Dal Medio Adriatico all’Idice – Ottavo giorno 

(da Sogliano sul Rubicone a Borello di Cesena – dintorni)

Nello stesso locale dove ci siamo lasciati ieri, ora il tavolo è imbandito per una ricchissima colazione; la premurosa ospitalità della signora Ada, anzi “Adà” (per la sua origine italo-francese) e del suo compagno romagnolo Massimo è stata esemplare. Ci siamo salutati ieri sera, cosicchè potessi partire prestissimo.
Quando mi chiudo il portone alle spalle, con addosso lo zaino “gravato” di frutta e di fette di pane fatto in casa, in realtà sono le sei e quaranta; avrei sperato di essere ancora più mattiniero.

Oggi supererò la metà dei quindici giorni di viaggio previsti, eppure la lontana visione del mare ancora non mi abbandonerà.
Nel lasciare questa moderna dimora in mezzo al verde, mi appare come una striscia d’argento all’orizzonte.

Google, il genio della mia lampada, anzi del mio tablet, deve aver letto le mie lamentele sui lunghi inizi pieni di traffico delle ultime due tappe e oggi mi propone esattamente l’opposto: per oltre due ore mi farà avanzare per una stradina sterrata in mezzo alla boscaglia.
Dovrei esserne felice, eppure questo lungo iniziale isolamento un po’ mi inquieta, forse anche per l’aria umida e già un po’ opprimente che si respira, nonostante l’orario.
Anche la luce del sole è un po’ opaca, ma non nega qualche bello spettacolo

A un certo punto vengo sorpreso da un rumore improvviso, come di una forte folata di vento, alla mia destra. Le pecore di un intero gregge, che dormivano tutte rannicchiate teneramente le une contro le altre, spaventate per il mio passaggio, si sono rizzate sulle zampe e, di lì a un attimo, i tre cani pastori di corvée hanno scatenato il finimondo.

Continuerò a sentirli abbaiare inquieti per lunghi minuti.

Più avanti, un nuovo felice incontro:

un albero di mirabolani, un po’ meno generoso di quello sanmarinese, ma che non mi nega un inatteso spuntino rinfrescante.

Per un lungo tratto mi tocca procedere senza guida, in mancanza di copertura telefonica. Per fortuna non ci sono dei bivii, e la bussola rappresentata dalla mia ombra, che come sempre mi precede verso Ovest, è rassicurante.

Piano piano la luce del sole si è fatta più viva

e un’ultima faticosa rampa mi porta finalmente a un minuscolo centro abitato, Montecodruzzo, previsto nell’itinerario, mentre anche il segnale sul tablet è tornato.

Ma doveva succedere, prima o poi: proseguo per l’unica strada possibile, una sterrata sconnessa in ripida discesa, e mi fermo anche a scattare un paio di fotografie;

scendo per diversi minuti, prima di un provvidenziale controllo: sono fuori rotta, devo risalire a Montecodruzzo.
Non ci voleva.

Raggiunto faticosamente il paesino per la seconda volta, decido di riposarmi su una panca di fronte alla chiesa e di ritemprarmi con un po’ di frutta.

La deviazione corretta era subito prima di entrare in paese. E si tratta di una strada asfaltata, che mi permette una buona andatura e che proseguirà lungamente in discesa fino al fondovalle, dove corre la E45 Cesena-Roma.
Una meta di ciclisti domenicali, che vi si inerpicano, in direzione opposta alla mia, in piccoli o grandi gruppi.
Inizialmente ne scorgo alcuni fermi in un piccolo slargo; hanno l’atteggiamento tonico e festoso di chi è arrivato in cima e ora si concede una bella bevuta d’acqua fresca.
Si, perché in quel piccolo slargo della strada c’è una meravigliosa fontanella.

Riempio anch’io la mia borraccia e mi disseto abbondantemente.
Nell’euforia generale, provo a scambiare due battute con loro, ma con poco successo.

Rinfrescato e comunque rinfrancato, mi rimetto in marcia e in breve tempo perdo quota, mentre il paese di Borello, al di là della superstrada, si avvicina.

Il sole di mezzogiorno comincia a picchiare, ma l’aria qui è piacevolmente ventilata.

Eccomi sopra la E45

e poco dopo nel centro di Borello.

I nrgozi di alimentari sono chiusi per la domenica, ma c’è una rosticceria aperta, dove posso comprare un po’ di companatico per la cena.
Prendo una porzione abbondante di sformato di verdure, poi completo l’opera entrando in un bar (aria gelida sulla mia maglietta un po’ sudata…) e chiedo una birra da portare via.

Mi avvio costeggiando la superstrada. Mancherà una mezz’ora alla destinazione: è il momento di avvertire che sto arrivando, in anticipo su quanto annunciato ieri per telefono.
Numerosi squilli a vuoto, poi la segreteria, a cui lascio il mio messaggio.

Ora non c’è più nessuna fretta di arrivare.
Non resta che prendersela comoda e festeggiare la nuova tappa con un pranzetto su una panca della piazzetta centrale, in vero stile barbone.

La Ceres, che è una birra piuttosto alcolica, mi dà un piacevolissimo intorpidimento, che mi accompagna nel tragitto finale, in attesa della telefonata della signora da cui ho prenotato.
Mi chiedo solo, preoccupato, se ci sarà l’aria condizionata, quasi pentito di non aver cercato alloggio nell’hotel di Cesena che avevo annotato nei miei primi appunti.

Il telefono squilla al momento giusto, dieci minuti prima del mio arrivo.
La signora mi sta aspettando in questa bella casa,

dove mi accoglie gentilmente e mi conduce in una stanza perfettamente refrigerata.

Oggi ci scappa un bel sonnellino e avrò anche il tempo per fare il bucato di metà viaggio…

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Dal Medio Adriatico all’Idice – Settimo giorno 

(da Sant’Ermete di Santarcangelo a Sogliano sul Rubicone – dintorni)

Sono le sette e un quarto di sera, adesso, mentre comincio a scrivere una nuova pagina del mio diario di viaggio.
Si sta bene, qui, in questa villona isolata sulle colline della zona del Rubicone.
Sono in un salottino con angolo cottura e me ne sto con le gambe allungate sui cuscini di un divanetto e un bel panorama collinare dalla grande finestra di fronte.
Mi hanno detto i proprietari che la casa è stata ricostruita tutta in legno e così resta freschissima anche senza bisogno di aria condizionata.
Ve la mostro, come mi è apparsa oggi alle due e mezza quando finalmente l’ho raggiunta, trafelato per la fatica e la grande calura.

È stata una tappa molto impegnativa, che mi ha regalato una quantità di panorami, di situazioni e sensazioni che, più che mai, mi sento impossibilitato a raccontare in modo esaustivo: ci vorrebbe tanto tempo e invece dovrò andare a letto presto, per riposarmi ed essere pronto, domani, a partire prestissimo: è l’unico antidoto alla calura che moltiplica la fatica.

Ma prima di tentare un riassunto della camminata, mi piace tergiversare ancora un attimo con una notazione per me importante.
Ho cominciato ad avvertire una sensazione che ricordavo: una specie di voragine che inghiottisce tutti i ricordi dei giorni precedenti e li fa ricomparire svincolati dal tempo, come in un amalgama in cui è quasi inebriante disperdersi. E non siamo ancora a metà percorso…

Ma bando alle ciance.
Sono partito alle sette e anche oggi l’inizio non è stato dei migliori: raggiungere Santarcangelo, in un’ora e mezza, con la peggiore delle compagnie, il rombo continuo dei motori.
Ma per fortuna c’è anche spazio per qualche immagine con il sole ancora basso sull’orizzonte.

La cittadina di Santarcangelo è il centro urbano più importante incontrato fin qui e mi offre, oltre al pieno di albicocche di una simpatica anziana fruttivendola nell’ormai famoso contenitore, diversi spunti fotografici.

Poco dopo il tragitto per uscire da Santarcangelo, vengo dispensato dal fastidio del traffico: tutto il resto della lunga tappa si svolgerà per strade di campagna piuttosto tranquille e dominate dai suoni della natura, in una specie di terra di nessuno contesa fra le ultime propaggini collinari e l’incombente Pianura Padana.
E tornerà ad allontanarmi dal mare, che da quella cittadina dista davvero poco.

Un lunghissimo seguito di vie prive di centri abitati… e di bar.
La rigenerante e reidratante pausa-chinotto avverrà solo verso mezzogiorno, dopo la bellezza di quattro ore e tre quarti di cammino, con una sola breve sosta per mangiare le albicocche.

Solo un vago senso di leggerezza alla testa, legato alle poche ore di sonno: per il resto la capacità di resistenza si dimostra (anche e soprattutto nei tratti più canicolari) sorprendente. Mi devo essere allenato proprio bene.

Come dicevo, rinuncio a scandire con il racconto tutte quelle ore e anche le successive (al momento della pausa non ero che a due terzi del percorso, e la rumba del sole a picco stava appena cominciando),
Mi limiterò a scegliere, fra le tante che ho scattate, alcune immagini particolarmente significative.
Niente paura, cercherò di evitare il mortale effetto “proiezione diapositive” che tutti abbiamo un tempo conosciuto…

Ragazzi, come suol dirsi “si è fatta ‘na certa”…
Buonanotte, a domani!

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Dal Medio Adriatico all’Idice – Sesto giorno

(da Rep.San Marino – Borgo Maggiore a Sant’Ermete di Santarcangelo di Romagna)

Effettuata la consueta doccia miracolosa, ieri pomeriggio mi sono reso conto all’improvviso di dover affrontare un problema urgente: la prenotazione degli alloggi per questa e la prossima giornata, vale a dire per il critico fine settimana.
Molto scarni i miei appunti per la prima sera (la sola indicazione: Verucchio), mentre per il sabato, quattro possibili alloggi in agriturismo o bed and breakfast nella zona di Sogliano sul Rubicone.
Se da una parte la possibilità di fissare di giorno in giorno i posti tappa rende il gioco più creativo (anche nei confronti del percorso definitivo), è anche vero che può capitare di vedersela brutta.
Con ansia crescente, costretto a immaginare soluzioni d’emergenza (per esempio partire senza prenotazione, oppure affrontare tappe lunghissime, ovvero, all’opposto, fermate strategiche di un giorno), appiccicato al tablet (che non è un personal computer) e al vecchio Nokia, dopo molti tentativi ho trovato alla fine, davvero sollevato e soddisfatto, una soluzione, fissando due bed and breakfast. Una tappa molto breve oggi e una molto lunga domani.

Decido di non rinunciare alla colazione in ostello, dalle otto in poi: affronterò anche oggi la crescente calura contando appunto sulla brevità del percorso, di dodici chilometri prevalentemente in discesa.

Caffè d’orzo, fette biscottate, marmellate, tutto a volontà (e di volontà ce n’era…). Fra una cosa e l’altra sono già le nove e venti quando esco nella luce di una nuova giornata.

Mi aspetta una lunghissima ora e mezza di superstrada in discesa, sotto un sole già cattivo, in assenza di vegetazione, con il costante baccano del traffico, in un ambiente più o meno urbanizzato: negozi, banche, centri commerciali.
La bellezza di questo lembo di terra sta altrove.

Una tregua mi viene concessa, a un certo punto, dal mio buon navigatore, che ha scoperto una stradina molto più umana, complanare per qualche tratto alla superstrada. Uno strategico cavalcavia pedonale mi permette di raggiungerla attraversando

e appena imbocco la variante, ho una gradita sorpresa: mi appare un albero di mirabolani pieno zeppo di dolci frutti gialli perfettamente maturi.

Apro lo zaino ed estraggo il contenitore, lo stesso che una gentile commessa occhialuta mi aveva riempito di pesche di macelleria, e comincio la raccolta fino a colmarlo nuovamente. Anche per oggi il problema del pranzo è risolto!

Purtroppo la variante non dura molto e mi ritrovo presto nuovamente nella rumorosa superstrada in discesa.
Fino al confine di Stato, annunciato platealmente da questa architettura.

Ed eccomi rimpatriato, ad osservare i frutti del …”genio italico” rappresentati da una distesa promozionale di marmorei abitanti da cortile.

Sono già quasi le undici quando termina finalmente il tratto più fastidioso del mio viaggio fin qui: una deviazione sulla sinistra mi fa imboccare una strada di campagna, questa volta in salita.
L’impatto uditivo (prima ancora che visivo), nel tornare improvvisamente ad ambienti agresti e non trafficati, è impressionante.

Il sole a picco è implacabile, ma la fatica della nuova salita viene presto ricompensata da nuovi scorci panoramici.

A giudicare dalle mappe, tutto il percorso rimanente si svolgerà in aperta campagna. Sembrerebbe dunque che oggi l’irrinuciabile pausa-chinotto non sia cosa.
L’unica residua chance ce l’ha un ristorante, previsto dalle mappe ad un incrocio a ‘T’ che sto per raggiungere. mentre la strada ha ripreso a scendere.
Con le pupille a forma di bottiglietta scorgo l’insegna “Bar-ristorante”, insieme a un altro inequivocabile segnale: il pensionato nullafacente seduto fuori a un tavolino.

La dinamica giovane barista va a verificare che cosa c’è fuori dal frigo.
“C’è solo la Sprite…”
Se per la Fanta sono stato capace di un compromesso, con la Sprite proprio non se ne parla: “No, allora va bene il chinotto freddo.”
“Tanto,” ribatte lei, maglia rossa: “fa presto a scaldarsi.”
“Già, con questo caldo…”

Sul mio tavolino c’è una copia di “Stadio-Corriere dello Sport”. Cerco notizie della ciclista in gravi condizioni dopo una caduta; sfoglio pagine su pagine tutte incentrate su un campionato di calcio che sta osservando il suo mese di vacanza; sfinito da tanta vacuità, rinuncio.
In bagno riempio la borraccia di acqua fresca, poi, saldato il conto e abbastanza ritemprato dalla scura bevanda un po’ troppo fredda, indosso lo zaino ed esco nel sole infuocato della campagna.

E procedo sulla striscia d’asfalto, sempre più vicino alla Pianura Padana e a un Adriatico che, probabilmente per un ultimo giorno, anziché allontanarsi si avvicina sempre più, con Rimini ormai in bella vista.

L’impressione odierna, dovuta probabilmente alla prevalente discesa, è di avvicinarmi anticipatamente alla meta.

Quando mi rendo conto di essere a pochi minuti dal bed and breakfast, telefono al proprietario, per essere sicuro che mi apra.
Mi dice di richiamarlo appena mi troverò davanti all’entrata.
Immortalo via dei Ciclamini, appena scorgo il cartello, e di lì a poco sono al numero 17, davanti a un’insegna di bed and breakfast.

Peccato solo che sia un altro…

Nell’ansia di risolvere i miei problemi, ieri ho fatto un po’ di confusione, e mi dico baciato dalla fortuna quando Google sentenzia che dista solo altri sette minuti,

È un giovane alle prime armi, molto desideroso di venire incontro a tutte le mie esigenze (compresa la più importante: la colazione alle sei e mezza). La casa, in mezzo al verde di una minuscola frazione di Santarcangelo, ha un aspetto gradevole e molto familiare. Domina la tinta azzurra.

Resisto alla tentazione narcisistica di farmi una foto, tramite lo specchio del bagno, in accappatoio azzurro (in dotazione).
Ma poi, più tardi, un’immagine del bagno

vado apposta a catturarla.

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