Dal Savena al Tirreno – Decima tappa

Itinerario: Rifugio Nello Conti – Resceto – Massa

aacopertina

La lunga discesa verso il mare è il tratto che, fin dalla prima fase progettuale, mi aveva dato i maggiori grattacapi: mi preoccupava tutto quel dislivello e la scarsità di posti tappa utili per il pernottamento. Alla fine avevo annotato solo due recapiti: un bed and breakfast in posizione abbastanza strategica ma dotato di sole tre camere, tutte matrimoniali, e un unico albergo trovato nella città di Massa (dove evidentemente non c’è offerta data la vicinanza alla costa), che comunque mi avrebbe obbligato a una preoccupante discesa di millequattrocento metri di dislivello, e tanti chilometri.
Massimo, intenzionato logicamente a rincasare a Forte dei Marmi in giornata, avrebbe comunque potuto sfruttare l’autobus dal primo paesino, Resceto.

La sera della sesta tappa, chiuso in camera a Sant’Anna Pelago, mi ero deciso a prenotare per il sabato di questo mio ultimo pernottamento in albergo. Niente da fare per il bed and breakfast, come immaginavo; avevo chiamato l’hotel di Massa.
Mi ha risposto un tipo dal forte accento tedesco e dai riflessi, per così dire, un po’ appannati.
Quando, scandendo le parole, son riuscito a far capire la mia esigenza, si è messo a consultare il computer e dopo mille difficoltà mi ha detto che no, la singola non c’era. Allora gli ho chiesto una doppia uso singola. Dopo un’altra era geologica, finalmente la risposta positiva.
“Mi sa dire quanto viene camera e colazione?”
Pausa di concentrazione, e poi il responso: “Sono centotrenta oiro.”
“Ah no grazie è troppo, buonasera.”
Mi ero messo allora alla ricerca ansiosa e disperata, fra internet e telefono, di una qualsiasi soluzione alternativa che non stravolgesse il mio progetto di arrivare al mare, ed esclusivamente a piedi, il giorno successivo, la domenica. Ma senza successo.

Il sonno porta consiglio, e al risveglio avevo preso la decisione di prenotare la costosissima stanza: a mali estremi estremi rimedi e poi, in fondo, a Barigazzo me l’ero cavata solo con trentuno euro, cena compresa.
Strategicamente avevo aspettato le undici di mattina per richiamare, durante il cammino, sperando di trovare un altro interlocutore.
Un’altra voce tedesca, ma un po’ più sveglia. Forse la singola c’è, ma bisogna riprovare fra un’ora.
Dopo un’ora, poco prima di entrare nel bosco dove avrei ritrovato a sorpresa il selciato della via Vandelli, la singola c’era e l’ho fissata mentre anche il prezzo, come un titolo in borsa, era sceso a sessantacinque euro. Inutile dire il mio senso di liberazione e di festa.

Ma torniamo a noi: dunque, abbandonato il rifugio, cominciamo a scendere.
La mattina è luminosa, quasi alla pari del nitido splendore del giorno precedente.
Dopo un primo tratto su sentiero, scorgiamo un po’ più a valle la strada a serpentina, perfettamente conservata dopo quasi tre secoli. In realtà Massimo mi dice di aver letto di un’opera di restauro avvenuta qualche anno fa, e una lapide lungo il cammino conferma, e data negli anni ’90, l’intelligente operazione: lavori di muratura hanno rinforzato i bordi esposti a valle e protetto dalle frane quelli a monte.
Il colpo d’occhio della lunga via lastricata davanti a noi, che si snoda a placidi zig-zag, è impressionante.

aa vandelliCamminarci sopra è meno esaltante, però: il piede è sempre malfermo sopra i pur levigati massi, e non si può abbandonare una continua concentrazione.
Tuttavia, la continua pendenza permette di perdere quota abbastanza velocemente.
Una vera e propria montagna di detriti della lavorazione del marmo si mostra in tutta la sua orribile evidenza alla nostra sinistra, sul versante opposto.

L’arrivo al piccolo borgo di Resceto (quattro case, un monumento ai caduti con bandiera a mezz’asta, e il capolinea dell’autobus) avviene in tempi e fatiche molto contenuti rispetto ai miei vecchi timori: ci siamo già divorati quasi mille metri di dislivello.
Massimo ha deciso fin dall’inizio di accompagnarmi fino a Massa, e ora torna a mettersi le scarpe da asfalto.

La strada ora si incunea gradualmente in una valle boscosa, solcata da un fiume che, sempre più durante il nostro procedere, dall’alto della strada, vedremo ospitare bagnanti del sabato in costume, preparativi di barbecue, e addirittura un piccolo accampamento di tende.
Un corso d’acqua è sempre anche un corso d’aria, e la corrente fresca contrasta la temperatura che si è parecchio innalzata.
Si sta bene, e la bellezza di questo percorso fra due strette ali di bosco è una sorpresa per me, che l’avevo sempre considerato unicamente come problema escursionistico e logistico.

Un primo piccolo negozio, nel paesino successivo, dichiara in un cartello di offrire frutta, gelati, giornali e tabacchi.
Chiediamo alla signora se ha della frutta; lei si schermisce, ha solo dei meloni, evidentemente inadatti al caso nostro.
Riprendiamo il cammino, ma l’idea di un bel melone rinfrescante e rimineralizzante si rifà presto strada in noi; decidiamo di tornare alla carica ed entriamo nel negozietto.

aaanegozio

“Volete che ve lo pulisca?”
“Sì, ma non importa che lo affetti, basta che lo tagli in due, poi ci pensiamo noi con i nostri coltellini.”
Lei capisce che ne vogliamo solo mezzo, ne estrae uno grosso dalla vetrina refrigerata, lo taglia in due parti, ne ripulisce una dai semi e ci fa il conto di due euro.
L’altro semi-melone è un po’ più piccolo, e correttamente, chiarito l’equivoco, lo valuta un altro euro e mezzo.
Intanto, una vera e propria processione di persone, spuntate da chissà dove, ha riempito gradualmente il locale prima deserto, dandoci un certo disagio per le nostre complesse operazioni.
Poi, senza che riusciamo a fermarla, la donna avvolge i due freschi emisferi in fogli di alluminio dall’enorme impatto ambientale.

Ce li affettiamo e divoriamo con grande piacere, seduti ai bordi della strada, poi spariamo le bucce sulla scarpata boscosa verso il fiume e riprendiamo il cammino rinfrescati e con le dita fastidiosamente piccicose.

Aumentano i bagnanti in atmosfera di vacanza, e la strada si avvicina sempre più alla pianura che separa i monti dal mare.
Una fabbrica di lavorazione del marmo: una grande sega automatica in piena attività sta affettando un blocco, mentre un flusso d’acqua continuo ne attutisce l’attrito, trasformandosi nella ricaduta in un lattice biancastro.

aaalavorazione del marmo

La pianura, l’aria ferma e canicolare di una mattina di fine luglio, i dintorni poi la periferia di Massa. Ora bisogna trovare la strada per il mio albergo a gestione tedesca. Per sicurezza lo richiamo, con la scusa di avvertire del mio prossimo arrivo: tutto sotto controllo.
La luce abbagliante rende però impossibile utilizzare il tablet per la mappa del percorso, bisogna cercare un posto al coperto; una lavanderia a self-service è proprio qui all’angolo che ci aspetta, deserta e dotata addirittura di sedie e tavolino.

aaa lavanderia

Quando Google smette di fare i capricci, i peggiori sospetti che il nome dell’albergo (San Carlo) avevano destato nel mio amico si fanno realtà: si trova presso le terme di San Carlo, al culmine di una lunga e ripida strada, da lui e da tanti altri ciclisti preferita per gli allenamenti più duri. Qualcosa come tre / quattrocento metri di dislivello.
Massimo è desolato: “Lassù non ti accompagno!” Invece io la prendo bene, lo tranquillizzo, nei giorni scorsi ho fatto di peggio. L’attacco della salita è molto vicino, e lui mi ci guida senza bisogno di aiuti tecnologici.

aaa selfie

Un ‘selfie’ per consacrare il nostro saluto, l’appuntamento alla sera stessa quando, con Noela, mi raggiungerà in macchina e porterà a cena in zona, e lo vedo avviarsi verso la stazione.
E comincia la mia battaglia contro la lunga salita e i suoi tornanti.
La affronto di petto, ed energie davvero inaspettate mi permettono di procedere a passo molto deciso di marcia, col tablet in mano, sfidando i minuti mancanti che Google Maps scandisce all’arrivo.

aaa massa dall'alto

Cinquanta minuti di sfida, col panorama che torna ad aprirsi sulla città di Massa sotto il sole del pomeriggio, e il mare che si estende sullo sfondo, e giungo un po’ trafelato ma felicissimo nella piazzetta del borgo di San Carlo, in vista del mio albergo.

Entro nella sala deserta, dopo aver cercato alla meglio di recuperare un aspetto presentabile.
Mah, mi sembra la testa di un uomo, quella nascosta dal computer laggiù allo sportello dell’accoglienza, in fondo alla sala deserta.
E’ una testa rotondeggiante, sembra il viso di un hobbit.
“Buonasera” risponde al mio saluto col solito accento tedesco. “Aspetti un momento per favore” e continua a dialogare con lo strumento elettronico.
Finalmente mi degna della sua attenzione.
“Sono Selis, ho prenotato una singola.”
“Sì, vediamo.”
Lungamente vede; poi, con mio sollievo, pronuncia il mio nome (forse il cognome è troppo difficile).
“Quanto si ferma?”
“Una sola notte.”
“Ah sì, è vero. Mi dà, per favore, un documento?”
Gli porgo immediatamente la carta d’identità. Che viene osservata, fotocopiata, registrata in tutti i suoi dettagli. Due firme per favore.
“Benissimo. Le chiedo ora, per cortesia, il pagamento anticipato, perché la mattina c’è molta konfusione.”
“D’accordo, quant’è?”
“Trentanove oiro.”
Gioisco in cuor mio senza lasciarlo trapelare: il fixing odierno vede la quotazione ai minimi, quasi cento euro sotto i centotrenta di qualche sera fa!
Estraggo una banconota da cinquanta e gliela porgo. Mi dà il resto di un euro, poi torna al computer per convalidare la tessera elettronica che funge da chiave.
“Guardi che non mi ha dato i dieci euro, me ne ha dato solo uno.”
La reazione è di irrigidimento, quasi di collera: “Guardi che il prezzo concordato è questo: è scritto anche nel booking!”
Cerco immediatamente di ammansirlo, evidentemente non avevo considerato l’oscillazione di chiusura della giornata di borsa…
Mi indica il numero della stanza e le scale; devo chiedergli io a che piano si trova.
Poi aggiungo: “Scusi c’è il wi-fi?”
“Sì.”
“Mi dà la password, per favore?”
Accede al suo maledetto computer e mi stampa una lunga strisciata dove, da qualche parte che non mi spiega, è scritto anche qualcosa di simile a un nome di utente e una password.

Con molta diffidenza appoggio la scheda al presunto lettore sulla serratura della porta, che reagisce con un incoraggiante gemito elettronico.
Ma poi, come avrei scommesso, si rifiuta di aprirsi.
Mi tocca, molto controvoglia, di tornare dall’hobbit, il quale mi accoglie sorridendo, bontà sua, e mi riaccompagna su: “Sa, qualche tessera a volte non funziona.”
E invece, nelle sue mani, chissà come, funziona benissimo. Come fossi un impedito mi spiega come si fa.

Una camera piuttosto piccola, con un letto singolo (molto comodo) e dotata di frigo-bar ma non di aria condizionata, mi accoglie finalmente. Mi tolgo un po’ di roba di dosso, mi rinfresco il viso, poi provo subito a collegarmi al wi-fi. Mi si aprono tre finestre nel browser, l’ultima delle quali chiede user e password. Provo a digitarla in vari modi, niente da fare.
Resto indeciso se rinunciare e utilizzare la mia connessione, ma c’è poco campo, mi tocca rivestirmi e tornare giù col tablet.

Mostro la situazione al simpatico portiere, e lascio che digiti lui, meticolosamente (pronunciandole piano, contemporaneamente, in tedesco) le lettere e le cifre della password.
Connessione stabilita.
Ringrazio e torno su; invocando San Carlo e tutti i santi, mostro la chiave elettronica alla serratura, che risponde col solito grugnito.

Abbasso la maniglia e la porta, grazie al cielo, si apre.
.
.
.
—–
Consulta l’album fotografico della tappa cliccando qui.
Per il nuovo capitolo, clicca qui.

.

.

Pubblicato in Tutti gli articoli | Commenti disabilitati su Dal Savena al Tirreno – Decima tappa

Dal Savena al Tirreno – Nona tappa

Itinerario: Vagli di Sotto – Passo Tambura – Rifugio Nello Conti

copertina

.
Una giornata radiosa ci invita ad affrontare a cuor leggero i millecento metri di dislivello che ci porteranno, risalendo la valle di Arnetola, fino ai 1620 del Passo Tambura, il valico che Domenico Vandelli scelse per superare il massiccio delle Alpi Apuane, una sorta di acuto finale alla sua imponente opera.
Il Passo dell’Abetone, più basso di duecentotrenta metri, con suoi 1388, dopo un solo secolo fu sfruttato da un collegamento stradale fra Emilia e Toscana tuttora utilizzato (strada che ho percorso da Lama Mocogno a Barigazzo nella massacrante quinta tappa).

Dopo un altro secolo e mezzo o poco più, è una piccola variante iniziale, per il villaggio di Vagli di Sopra, che permette ai nostri due viandanti, per qualche minuto, di tornare connessi con i loro telefoni e tablet.
Ho dovuto rinunciare per un’intera giornata alla passione e affetto corali degli amici che stanno seguendo il mio viaggio su Facebook, e ne sento la mancanza. Il viaggio ai tempi dei social network ha una connotazione comunicativa di eccezionale interesse, ma forse la rinuncia per un giorno può servire a non diventarne schiavi.

aaaprimaLo splendore di questa valle, luci e colori come di alta montagna, è qualcosa di impareggiabile, che dà incanto ed euforia.

capannaAll’altezza di circa novecento metri una curiosa costruzione in muratura, incastrata sotto una roccia cava, ci invita a una piccola sosta. Si tratta della Capanna d’Abrì; una lapide ci spiega che, ‘nata nei secoli scorsi per scopi pastorali, non si esclude che abbia avuto un qualche legame funzionale con la via Vandelli, nel periodo in cui questa fu in pieno esercizio’.

Le tracce dell’antico selciato oggi sono rare, a differenza, secondo tutte le fonti, di quanto ci aspetterà l’indomani sul versante opposto.

Un solo elemento contrasta con la nitida perfezione di questa mattinata, una specie di lieve brontolio meccanico continuo. E’ il rumore dell’attività delle cave di marmo, proveniente alle nostre spalle da un costone della verde valle che stiamo risalendo.

costone
Mentre Massimo effettua il cambio gomme a favore degli scarponi da montagna, gli esprimo l’idea che mi ronza in testa:
“Mi sembra il simbolo della nostra realtà. Mentre non rinunciamo a cercare la gioia, e la pienezza della vita, un sottofondo ci ricorda che qualcuno ci sta divorando la terra sotto i piedi.”
“L’uomo” (sarà forse banale ma è la nostra inevitabile conclusione), “è la più stupida delle bestie, dominata dall’avidità che lo sta distruggendo.”

Incrociamo una signora, più avanti, sul limitare della boscaglia, proprio mentre raggiungiamo un’altra cava in piena attività, posta proprio sul nostro cammino.
Ha voglia di parlare, ci dice che ogni tanto sente il bisogno di venire quassù, ci dice che la mattina si sveglia e guarda affettuosamente dalla finestra le sue Apuane, con il segreto rimpianto di saperle condannate dalla voracità degli scavi.
E aggiunge, quasi di sfuggita, che la sua vita è già segnata dal dolore.

“Ora dovete inerpicarvi da quella parte, sotto il sole” ci fa, indicandoci il sentiero, prima di salutarci, stringerci la mano e riprendere la discesa.
Noi però ci fermiamo ancora, a fotografare gli enormi, abbaglianti blocchi di marmo già tagliato poggiati ai lati del passaggio, prima di affrontare l’ultima parte della salita verso il passo.

massimo blocchi

Una coltre di nubi fa da sfondo al valico, sempre più vicino a essere faticosamente conquistato.
“Il versante marittimo delle montagne è sempre attraversato da correnti molto più umide” mi spiega il mio amico che, da dove vive e lavora, lo può osservare quotidianamente.
E in effetti, giunti finalmente al valico, il panorama che dovrebbe aprirsi è in realtà uno schermo grigio uniforme.

Ora bisogna scendere, aggirando uno sperone roccioso, fino al rifugio.
Il suolo è molto sconnesso, procedere in discesa diventa molto più penoso rispetto a tutta la salita affrontata.
La bandiera italiana del rifugio compare, salvifica, accanto all’edificio.

rifugio nebbioso
“Sei Federica?”
“Sì.”
“Ciao, sono Selis, ci siamo sentiti ieri, ti ho chiamata per confermare due posti letto.”
“Sì, ciao, ben arrivati.” E’ strano sentire chi gestisce un rifugio parlare con accento toscano.
Ci spiega alcune regole, soprattutto di risparmio di risorse in un edificio non raggiunto dalla teleferica; ci indica dove lasciare zaini e scarponi e ci spiega dove e come possiamo lavarci un po’.
Massimo le chiede se, nonostante siano già le due del pomeriggio passate, possiamo mangiare qualcosa.
“Certo, posso farvi della pasta col sugo di noci.”

Due ore dopo, fuori è ricomparso il sole e Massimo se ne sta su una sdraio a goderne il tepore. Io invece, dopo aver disteso il sacco lenzuolo su uno dei letti della camerata, e una coperta di lana sopra, mentre quattro ragazzi stanno giocando a carte seduti più in là su due letti ravvicinati, mi ci sdraio dentro con intenso piacere fisico, poi accendo il tablet e riprendo a scrivere il diario di bordo, che è in arretrato di qualche giorno.

camerata

Sono quasi le sette di sera quando mi alzo, scendo la scala e rimetto il naso fuori dal rifugio, dove ritrovo il mio compagno di ventura.
Sono arrivati almeno un paio di piccoli gruppi, e intorno e dentro all’edificio c’è quel minimo di movimento che non rovina la quiete dell’ormai prossimo calare della sera.
C’è cordialità spontanea fra tutti, ma non familiarizziamo.

La cena è fissata alle sette e mezza, e nell’unica tavolata ci sono già tre biglietti che assegnano i posti. Le due componenti di un quarto nucleo (l’unico femminile) sono una giovanissima dalla pelle scura e dai tratti somatici indiani e una bionda più matura, che han deciso di non cenare in rifugio.

E’ passato poco tempo dall’abbondante pastasciutta (e dai pomodori in insalata) del pomeriggio, e mangio contro voglia una cena a menù fisso, ancora molto abbondante.
Due passi si rendono necessari e Massimo, che ha già esplorato i dintorni, mi fa strada verso un punto panoramico, la cosiddetta Finestra Vandelli.

Ne vale la pena: le luci del tramonto sul digradare dei monti verso il mare, che si scorge sullo sfondo, disegnano un quadro a tinte sfumate di una bellezza memorabile.
Cerco di catturarlo a più riprese con la macchinetta fotografica.

tram1

tram2

tram3

tram4
La notte improvvisamente accende di mille piccole luci (purtroppo insufficienti per essere fotografate) il breve tratto di pianura fra i monti e la costa. E’ ora di rientrare.
Nella camerata i quattro ragazzi han ripreso a giocare a carte.
Mi metto in tenuta notturna, mi infilo nel sacco lenzuolo, e riprendo anch’io a scrivere i miei resoconti sullo schermo luminoso del tablet.
Gradualmente la camerata si riempie, siamo oltre una decina di persone, e gli ultimi ad andare a letto sono anche quelli più rumorosi.

Quando tutto è buio, comincia per me una lunga e fastidiosa veglia in preda alle scalmane per il caldo, dovute alla digestione, al cosiddetto effetto-stalla termico della camerata, e al fastidio di sentirmi insaccato come un salame nel sacco lenzuolo, da cui decido di liberarmi.
Sento gli altri dormire, ma per fortuna non ci sono russatori fastidiosi.
Piano piano mi sento rinfrescare, finché finalmente prendo sonno anch’io.
.
.
.
—–
Consulta l’album fotografico della tappa cliccando qui.

Per il prossimo capitolo clicca qui.

.

.

Pubblicato in Tutti gli articoli | Commenti disabilitati su Dal Savena al Tirreno – Nona tappa

Dal Savena al Tirreno – Ottava tappa

Itinerario: Castelnuovo Garfagnana – Vagli di Sotto
(28 luglio 2016)

acopertina

.
Il proprietario dell’albergo di Castelnuovo, che Massimo ricordava da un suo alloggio proprio qui diversi anni fa, è un gentiluomo d’altri tempi, anzi un gentleman, dato il suo netto accento inglese.
Quando, a colazione da lui stesso servita, gli chiedo se può portarmi anche della frutta, lo vedo in difficoltà, ma di lì a poco riesce, in qualche modo, ad assecondare la mia richiesta.

La mattina è radiosa, mentre ci avviamo lungo una via perfettamente pianeggiante della piccola città.
Massimo studia a lungo la cartina e mi mostra un percorso che ci permetterebbe di uscire presto dalla stessa, anche se bisogna verificare in loco un paio di passaggi non chiari.

a massimo cartina

La caccia al tesoro è divertente; ci porta a varcare un piccolo fiume e la ferrovia e poi, improvvisamente, nel risalire, ci para davanti un viottolo lastricato proprio come i tratti originari della via Vandelli che ho già solcato. La mia conoscenza dell’antico tracciato non è abbastanza precisa da poterne essere certi, ma la somiglianza è davvero notevole; sarebbe il secondo incontro non previsto, quasi che l’abate modenese mi stesse spiando e guidando per ricompensarmi del mio interesse per la sua fantastica opera.

Attraversiamo un ponte sul fiume Serchio, proprio dove si immette nel lago artificiale di Pontecosi.

a ponte
Il mio nuovo compagno di viaggio, esperto di queste zone, mi spiega che il Serchio è il fiume che ha originato la valle della Garfagnana, e che dal versante appenninico ora stiamo passando in quello apuano.
Lui conosce già la strada, non particolarmente lunga, che ci aspetta fino al lago di Vagli, destinazione odierna, e mi avverte che nel primo tratto, prima della deviazione per Vagli, è piuttosto trafficata.
Procediamo in fila indiana, veloci, per smaltire in fretta uno dei pochi segmenti fastidiosi di tutto il mio viaggio, che ben presto possiamo abbandonare per inoltrarci in una strada molto più verde, tranquilla e a misura di viandante.

a selfie

La conversazione fra noi decolla nel cielo alto dei temi, in gran parte ecologici, che ci accomunano profondamente.
Riflettiamo sul significato del viaggio, del valore che ha assunto il viaggio all’estero, in terre più o meno esotiche, come massima aspirazione ed espressione della qualità di vita, nella percezione collettiva. Senza che venga considerata la questione etica del costo ambientale della traversata in aereo, e più in generale di un turismo che è, nel migliore dei casi, soddisfacimento della propria innata sete di conoscenza; nel peggiore, evasione pura, superficiale e convenzionale dalla gabbia di una quotidianità sopportata passivamente per il resto dell’anno. L’ennesimo tributo al consumismo, insomma.
L’esperienza che stiamo vivendo ci sembra dimostrare clamorosamente come anche la geografia locale, raggiungibile addirittura a piedi, possa riservare il gusto di una continua scoperta.
Poco incline come sono a dibattere e argomentare le mie idee con chi la pensa diversamente, provo un senso di profonda liberazione nel farlo con chi, in modo così raro, le condivide.

È piacevole inoltrarsi in una valle molto verde, di buon passo, conversando, ed ecco che, preannunciata dalle nostre cartine, compare ben presto un’imponente diga, al di là della quale si distende e dirama il lago di Vagli.
Il periodico svuotamento, che era stato annunciato, non ha avuto luogo, e così non potrò osservare i resti dei villaggi sommersi.

a lago

Per raggiungere l’albergo ‘Al lago’ che ho prenotato bisogna costeggiarlo tutto. Sulla strada non compaiono, come avrei sperato, delle indicazioni relative. Compare, invece, un ristorante che ci invita proprio a entrare.

Il nostro pranzo non è memorabile, men che meno il cameriere, che fa delle storie quando gli chiedo una presa di corrente per ricaricare la batteria del tablet.

Usciti dal ristorante, Massimo mi fa: “Guarda là!”
Non ce ne eravamo accorti: il nostro albergo (e relativo ristorante) era a poche decine di metri di distanza.

“Buongiorno, abbiamo prenotato due singole, a nome Selis.”
La signora è perplessa, non risulta.
Reagisco con decisione, quasi con risentimento.
Poi grottescamente: “Non c’è magari un altro albergo ‘Al Lago’ qui vicino?”
Non c’è.
Allora estraggo dallo zaino la busta della mia documentazione, e dopo aver scartabellato un po’:
“Ecco, albergo Al lago” e recito il numero di telefono.
Non è il loro, ma, come presto trova sul suo smartphone la figlia intanto accorsa, è quello dell’hotel Ariosto di Castelnuovo, il paese da cui proveniamo, che forse annotai in fase progettuale.
Comunque sia, per fortuna, una camera libera a due letti c’è, e anzi ci sono anche due doppie uso singolo.
Quasi vergognandosi, la signora ce ne comunica l’abbordabilissimo prezzo.
Le lasciamo i documenti e ci dirigiamo sulle scale, non prima di aver telefonato per disdire la prenotazione sbagliata.
.
.
.
—-
Consulta l’album fotografico della tappa cliccando qui.

Per il prossimo capitolo, clicca qui.

.

.

Pubblicato in Tutti gli articoli | Commenti disabilitati su Dal Savena al Tirreno – Ottava tappa