosa di meglio, dunque, se non sfruttare l’idea, che mi era stata suggerita ancora una volta dal vecchio Claudio, di percorrere a piedi l’itinerario fra casa mia e i nostri antichi monti, necessariamente in senso inverso?

La progettazione, effettuata in luglio nei giorni precedenti la lunga vacanza a Tenerife da mio fratello, è stata come sempre appassionante. L’immaginazione si sposa con le mappe e le indicazioni di alloggio, per ottenere il piano ottimale del percorso nei suoi segmenti.

E questo è il risultato:

1) Villanova di Borca di Cadore – Perarolo (km 23)
2) Perarolo – Pian di Vedoia (km 25)
3) Pian di Vedoia – dintorni di Vittorio Veneto (km 26,9)
4) Dintorni di Vittorio Veneto – Conegliano (km 18,7)
5) Conegliano – dintorni di Treviso (km 21,2)
6) Dintorni di Treviso – Badoere (km 19,8)
7) Badoere – Campodarsego (km 24,8)
8) Campodarsego – Padova (km 15)
9) Padova – Conselve (km 20)
10) Conselve – Sarzano (RO) (km 20,7)
11) Sarzano – Copparo (FE) (km 25,9)
12) Copparo – Ostellato (km 15,1)
13) Ostellato – dintorni di Ferrara (km 17,6)
14) Dintorni di Ferrara – dintorni di Budrio (BO) (km 21,4)
15) Dintorni di Budrio – Borgatella di San Lazzaro (km 20,2)

per un totale di trecentoquattro chilometri e una media giornaliera di poco più di venti, a cui si aggiungeranno le solite varianti, più o meno volontarie…

Nel viaggio precedente, ha funzionato bene la regola di avere sempre due prenotazioni attive, per la sera stessa e per quella dell’indomani, ed effettuare quella successiva ogni giorno appena arrivati a destinazione.
Dato che però ho spesso trovato grandi difficoltà a reperire i numeri telefonici degli alloggi, prevalendo gli interessi a farti prenotare via internet, questa volta mi sono attrezzato anticipatamente con i recapiti telefonici di tutti i possibili alloggi sul percorso. Parlare a viva voce con gli albergatori o gli affittacamere mi è indispensabile, per accordarmi con sicurezza sull’orario di arrivo e ripartenza, e su altri dettagli importanti.

La luce poderosa del sole di giugno, alto e frontale nel cielo come a indicarmi la rotta verso Est, non accompagnerà questa volta il mio cammino, lo so, e mi aspetto anche di liberarmi molto più raramente dalla fastidiosa compagnia del traffico motorizzato, per intrufolarmi in viottoli e sentieri selvaggi che, fra Veneto ed Emilia, sono molto più rari che nell’Italia centrale.
Sotto questi aspetti, resterà impareggiabile la scorsa esperienza. Che però, fra l’altro, mi ha prepotentemente indicato (una volta di più) quanto giovi al fisico e alla mente la straordinaria dimensione quotidiana, scandita dal ritmo del cammino, del viandante solitario, e quante cose essa permetta di osservare e scoprire lungo le strade, e forse non solo.

A presto, per l’irrinunciabile diario di bordo.
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