Dal Savena al Tirreno – Settima tappa

Itinerario: Sant’Anna Pelago – Passo del Lagadello – San Pellegrino in Alpe – Castelnuovo Garfagnana
(27 luglio 2016)

a copertina

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Dopo una settimana esatta di viaggio solitario, questa sera è arrivato Massimo. Abbiamo poco fa cenato insieme e, come avvenne l’anno scorso, insieme procederemo per le ultime tappe, da domani a domenica prossima; fino a Forte dei Marmi, dove abita, e che è anche la mia destinazione finale.
Dunque, alle tante amiche e amici che mi accompagnano costantemente su Facebook, se n’è ora aggiunto uno, fra i miei più cari in assoluto, presente fisicamente.

Ma ora è il momento ormai consueto di riavvolgere il nastro della giornata e rivederne insieme i momenti salienti, le tante diverse luci e le poche ombre.
Ancora una volta la sintesi non potrà rendere che in piccola parte la straordinaria ricchezza di contenuti di una lunga giornata.

Alle otto e tre quarti di una luminosissima mattina di montagna mi sono dunque rimesso in marcia. Alcune ore di sonno molto profondo sono riuscite a riportare il mio morale e il mio entusiasmo sui livelli dei primi giorni, dopo che ieri (ora lo confesso) avevo avvertito un calo, soprattutto dal punto di vista mentale.
Non mi aspetto molto dall’itinerario odierno: una lunga tappa di trasferimento, per la massima parte su strade provinciali; dunque asfalto e passaggio di mezzi motorizzati.
Mentre risalgo la statale del Passo delle Radici, inondata da un sole ancora basso nel cielo azzurro, mi sento molto bene, e vorrei che questa straordinaria esperienza non finisse mai.
I passaggi di automobili sono rarissimi; in questi frangenti pure l’asfalto può darti ottime sensazioni, anche perché rende il campo visivo più aperto e poi, soprattutto, difficilmente ti fa sbagliare strada.

Un’auto si è fermata, e i due componenti di una coppia anziana vanno a fare il pieno a una fontana, a lato della strada. Do loro il buongiorno, e la signora ricambia con molto calore. Poi, prima che mi allontani, mi chiede dove sono diretto.
Dato che sono vanitoso, non mi sembra vero poterle rivelare gli estremi del mio viaggio. Con garbo, e forte accento toscano, esprime la sua ammirazione.
Poi mi chiede se l’ho già percorso in passato, e quando le rispondo di no, ma che l’anno scorso ho fatto la Bologna – Firenze, dimostra una meraviglia ancor maggiore, senza considerare l’effettiva differenza di lunghezza e impegno fra i due diversi viaggi.
“Anche noi si va a Viareggio!”
“Bene, allora ci vediamo là!”

Mantengo baldanza, pur cercando di non forzare mai il passo, dato che ‘i chilometri oggi son tanti’, (come cantavano i Pooh).
Ormai sono in prossimità del sentiero alla mia sinistra che mi permetterà di svalicare verso la provinciale che dal Passo delle Radici porta in Garfagnana.
L’attacco è ben indicato; lascio la statale e mi inerpico per un viottolo inizialmente così ripido da rendere difficoltoso l’equilibrio. Ringrazio in cuor mio Massimo che mi suggerì l’acquisto di scarpe da escursionismo come queste, basse ma con la suola a marchio Vibram, che si stanno rivelando ideali, soprattutto in questi frangenti.

a sentiero

Lungo il sentiero nella faggeta i segnavia bianco-rossi del CAI sono frequentissimi, e danno molta tranquillità.
Fino al momento in cui d’improvviso la musica cambia: vedo solo segnali rosso-azzurri, molto più rari, e poi più niente.

a disperso nella faggeta

Maledizione, ci risiamo. Devo esplorare molto a lungo, prima di ritrovare le indicazioni, tutte orientate a favore di chi procede nel verso opposto, e che mi fanno effettuare una virata ben poco convincente procedendo in discesa. Decido comunque di seguirle e finisco in breve in una comoda carreggiabile, che sfocia infine nella statale da cui sono partito, solo un po’ più su.

Niente paura, ormai ci sono abituato, mi rimetto in marcia su per la dolce e amichevole strada verso il Passo delle Radici.
Poco più su un altra indicazione per tagliare a sinistra è molto invitante, sia perché si presenta più larga e morbida, sia perché il cartello cita, irresistibilmente, la via Vandelli.
Nonostante questo avvertimento, poco dopo averla imboccata, il guizzo di stupore e di emozione è ancora una volta forte, quando mi compare davanti, questa volta inaspettato, il selciato della via Vandelli ottimamente conservato.

a via vandelli inattesa

Mi ritrovo come ieri a camminare sui massi levigati posati, tre secoli fa, dalle ‘genti dell’Appennino’ comandate dall’abate modenese.
E mi viene da pensare a che titanica impresa debba essere stata aprirsi costantenente un varco, largo oltre tre metri, in mezzo alla vegetazione, e poi tappezzare il suolo, in modo così regolare, con quei massi.

Questa volta raggiungo in breve l’altro versante, proprio in prossimità del passo del Lagadello, al di là del quale un cartello a fondo blu annuncia Lucca, cioè il suo territorio provinciale.
L’ingresso in terra toscana avviene dunque da un valico ignorato dalle carte stradali e dai navigatori GPS, ma che, con i suoi milleseicentoventitrè metri di altitudine, contende e strappa al Passo Tambura (che mi aspetta sabato sulle Alpi Apuane), il titolo di ‘Cima Coppi’ dell’intero viaggio.
L’aria è fresca e inebriante, sotto un cielo che ora si è coperto.

Il cartello di ingresso a San Pellegrino in Alpe, di lì a poco, dichiara fieramente trattarsi del paese più alto di tutti gli Appennini.
L’atmosfera piacevole del piccolo paese mi invita a premiarmi con una sosta in un bar.
Nella sala ristorante attigua, percorsa da una luminosità strana, appena stemperata, alcuni tavolini sono occupati da gruppetti intenti a conversare e pranzare.
Dopo diversi minuti di paziente e inutile attesa, come sono entrato esco.
Nel bar di fronte mi accoglie, per la verità senza alcun entusiasmo, un anziano sdentato.
Chiedo una birra (una Heineken da dimenticare) e due grandi biscotti alla farina di castagna, di cui, seduto a un tavolino, apprezzo il sapore antico, appena appena dolce, mentre osservo due bambini, un maschio e una femmina, seguire alla tivù un cartone che racconta di pianeti lontani e piccoli super eroi. Sono completamente rapiti, e un po’ le immagini e i suoni catturano anche me.

È ora di andare. Questa stessa strada mi porterà, senza deviazioni, alla meta, la cittadina di Castelnuovo Garfagnana. Si tratta di tre o quattro ore previste di continua discesa, per la gioia dei miei piedi: milleduecento metri di dislivello.

I primi chilometri scorrono piacevolmente: non passa quasi nessuna automobile. Il cielo è sempre più imbronciato e alle mie spalle echeggiano dei tuoni. Can che abbaia non morde, penso; almeno per ora.

a nuvoloni

Un SUV, proveniente dalle mie spalle, rallenta e mi si ferma accanto. È abitato da due uomini e una donna, sulla sessantina abbondante; mi chiedono se conosco la strada che porta a un certo famoso castagno secolare.
“Mi sembra di aver visto le indicazioni, su a San Pellegrino, ma non mi ricordo. Se volete guardiamo in internet, tanto non ho mica fretta.”
Dapprima sono restii, poi si fanno convincere. Mi sposto e mi metto a sedere sul ciglio della strada, estraggo e accendo il tablet mentre mi faccio ripetere il nome della località in questione. Poi, quando finalmente il tablet è pronto, comincio a interrogarlo, sia con Google che con le sue Maps.
Ricerca lenta, molto lenta, e sterile, molto sterile, in maniera sempre più imbarazzante, finché non decidono di proseguire. Non li trattengo, il limite a una figura patetica è vicino, forse già superato, comunque mi ringraziano convintamente.

Nel riprendere la lunga discesa, mi si accende l’amaro sapore del mio antico complesso di inadeguatezza, rifletto sulla mia impulsivita’ (cercare un albero in internet…), anzi mi sembra ora quasi di ricordare la deviazione indicata da quel cartello su nel paese. Basta poco, a volte, per avvilirsi.

È la pioggia in arrivo a distrarmi.
Comincia a cadere quando sono in prossimità di uno dei rarissimi piccoli centri abitati.
Ho così l’occasione di cercare un riparo. Una signora dalla corporatura matronale, davanti a casa sua, mi anticipa, e con sorprendente generosità mi chiede se voglio entrare ad aspettare che passi il temporale.
No non importa, grazie, posso ripararmi qua sotto. La piccola costruzione è simile a quella del Bestemmiator Cortese, che mi diede riparo pochi giorni (e tanta strada e vita) fa…

a riparo

La pioggia battente dura poco, poi diventa più leggera e costante, da un cielo che resta del tutto coperto.
Effettuo la lunga operazione di bardatura. Poi mi rimetto lo zaino ed esco dal mio rifugio. Nel passare davanti alla porta non rivedo la signora.
Affrontare la pioggia sentendosi completamente protetti è una variante piacevole del mio cammino.
Finché non riacquista intensità e comincia a flagellarmi, e ora non c’è alcuna possibilità di rifugiarsi, bisogna procedere.
Ben presto avverto una sgradevole sensazione di bagnato nella gamba sinistra, bersaglio preferito dalla furia meteorologica. I copripantaloni impermeabili mostrano tutta la loro inadeguatezza.

Il sole compare a sorpresa, quando ancora la pioggia non si è sfogata. Poi ha la meglio, in un cielo solo in parte rasserenato.

a strada bagnata con raggi di sole

Dopo un po’ mi fermo per togliermi la bardatura, che stendo avvoltolata esteriormente allo zaino, per farla asciugare mentre cammino. Anche i pantaloni sono chiazzati d’acqua, ma non ho un ricambio, e devo lasciarli asciugare un po’ tenendoli addosso.

Il sole ridà slancio alla mia lunghissima discesa, per alcuni minuti, poi torna a nascondersi e infine, beffarda, riprende la pioggia. Non violenta come prima, ma costante. Mi rimetto la giacca a vento e torno a coprire lo zaino.

Il sole tornerà dopo un quarto d’ora, e di lì in poi si farà sentire in modo sempre più prepotente, nell’aria sempre più pesante, mentre il paesaggio diventa più esteso, collinare, urbanizzato e motorizzato.
Passare dai milleseicento del passo ai quattrocento della meta di
Castelnuovo è un’esperienza sgradevole, e non solo per le gambe che hanno macinato chilometri.

Durante la discesa mi son sentito un paio di volte con Massimo, che arriverà in treno alle diciotto.

a castelnuovo

Mezz’ora prima vedo l’insegna dell’hotel, e gli mando un altro mesaggio, scarno ma per me molto significativo: “Sono arrivato”.
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Dal Savena al Tirreno – Sesta tappa

Itinerario: Barigazzo – Passo Cento Croci – Sant’Anna Pelago
(26 luglio 2016)

copertina
“Le ho già preparato la ricevuta. Sono trentuno euro.”
A stento maschero la sorpresa per un conto così striminzito, a fronte di un’ottima cena, una cameretta mansardata un po’ spartana, ma silenziosa e dotata di wi-fi, e una colazione abbondante.
C’ero solo io, nel ristorante-albergo San Giorgio, sulla statale dell’Abetone (ben poco trafficata a questa altezza); diverse generazioni di donne: gestione matriarcale,  molto attenta e delicatamente premurosa nei miei confronti; spazio, quiete: ci sono stato bene.

L’abitato di Barigazzo rimane un chilometro più su. Mi ci dirigo in una bella mattinata fresca e soleggiata, che sembra espandere la quiete dell’albergo a tutta la valle.

controluce
Seguendo le indicazioni della carta dei sentieri, esco dal paese per una laterale sulla destra che dovrebbe portarmi a raggiungere il sentiero del CAI numerato e intitolato ‘Via Vandelli’, che si dipana parallelo alla statale, a monte.

E così avviene: oggi parto col piede giusto.
E ora mi trovo, per la prima volta e senza approssimazioni, sul tracciato dell’antica via che sto inseguendo.
Cerco nel terreno della carrareccia pianeggiante, o appena ondulata, qualche traccia del selciato originario e mi sembra quasi di scorgerla, ma mi resta il dubbio.
Il gioco procede per un po’ di tempo, e di strada, sospesa fra radi boschi che impediscono un’ampia visuale, poi mi stanco e distraggo.
Il cielo si è fatto un po’ lattigginoso e rende il panorana poco spettacolare.
L’insolita scarsità di dislivelli ripidi promette una tappa tranquilla, per la prima volta da quando sono partito.
Le gambe non accusano il tour de force di ieri, solo la testa è un po’ svagata, anche e soprattutto per carenza di sonno, e incline a desiderare più un pomeriggio di quiete in albergo che nuove emozioni.
È l’ultima tappa completamente in terra emiliana, e quando mi immetto su un tratto d’asfalto che mi porta verso il Passo Cento Croci cerco di percepire le prime avvisaglie di Toscana.
Il tema conduttore della giornata resta sempre la Via Vandelli, che continua a essere strettamente ripercorsa, e citata nelle indicazioni dei segnavia.
In località La Fabbrica, una lapide rende onore all’abate romagnolo, ideatore e realizzatore di un’opera così ardita, ai suoi tempi nel Settecento, e ‘alle popolazioni appenniniche che divisero ingegno e fatiche’.
Ed ecco che, di lì a poco, l’antico selciato di pietre levigate e giustapposte a secco, come in un mosaico, appare in tutta la sua indiscutibile evidenza. È strano emozionarsi per un lastricato, ma l’immagine che scatto, e pubblico immediatamente, ottiene evidenti reazioni di stupore anche da tanti amici.

via vandelliQuanti cavalli saranno transitati di qua, a trasportare commercianti e avventurieri, per il breve tempo di vita di questa lunga strada…

Il cielo va imbronciandosi, lontano echeggiano dei tuoni.
Rari, quasi nulli, gli incontri con altri esseri umani.
Il panorama, che spesso si apre a valle, alla mia sinistra, con questa luce sempre più livida non è particolarmente spettacolare.
A destra, lassù, compare lontano il Sasso Tignoso, con il profilo rotto da un albero solitario, dall’aspetto lugubre come in certi film western.
Calcolo che non riuscirò a stare entro le cinque ore di cammino previste, ma ugualmente dovrei arrivare nel primissimo pomeriggio. Non ho praticamente fatto alcuna sosta, e tutto è filato via liscio.

Comincia a piovere, e sembra fare sul serio.
Mi dedico al complesso rito della bardatura: indosso la giacca a vento leggera, in fibra traspirante, affibbio la prolunga ai pantaloni, li rivesto con il copripantaloni, e simile trattamento di protezione riservo allo zaino.
Non pioverà come minacciava, e ripetutamente togliero’ e rimettero’ dei pezzi.
Ora si tratta di trovare la strada per scendere a Sant’Anna Pelago, che la cartina appena accenna, tutt’altro che diretta.
Mi inoltro in discesa per una strada bloccata da una catena. Non è la via giusta: finisce in un caseggiato agreste costellato di attrezzi, e privo di vita umana (come del resto gran parte di tutto il mio percorso odierno); mi tocca risalire sulla via asfaltata, una lunga strada che, completamente deserta, corre parallela alla valle in cui identifico il paese di Sant’Anna, il più vicino in linea d’aria, centocinquanta metri di altezza più giù.
Se ci fosse una strada diretta sarei là fra dieci minuti, e invece questa sembra fatta apposta per allontanarcisi, sia da una parte che dall’altra.

È difficile capire dove comincia l’abbozzo di strada indicato dalla carta.
Vorrei chiedere, ma qui sembra proprio ‘the day after’…
Ecco, questa potrebbe essere la buona: mi ci calo con decisione. E in breve tempo mi ritrovo in mezzo ai campi di fieno, limitati a valle dalla boscaglia.
Di tornare su non se ne parla, accetto la sfida.
Ciuffi di fieno grossi, rigidi e sdraiati mi fanno lo sgambetto.
Cerco di rallentare: se mi faccio male qui chi mi aiuta?

Finito il campo malefico affronto la boscaglia. È molto fitta, ma superata la prima barriera compare un rudere. Mi aspetto una traccia di sentiero nei pressi, e dopo un po’ ne trovo una.
Non si esaurisce, come temevo, ma gradualmente mi porta fuori dalla selva oscura, fino a rivedere l’asfalto, un ponte e le prime case.
Resta solo il dubbio che non si tratti di un altro paese. Giungo rapidamente nella piazza, ci sono le bancarelle del mercato e gruppetti di persone d’ogni età.
“Scusi è Sant’Anna qui?”
Il tipo della bancarella mi rassicura. È Sant’Anna, e avrei dovuto capirlo dall’atmosfera di festa, perché oggi è Sant’Anna anche sul calendario.

santanna

E proprio di fronte scorgo l’insegna del mio albergo.
Sono le tre, sono riuscito a far durare sette ore anche questa tappa. Poco male, ora avrò un po’ di tempo per rilassarmi, e magari anche per una dormita fuori ordinanza.
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Dal Savena al Tirreno – Quinta tappa

Itinerario: Pavullo nel Frignano – Monzone – Ponte del Diavolo – Lama Mocogno – Barigazzo
(25 luglio 2016)

copertina

Da oggi, con la prima vera tappa lungo il tracciato della Via Vandelli, al tanto decantato (e vituperato) Google Maps, si aggiungono altri strumenti di aiuto nell’identificazione del percorso: tre cartine dei sentieri che, come raccontai, ho acquistato alcuni mesi fa, e che coprono tutto l’itinerario; e inoltre, trovate in Internet, quelle rare testimonianze, essenzialmente cicloturistiche, di chi vi si è cimentato.
Gli strumenti hanno tuttavia un certo grado di incompatibilità reciproca: quando infatti ci si avventura per sentieri, Google Maps diventa afasico, tace, inibito o sdegnoso; forse, più probabilmente, soltanto inetto.

Da molto tempo, l’inizio della tappa di oggi rappresentava, nella mia mente, il caso emblematico del genere di difficoltà di tutto questo tipo di traversata: sentieri poco segnalati, e testimonianze di improvvisazione, anche avvenuta con successo, ma difficilmente replicabili.
Avevo l’alternativa, per giungere in località Monzone (primo obiettivo odierno), di ricorrere al metodo dei giorni scorsi, cioè le indicazioni del navigatore, ma significava rinunciare a percorrere zone molto più fascinose e un po’ selvagge, e rinunciare anche a una via più diretta, che avrebbe potuto darmi del prezioso vantaggio in una tappa comunque preoccupante per la sua lunghezza.
Nel saldare il conto in albergo, alle otto e mezza, adocchio una cartina turistica del posto, la apro e la verifico: evviva, la zona che mi interessa è coperta, e il grado di dettaglio sembra molto preciso, ferma restando la quasi totale mancanza di segnavia numerati.

Appena ne ho la possibilità, riponendo fiducia in quella cartina colorata, e con un dannato spirito da (non più…) giovane esploratore, mi inoltro per la rete di piccole strade che portano a caseggiati periferici, per poi diventare carrarecce e scoscesi tratturi in mezzo a un fitto bosco.
La quantità di bivii rende il gioco simile a un labirinto.

stradina

Cerco di tenere in considerazione il paese, a valle, di cui mi giungono i rumori, ma la mancanza assoluta di punti di riferimento mi dà una certa apprensione.
Che si tramuta in gioiosa speranza al comparire di una baita, poi di un piccolo agglomerato, che credo di identificare.

Morale della favola, all’uscita del bosco, anche grazie alle indicazioni di un residente (e poi anche a quelle esposte a una fermata dell’autobus), so con precisione la direzione da prendere. E con un certo entusiasmo, che si trasformerà ben presto in delusione, quando capirò di aver perso un’ora rispetto alle indicazioni del buon vecchio Google: tre ore anziché due fino a Monzone.
Ma mi sono divertito, e per l’oggettivo aggravio nelle previsioni di durata (e faticaccia) complessiva, adotto una tecnica che mi darà frutti sorprendenti, per non dire miracolosi: un passo molto cadenzato, senza mai forzare, quasi ipnotico, sull’esempio, a quanto riferiscono, dei cammelli…

“Buongiorno signora, mi può dare un po’ d’acqua?”
Si riscuote, non mi aveva visto, l’anziana abitante del quieto e soleggiato borgo di Monzone, seduta fuori di casa e intenta a non so che; poi mi risponde:
“C’è, l’acqua, più avanti. È buona, è molto buona.”
“Ah c’è la fontana? Bene, grazie!”

fontana
Le indicazioni della carrareccia per il Ponte del Diavolo, prossima meta, sono, e si manterranno, chiare e abbondanti, per fortuna.
Il tragitto in salita (l’obiettivo è a novecento metri di altitudine), in un bosco che pian piano si infittisce, ha qualcosa di magico e di mistico, anche perché non c’è un’anima, in questo lunedì di fine luglio, e pure gli uccelli e le cicale tacciono.
Faccio tesoro del benessere profondo che mi sta offrendo questa ascesa.

Finalmente qualche voce.
Vedo la mamma, mentre sento i bambini non lontani.
“Scusi, vado bene per il Ponte del Diavolo?”
“È qui, da questa parte!”
“Oh che meraviglia” dico, prima ancora di osservarlo per bene.
Si tratta forse della più notevole attrattiva turistica del mio intero viaggio, un monolito di arenaria a forma di ponte, noto almeno fin dall’epoca romana.
Sulle prime resto un po’ perplesso per la sua posizione nascosta dal bosco, poi, osservandolo e fotografandolo, rimango affascinato dalla sua sfacciata potenza.
I bambini ci giocano sopra, mentre diffondono brani di Bruce Springsteen. Curioso contrasto di epoche.
Sono educati, mi chiedono se devono farsi da parte per non intralciare le mie foto.

sul ponteE  purtroppo se ne vanno prima di me, con la loro mamma a cui avrei potuto chiedere indicazioni sul sentiero per Lama Mocogno.

Ma non dovrebbero esserci dubbi: anche se non ci sono cartelli segnaletici, dev’essere quello opposto a dove sono arrivato. Segnali bianco azzurri di vernice ne accompagnano il tragitto in discesa, che percorro un po’ titubante. Anche dalla cartina, in fondo, risulta che non ne esistono altri.
Ciò mi fa ignorare i primi campanelli d’allarme: indicazioni di luoghi che non riesco a identificare, scritte su tabelline ai margini del sentiero.
Ho già percorso molta, molta strada in discesa quando alcune frecce direzionali su un palo mi impongono la dura verità: sto procedendo in direzione esattamente opposta a quella corretta.
Consulto Google Maps: il paese che troverei continuando a scendere si trova a oltre venti chilometri dalla destinazione finale della mia quinta tappa.
Non resta che fare dietro front e affrontare la vua crucis della lunga risalita.

Sono in emergenza: la tappa è ancora lunghissima, e non so con quante ore di ritardo, e con quante residue energie, potrò portarla a conclusione, sempre che riesca a trovare l’imbocco del maledetto sentiero, che mi aspettavo fosse elementare.
Ma riesco, ancora, a non forzare l’andatura.

È un nuovo incontro felice a trarmi in salvo, una volta finalmente raggiunto, e oltrepassato con titubanza, il Ponte del Diavolo.
In groppa alla sua bicicletta da montagna, una ragazza minuta, dal fisico tonico e sportivo, vi si sta recando dallo stesso sentiero che avevo percorso all’andata.
Le chiedo immediatamente indicazioni per Lama Mocogno: mi dice di andare giù di là. Ribatto che non è possibile, spiegandole la mia brutta esperienza. Non si lascia convincere, e sulla mia insistenza a voler procedere in senso opposto, cerca addirittura di assecondarmi, indicandomi delle varianti complesse. Ma capisco che ne sa, e mi rassegno a seguirla, come gentilmente si offre.

Poco dopo l’inizio della discesa prende una deviazione, che gli imperiosi segnali bianco azzurri, sul ramo opposto, renderebbero impossibile a chiunque non la conosca.
Ecco scoperto l’arcano. Le chiedo il suo nome e la possibilità di fotografarla, prima di lasciarla andare.

ragazza
Comincia per me il lunghissimo, cadenzato, viaggio contro il tempo e lo sfinimento, per riuscire a concludere la tappa in giornata.

È già notte fonda, ora mentre scrivo, e non posso più dilungarmi.
Ma il lieto fine non lo faccio mancare.

La miracolosa andatura cadenzata che ho adottato per tutto il giorno mi fa progressivamente capire che ce la farò.
A Lama faccio una sostanziosa merenda in un bar, stendendo le gambe sulla sedia vicina. E poi mi incammino lungo la statale.

statale
Arriverò, senza alcun senso di sfinimento, ma una soddisfazione immensa, alle sette e tre quarti, undici ore e dieci dopo la partenza, e avendo superato un dislivello complessivo in salita di oltre milletrecento metri.
Davvero mi sembra un sogno.
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