Dietro Charlie Hebdo

minaccia.
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Sono già passate più di due settimane dall’attentato di Parigi, quando trovo finalmente il tempo per scrivere qualche mia considerazione a proposito di quello che è stato definito l’11 settembre europeo, a buon diritto, visto che alcuni aspetti essenziali sono comuni ai due attentati.
Comincerò proprio da quella giornata, già lontana, che sconvolse il mondo, per manifestare una mia convinzione: chi, nei tempi successivi, si prese la briga (meglio ancora se con passione) di documentarsi autonomamente sulle dinamiche, e presumibili vere motivazioni, di quell’attacco, ne ha scorto con chiarezza inequivocabile gli aspetti menzogneri della versione ufficiale, quella che fin dalla sera stessa fu propinata all’opinione pubblica e, da tale atroce vicenda che mi piace definire la più grande menzogna mai orchestrata e raccontata, è stato come immunizzato.
La puzza di bruciato gli appare subito, evidente; ne riconosce i sintomi proprio nel clamore, nell’emotività diffusa e globale che è in grado di suscitare un certo evento e non altri, magari molto più cruenti e anche contemporanei, che, ben che vada, rimangono invece in sordina come un impercettibile rumore di fondo nella nostra vita quotidiana.

Per me è stato proprio così, e insieme a quell’inconfondibile puzza di bruciato, è ricomparsa subito la stessa passione nel cercare di sapere, capire, smascherare; con il poderoso aiuto di internet e delle voci amiche, che popolano la rete, di giornalisti e saggisti che si sono specializzati nel tempo proprio in questo genere di indagine, o che comunque hanno una conoscenza approfondita e onesta del mondo e degli equilibri strategici.

La quantità di spunti che ho letto o ascoltato, in queste due settimane abbondanti, è tale da rendere molto difficile una sintesi, e comunque impossibile una ricostruzione univoca, convincente, chiara e priva di contraddizioni. Con molta umiltà cercherò comunque di estrarre, dalla matassa, gli elementi più significativi e utili a chi legga queste righe senza aver attraversato un similare percorso di approfondimento.

Cominciando proprio da chi si è espresso, invece, contro qualsiasi teoria cospirativa, dichiarandosi concorde con la versione ufficiale dei fatti.
Fra questi, cito due autori che mi sono molto cari, cioè Jacopo Fo (vedi qui)  e Massimo Fini (vedi qui).
Ho soppesato le loro opinioni, ma poi ho ripreso a cercare quelle di chi smentisce la versione raccontata dai media, collezionando non solo pareri, ma anche testimonianze, documenti, racconti, dettagli, collegamenti, notizie, di gran lunga molto più appassionanti e, a mio modesto parere, degne di maggiore attenzione.

Cercherò dunque di elencare alcuni aspetti strani della vicenda francese, che si possono leggere come indizi di una macchinazione, in alcuni casi molto eloquenti, in altri certamente meno, cominciando tuttavia da un prologo piuttosto significativo.

Nell’agosto scorso (2014), il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in un’intervista all’emittente francese ‘Canal+’ dichiara: “Se non siete solidali con Israele, allora il terrorismo arriverà in Francia” (vedi qui).
A fine novembre, l’Assemblea nazionale francese approva la mozione che chiede al governo di riconoscere lo Stato di Palestina.
Lo stesso aveva fatto, nel gennaio del 2011, come prima nazione europea, la Norvegia, che poi era stata colpita da un doppio attacco terroristico il 22 luglio 2011, con settantasette vittime (novantatrè su un’altra fonte): Anders Breivik fa esplodere un’autobomba di fronte all’ufficio del primo ministro; poche ore dopo lo stesso Breivik si infiltra in un campus del Partito Laburista nell’isola di Utoya, dove fa fuoco sui partecipanti, uccidendone sessantanove (ottantasei secondo l’altra fonte); fra gli scampati alla carneficina, erano in loco anche i figli dello stesso primo ministro norvegese.
Gli attentati norvegesi e quello francese sembrano indicare dunque una stessa matrice; se vi sommiamo poi la minaccia contenuta in quell’intervista, gli indizi diventano ancora più eloquenti.

Ma veniamo ai fatti di Parigi.

Uno dei terroristi smarrisce la propria carta d’identità nel cruscotto della prima autovettura utilizzata per fuggire.
Già è al limite del grottesco pensare a un attentatore che porta con sè la carta d’identità; che poi la perda, e addirittura nel cruscotto, sembra al di là di ogni ragionevolezza. E’ ragionevole invece che abbia fatto molto comodo, ai veri mandanti dell’attentato, poter indicare subito al mondo l’identità di (almeno) uno degli omicidi, ottenendo il massimo dell’esecrazione anti-islamica nel momento di emotività più diffusa, e di poter avviare una ben precisa caccia all’uomo.
Peraltro, come hanno ricordato diversi commentatori, lo schema è già stato usato pedissequamente anche in altre circostanze; in particolare, sia fra le rovine delle Torri Gemelle, sia nella zona dello schianto al suolo (in Pennsylvania) del quarto aereo, furono trovati i passaporti dei presunti attentatori, miracolosamente intatti.

Un filmato eseguito dall’alto, che mostra la fuga dei due terroristi dello Charlie Hebdo, ha avuto diffusione e il massimo impatto emotivo: è quello in cui viene ferito un poliziotto, poi uno di loro lo colpisce a morte da vicino, mentre è steso per terra e invoca pietà (vedi qui).
L’ipotesi di una finzione, realizzata nei giorni precedenti, sembra trovare le seguenti conferme:
– dal corpo del poliziotto non si vede uscire una goccia di sangue, né dopo i primi spari né dopo quello definitivo;
– l’impatto dello sparo ravvicinato non provoca alcun significativo spostamento del corpo;
– la strada, solitamente trafficata, è completamente libera;
– la strada è asciutta, mentre altre immagini avvenute subito dopo l’attentato mostrerebbero luoghi bagnati dalla pioggia.

Diverse fonti indicano in Amchai Stein, vicedirettore della tv israeliana ‘Channel 1’, l’autore di tale filmato, che avrebbe effettuato da un tetto o piano alto di un palazzo, dove si trovava… ‘per una pura coincidenza’. (fonte)

C’è poi un altro filmato, in cui si vede un’automobile della polizia fuggire in retromarcia, evitando lo scontro a fuoco con i due attentatori, che invece la attaccano: vedi qui.
Già un comportamento simile mi sembra del tutto improbabile; inoltre, uno dei commentatori, che ho ascoltato in un video, riferisce che nessuna traccia della sparatoria sarebbe rimasta sull’auto della polizia.

Uno fra i primi e più agguerriti oppositori alla versione ufficiale dell’11 settembre fu Thierry Meyssan, esperto in tema di fondamentalismo e integralismo islamico; in questa occasione ha sottolineato, fra l’altro, alcuni aspetti comportamentali tesi a smentire la matrice islamica:
Membri o simpatizzanti dei Fratelli Musulmani, di al-Quaeda o di Daesh (come i francesi chiamano l’ISIS/Stato Islamico/Califfato) non si sarebbero accontentati di ammazzare i disegnatori atei,  ma come prima cosa avrebbero distrutto gli archivi del giornale così come hanno fatto in altre occasioni nel Maghreb e nel Levante. Per i Jihadisti il primo dovere è distruggere gli oggetti che, secondo loro, offendono Dio; solo dopo punire i ‘nemici di Dio’. Allo stesso modo, non avrebbero subito ripiegato, fuggendo la polizia, ma avrebbero portato a termine la loro missione, morendo sul posto. Inoltre non erano vestiti come i soliti Jihadisti, ma erano in nero integrale con cappucci tutti uguali, una tenuta da commando militare, piuttosto.” (fonte)

Torniamo ora alla carneficina dentro la sede della rivista satirica. Fra le vittime c’è anche Bernard Maris, famoso economista, consigliere della Banca centrale francese, e favorevole alla cancellazione parziale del debito pubblico dei Paesi europei, dunque sicuramente inviso ai potentati economici continentali. La circostanza della sua occasionale presenza nella sede dell’attentato, e della sua uccisione, è quanto meno curiosa; secondo diversi commentatori la ciliegina sulla torta, ovvero un sostanzioso obiettivo parallelo.

Il giorno seguente la strage, Helric Fredou, un ufficiale della polizia incaricato alle indagini, si suicida. La circostanza sembra, a dir poco, sospetta.

Lo stesso giorno, cioè quello successivo alla strage, Benjamin Netanyahu  è già presente in Francia, ma, addirittura, sono presenti anche dei reparti del Mossad, i servizi segreti israeliani, come fa sapere l’ANSA: “Il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva dato ordine al ministero degli esteri e al Mossad di dare al governo francese ‘ogni assistenza necessaria per combattere l’ondata di terrorismo a Parigi'” (fonte)

Durante la caccia all’uomo, poi, non mi sembra affatto casuale la scelta di Amedy Coulibaly di assaltare e tenere in scacco il supermercato Kosher, frequentato da ebrei.

Molti commentatori hanno sottolineato come sarebbe stato possibile, da parte dei reparti scelti francesi, catturare anziché uccidere gli attentatori, soprattutto i fratelli Kouachi accerchiati dentro quel capannone industriale adibito a tipografia. Sarebbe stato logicamente molto più vantaggioso catturarli vivi, ma probabilmente non faceva comodo.

C’è poi un altro particolare, che sembra avvalorare le ipotesi più radicali di chi crede all’esistenza di una vera e propria cabina di regia planetaria, che organizza le strategie finalizzate a un ‘Nuovo Ordine Mondiale’, da parte di un ristretto gruppo di cosiddetti ‘illuminati’. Nel discorso televisivo di François Hollande la sera del 9 gennaio, è proprio l’utilizzo di questo termine, ‘illuminati’, una parola un po’ fuori luogo in quel contesto lessicale, a destare quanto meno curiosità: “Coloro che hanno commesso questi atti, questi terroristi, questi illuminati, questi fanatici, non hanno niente a che fare con la religione musulmana” (Vedi qui).

Mi fermo qui con l’elencazione di circostanze e dettagli che osteggiano la versione ufficiale dei fatti.
E non mi soffermo sulle finalità vere che si possono ipotizzare (oltre a quella di punizione per l’affronto allo Stato di Israele), se non ricordando quanto avvenuto dopo l’11 settembre: generazione di un nemico condiviso nell’immaginario collettivo; limitazione delle libertà individuali in nome della sicurezza; richiesta di delega al governo a usare le maniere forti in campo internazionale, cioè in precise operazioni militari.

Invece mi preme spendere qualche parola sulle fonti che hanno catturato più di altre la mia attenzione.
Prima fra tutte, anche come tempo dedicatovi, è la web-tv di Salvo Mandarà, denominata Salvo5puntozero.tv.
Ho assistito, in differita di poche ore rispetto alla relativa trasmissione, a due dibattiti molto lunghi sull’argomento, condotti e partecipati dallo stesso Mandarà. Nel primo (vedi qui prima parte e seconda parte) erano ospiti Enrica Perrucchietti (giovane saggista con un passato di curatrice di trasmissioni televisive) e Rosario Marcianò (uno studioso di mistificazioni di regime, noto per le sue posizioni piuttosto estreme); nel secondo (vedi qui) gli ospiti erano, oltre alla stessa Perrucchietti, anche Massimo Mazzucco (documentarista, autore di un ponderoso film-inchiesta sull’11 settembre) e Mason Massy James (anch’egli studioso di mistificazioni).
Non posso che consigliare di frequentare questo canale televisivo via internet, perché trasmette tutti i giorni commenti, interviste e dibattiti sugli argomenti più disparati e sempre in modo molto stimolante, se pur non sempre con argomenti del tutto condivisibili.

Poi c’è Giulietto Chiesa. Conoscendo bene le sue battaglie per fare emergere la verità sull’11 settembre, la sua preparazione in materia di politica internazionale e le sue posizioni sempre del tutto smaliziate nei confronti dell’informazione di regime, mi aspettavo da lui validi contributi in questa circostanza. E devo dire che questa volta mi ha colpito la sua prudenza nel non voler indicare una chiave di lettura precisa e univoca sui fatti di Parigi e dintorni, non disgiunta dalla condanna per la credulità generale rispetto alla versione ufficiale dei fatti, come si può notare in questo video.
In un secondo tempo, ho potuto visionare l’intervista fatta allo stesso Chiesa proprio da Salvo Mandarà (vedi qui). Il saggista piemontese riconduce il discorso (e vari argomenti collaterali) strettamente al quadro strategico attuale, con particolare risalto ai piani degli Stati Uniti e ai ruoli di Russia ed Europa, e, in ambito europeo, a Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia. Diversamente che in passato, non indulge questa volta su ipotesi di cabine di regia o di nuovo ordine mondiale (limitandosi a evidenziare le enormi capacità dei servizi segreti), ma anche così riesce a destare una certa inquietudine.
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A questo punto, per chi ha resistito fin qui alla lettura, vorrei concludere cercando di trarre un insegnamento da questa vicenda.
Il dibattito, soprattutto nei video che ho citato, inevitabilmente mette in guardia nei confronti di poteri nascosti in grado di organizzare eventi cruenti spettacolari, che condizionano l’opinione pubblica per strategie di dominio, a cui sono logicamente collegati successivi eventi militari ancora più cruenti e distruttivi, e, secondo alcuni, addirittura il disegno di un nuovo equilibrio di potere mondiale, tale da garantire solo una minoranza dell’umanità dall’evolversi della crisi epocale di risorse che il mondo sta già conoscendo, e lasciare soccombere gli altri.
In altre parole, suggerisce la tentazione del catastrofismo, legata al senso di impotenza nei confronti di chi invece il potere ce l’ha immenso: militare, economico, scientifico, spionistico e di indottrinamento.
Mi è venuto da chiedermi se quel po’ di serenità e gioia di vivere che è in grado di darci la nostra vita quotidiana, e che possiamo grazie al cielo sperimentare ancora, sia un lusso, o magari un inganno, o una fuga codarda dalle nostre responsabilità generazionali.
La risposta a tali dubbi, negativa e per questo incoraggiante, sembra provenire dal senso di pace interiore che si prova quando si fa il possibile, secondo le proprie piccole capacità e caratteristiche personali, per garantire un futuro possibile all’umanità minacciata. Ma c’è un passaggio, in uno dei video che ho citato, che sembra voler dare un’ulteriore risposta razionale, a fugare a sua volta quei dubbi.
Massimo Mazzucco, incalzato da Salvo Mandarà, sostiene che bisogna rifuggire dalla visione semplicistica di una lotta fra il bene e il male, ma che la realtà è dinamica, fatta di forze contrastanti complesse; sottolinea che da una parte questo bisogno di condizionare l’opinione pubblica tramite mistificazioni globali è comunque un segno di debolezza dei cosiddetti poteri forti, e che, di pari passo con le strategie di tali poteri, si stanno sviluppando rapidamente gli anticorpi di una nuova coscienza critica sempre più diffusa; e che dunque la realtà futura sarà la risultante di tali forze contrapposte.
Speriamo in bene.
Intanto non ci resta, nella vita quotidiana, che diffondere un po’ di quella coscienza critica, e poi… vivere sereni.
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Immagine da: byoblu.com/post/2015/01/17/la-profezia-di-netanyahu-se-non-siete-solidali-con-israele-allora-il-terrorismo-arrivera-francia.aspx

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La Cavalloneide – canto undicesimo

cubo.
Il messaggio semplice che gli urge darmi, con quella postura piegata in avanti del suo corpaccione un po’ anziano, con parole nette, e quella voce definitiva che echeggia autorevolmente nel regno della sua officina, incurante di qualsiasi riservatezza, è quello dell’onestà:
“Mi creda, Selis, voglio che lei si convinca della mia correttezza: i lavori sono stati fatti in coerenza con quello che appariva necessario, niente di più o di meno.”
Cerco di ribattere ricorrendo al mantra che ho ben memorizzato: “Lei capisce che bisogna accettare l’ipotesi di quattro pezzi che si guastano contemporaneamente…” ma la mia voce non è quella della battaglia, quanto piuttosto del dubbio conciliante: in realtà il potente senso di schiettezza che promana da quell’uomo ha già vinto le mie difese, costringendomi alla difficile quadratura del cerchio di un’accettazione razionale di quel calvario, cosa che ancora oggi mi riesce difficile, se non impossibile.
E quando gli dico: “Guardi che ho comunque intenzione di scrivere alla Volkswagen”, il mio tono è più di una giustificazione preventiva che di una rivendicazione, tanto che aggiungo: “Scriverò che ci siamo parlati e ci siamo chiariti, ma mi sembra giusto che sappiano tutto quello che è successo.”
“Lei scriva pure, ma tenga presente anche che le sono già venuti incontro, con la sostituzione gratis della testata: non credo proprio che la Citroën o la Opel avrebbero fatto lo stesso. Lo sa cosa mi ha detto l’ispettore, che il mio sbaglio è stato di riparare la perdita dovuta a quel bullone, che in una macchina che ha i suoi chilometri la testata andava senz’altro sostituita subito. Dunque l’unica colpa che posso attribuirmi sono i giorni in più che lo sto facendo fare con l’auto di scorta, e solo per aver cercato di limitare i danni.”
“Signor M., ce la facciamo per venerdì?”
“Facciamo il possibile, Selis, come sempre.”
“Va bene allora aspetto notizie.”
“Certo. Le do un dito, che non voglio sporcarle la mano” e mi allunga la sua col mignolo in evidenza.
Glielo afferro in qualche modo, senza negargli un sorriso franco.

E si riparte, dentro al Qubo, e col Qubo dentro al traffico caotico della sera di settembre. Dentro al mio cuore e alla mia testa, invece, una certa quiete, con la coscienza di essermi comportato finora come si deve, a fronte di evidenze anche contraddittorie.
Oltre all’invidia che dicevo, verso chi lavora alla guida di un mezzo normalmente efficiente, c’è la paura che quella specie di raglio, che emette il motore di quell’asina al cubo dell’auto di scorta, non si riveli improvvisamente la premessa di un guasto bloccante, e sarebbe la goccia che fa traboccare il vaso.
Grazie al cielo non succede, e, con questo stato d’animo passa anche il giovedì. Ma anche il venerdì, senza che mi arrivi l’attesa convocazione (che si spera definitiva) per il ritiro della Cavalla guarita. Niente da fare, ancora armarsi di pazienza: un altro fine settimana del Qubo, e ancora spese, per altri tre giorni di relativo noleggio, non senza il timore che siano comparsi ulteriori problemi nella Cavallona.

Il lunedì, intorno alle tre del pomeriggio, arriva finalmente la chiamata: la Cavalla è pronta a riprendere il galoppo. Speriamo sia la volta buona: preparo mentalmente tutta la trafila per il trasloco dell’attrezzatura interna e per la riconsegna del Qubo in cooperativa, consultando anche l’orario degli autobus, dato che, non potendo guidare due automobili contemporaneamente, dovrò raggiungere due volte l’officina.
E alle quattro e mezza, con il portafoglio ben nutrito per l’ennesimo salasso, mi avvio, col Cubo ragliante, nel solito tragitto casa-officina: sono passati circa due mesi dalla prima spedizione che sancì l’inizio dell’odissea, e il sole è già molto più basso sull’orizzonte, in prossimità, come siamo ormai, dell’equinozio d’autunno.
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(continua)
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Immagine da: it.wikipedia.org/wiki/Cubo_di_Necker

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La sera del primo gennaio

osteria vignola.
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La barba era già rasata dal pomeriggio del 31, prima che andassi a trovare, come ogni anno, gli anziani genitori di un mio vecchio amico (a proposito di riti); profumo niente, mi sono vestito sportivo, giacca a vento viola e cuffia di lana nera in testa, che è facile si debba camminare e siamo appena sopra lo zero.
La Cavallona mi aspettava quieta: “Ciao Cavalla, stasera non si lavora, si va a trovare un’amica un po’ pazza.” L’ho messa in moto e sono uscito dal garage. E mi sono immesso nel traffico rado, quieto, appagato, di questo giorno di festa così particolare.
L’ho lasciata nel posteggio dei taxi di Piazza Roosevelt, mancavano meno di dieci minuti alle nove, e i riflettori sull’attigua area di parcheggio pubblico sparavano lamine di luce vivida, sotto il cielo nero e una luna limpida e grassoccia.
“Andiamo, mi tocca pure questa” ho pensato senza eccessivo entusiasmo, e mi sono diretto verso la vicina Piazza del Nettuno, attraverso una Piazza Maggiore già ripulita: della notte brava precedente restava solo il palcoscenico da smontare e l’impalcatura del rogo del vecchione. Gli occhi puntati laggiù intorno alla fontana, cercavo di scorgere e riconoscere Christine, finché non mi sono trovato a due passi dalle sirene di marmo che gettano acqua dal seno, sotto la nobile, rassicurante, possente figura del dio dei mari.

Dopo pochi minuti d’attesa ho sentito alle mie spalle pronunciare il mio nome, con voce un po’ sbarazzina e un’erre francese inconfondibilmente moscia, ancor più della mia.
“Christine!” e le ho offerto il migliore possibile dei miei sorrisi: “Bonne année!”
“Une bonne année a toi, mon ami” e ci siamo scambiati tre baci sulle guance, come usa da loro.
L’ho guardata negli occhi verdi e pungenti; anche lei era sportiva, guanti neri di lana, giacca a vento verde, un ciuffo di capelli chiari sulla fronte spuntava da una curiosa cuffia multicolore con una specie di cordina per le tende, o per le campane, che veniva giù dall’apice per finire in una palla di lana sopra il seno.
“Dove mi porti?” mi fa.
“Ah, non mi sono preparato Christine… Le altre volte hai sempre condotto tu le danze.”
“Questa volta voglio fare la signora: anch’io, non è vero?, ho la mia evoluzione” e mi guarda furbescamente.
La fisso pure io, per un attimo di intesa profonda. E sento che nel volgere di pochi secondi abbiamo già ingranato, e la mia diffidenza è volatilizzata, e passeremo sicuramente bene un po’ di tempo.
“Mah, di posti aperti la sera del primo gennaio ho paura ce ne siano pochi. Ascolta, c’è un osteria qui vicino, in una stradina dietro la questura, conosco il proprietario, delle volte l’ho portato a casa in taxi. Andiamo a vedere.”
“Allons, enfant” e infila la mano e il braccio confidenzialmente nel mio.
“Allons enfant de la patrie” ribatto pacato.
Nel breve tragitto passiamo davanti a una salumeria, di quelle un po’ ricercate. La mia amica osserva la vetrina poi intona, con la spontaneità che ben ricordo:
“Bologna è una ricca signora,
che fu contadina”
Le faccio immediatamente il coro:
“Benessere, ville, gioielli,
e salami in vetrina… Conosci Guccini?”
“Je l’aime bien, sì, mi piace.”

Raggiungiamo in breve l’osteria: ha l’insegna spenta, ma proprio in quel momento il proprietario, con la sua grossa corporatura piegata in avanti, sta armeggiando con le chiavi nella porta d’entrata.
“Buonasera, sta aprendo?”
“Buonasera, veramente ero venuto a riordinare. Ma se vi accontentate, una pastasciutta e una buona bottiglia ve la posso rimediare.”
“Grazie” e penso che tutto va per il verso giusto, e lo guardo con gratitudine, sperando che riconosca in me quel tassista con cui, seduto davanti, ha più volte chiacchierato nel rincasare di notte.

Ci fa strada e accende le luci nel locale seminterrato; c’è del disordine, e fa un po’ freddo.
“Mettetevi comodi, adesso scaldiamo subito un po’.”
Ci sediamo in uno dei pochi tavolini dall’aspetto quasi ordinato, senza toglierci i giacconi.

“Allora questa volta hai deciso di non stupirmi con i tuoi effetti speciali, per divertirti.”
“No non ne hai bisogno” e mi rivolge uno sguardo di una dolcezza inaspettata, a cui segue qualche attimo di un bel silenzio denso.
“Dimmi qualcosa di te, non so niente, dove vivi, cosa fai, oltre a occuparti degli amici estemporanei.”
“La mia casa è nella regione Champagne-Ardenne, non molto lontano da Paris, abito da sola, vicino a un vecchio mulino ad acqua. Ma spesso sono in giro, ho amici in tutto il mondo, e quando posso li vado a trovare. Per vivere faccio varie cose, qualche traduzione da fare, qualche sito internet da progettare, qualche esibizione come maga o cantante, e ho anche una piccola agenzia che si occupa di assistenza domiciliare. Amo la vita, e la varietà delle situazioni.”
“Questo l’avevo già capito…” e mentre ribatto così, sento che quella sua affermazione mi inonda, e mi fa bene, come se potesse riaprire delle condutture sclerotizzate dal tempo.

“Vi sto preparando degli spaghetti con dell’ottima bottarga che mi han portato dalla Sardegna” ci interrompe l’oste.
“Bene” faccio io, sorvolando sull’ennesima trasgressione di queste feste alla mia dieta vegana.
“Nell’attesa vi porto un buon bianco. Può andar bene un pignoletto delle nostre colline?”
“Ottimo, chilometro zero, o quasi.”

Christine, che sempre più evidentemente dimostra di aver letto il mio racconto di ieri notte, mi chiede della mia mattinata podistica; le racconto di una luce chiara e splendente, che un miglior auspicio di inizio di anno non avrei saputo immaginare, di tetti bianchi, di campi innevati appena butterati di verde, e delle dita congelate sotto due paia di guanti.
E la conversazione prosegue come un fiume vivo ma tranquillo, forse simile a quello che scorre vicino alla sua lontana casa, in un quadro che immagino incantevole e fatato.
Assaggiamo qualche sorso di vino come aperitivo, poi arriva la pastasciutta fumante. Mangiamo con appetito e gioia. La sensazione di freddo dell’ambiente spoglio va scomparendo, e al suo posto si sta diffondendo la poesia di un incontro fatto di semplicità e comunicazione profonda.
Entrambi ripuliamo per bene il piatto col pane, per non perdere niente di quella prelibatezza di sugo, poi Christine, che ha adocchiato in un angolo una chitarra racchiusa nella sua custodia, senza chiedere niente a nessuno si alza e la va a prendere, toglie la custodia, si torna a sedere, controlla l’intonazione e la accorda brevemente.
Poi comincia ad arpeggiare, con un tocco vellutato e magico e, dopo un’introduzione che mi sembra di riconoscere, intona:

E un’ altra volta è notte e suono,
non so nemmeno io per che motivo, forse perchè son vivo
e voglio in questo modo dire “sono”
o forse perchè è un modo pure questo per non andare a letto
o forse perchè ancora c’è da bere
e mi riempio il bicchiere.

La grazia e l’intensità del suo canto attraggono anche il proprietario del locale, che interrompe le sue attività e viene a sedersi al tavolo accanto.
Conosco bene la canzone, ma non voglio spezzare l’incantesimo e mi limito anch’io ad ascoltare, ma alla fine della prima strofa lei mi fa cenno di accompagnarla.
Cerco, nei limiti delle mie possibilità, di contribuire alla magia:

E l’ eco si è smorzato appena
delle risate fatte con gli amici, dei brindisi felici
in cui ciascuno chiude la sua pena,
in cui ciascuno non è come adesso da solo con sé stesso
a dir “Dove ho mancato, dov’è stato?”,
a dir “Dove ho sbagliato?”

E poi ancora, a due voci:

Eppure fa piacere a sera
andarsene per strade ed osterie, vino e malinconie,
e due canzoni fatte alla leggera
in cui gridando celi il desiderio che sian presi sul serio
il fatto che sei triste o che t’annoi
e tutti i dubbi tuoi…

E così via, strofa dopo strofa, accompagnati da quel tocco d’angelo sulle corde della chitarra, in un crescendo di poesia e lirismo.
Adesso, sì, in questi attimi fuori dal tempo, ecco che anch’io sento di amare la vita, e la varietà delle situazioni…
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Dopo, abbiamo dialogato ancora, finendo quella bottiglia, poi l’oste ci ha portato delle fettine di torta di riso e due bicchierini di vino passito, e la conversazione, sulle nostre vite, sull’evoluzione, sugli obblighi e le occasioni, i casi e le necessità, l’arte di donare e di ricevere, è scorsa via sempre più fluida.
Per qualche momento mi è venuto naturale prendere le sue mani nelle mie, e lei si è lasciata fare con abbandono.
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“Ragazzi fra un po’ devo chiudere.”
“Certo, ora andiamo.”
Ho pagato il conto e ringraziato di cuore, porgendo la mano alla forte stretta dell’uomo.
Poi siamo usciti nella notte gelida e tersa di una Bologna antica e nuova, morta e viva come è nell’evoluzione di ciascuno di noi.
E Christine si è fatta accompagnare, a bordo della Cavallona, in un residence fuori porta, ti prego non mi chiedere di star fuori ancora mi ha detto, domattina devo prendere il treno molto presto.
“Lo so, ormai conosco le regole del gioco con te: attimi di rapimento, e poi salutarsi e sparire per un anno, o forse per sempre.”
“Che vuoi farci è la vita.”
“E noi l’amiamo, la vita, vero?, e la varietà delle situazioni.”
“Bien sûr, mon ami, certamente.”

“Ciao Christine, bonne année” ho ripetuto una volta giunti al suo residence.
E ci siamo baciati sulle guance, tre volte, come usa da loro.
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Per ascoltare la “Canzone di notte n.2” di Francesco Guccini, clicca qui.
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Immagine dal sito: tripadvisor.it/LocationPhotoDirectLink-g1842074-d3494633-i89199169-Antica_Trattoria_Moretto-Vignola_Province_of_Modena_Emilia_Romagna.html

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