Zio Beppe

Giulia Gibertoni e Beppe Grillo

Giulia Gibertoni e Beppe Grillo

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Questa volta interrompo la storia infinita dei guai occorsi alla mia fida compagna di lavoro, per l’urgenza che avverto di esprimermi su un tema che mi è caro e penso rivesta un’importanza enorme.
Credo di essere uno dei più approfonditi conoscitori al mondo di Beppe Grillo: in anni ormai lontanissimi non perdevo mai i suoi spettacoli dal vivo, poi cominciai a seguire quotidianamente il suo blog a pochi giorni dalla relativa nascita, abitudine che conservo tuttora (e ‘seguire’ significa leggere i nuovi post in evidenza, uno o due al giorno, ma anche molti dei cosiddetti ‘minipost’ che appaiono sulla colonna di destra della pagina principale).
A questo, poi, si aggiunga che seguo abitualmente anche i dibattiti su Facebook, e i numerosi  articoli sul Movimento, su varie posizioni, pubblicati quasi sempre nelle pagine internet del ‘Fatto quotidiano’.
Tengo a sottolineare, per neutralizzare subito eventuali riserve, che la mia panoramica non esclude l’ascolto di voci del dissenso, come quella di Giovanni Favia (che è il capostipite degli epurati) su Facebook e, sempre nello stesso ambiente di discussione, quella di un gruppo intitolato addirittura ‘Il cancro è dentro al M5S’.
Con tali referenze credo che, per esclusivo spirito di servizio, le mie opinioni, ma anche impressioni soggettive e sentimenti, debbano essere manifestate e mi aspetto che vengano prese in seria considerazione da chi ha a cuore la verità e il bene del nostro Paese (ma non solo), più del proprio attaccamento a questa o quella fazione o visione politica.

Fatta una premessa di questo genere, il mio senso di disorientamento e inadeguatezza, rispetto al compito di una sintesi significativa sul ribollire di tanti eventi recenti e passati, è quasi schiacciante, ma non mi tiro indietro, con la speranza di giungere a un buon risultato magari per approssimazioni successive, cioé tornandoci sopra nei commenti o in un eventuale seguito di questo articolo.
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Dopo il voto alle elezioni regionali in Emilia-Romagna e in Calabria, le dinamiche interne al Movimento, sempre piuttosto travagliate, hanno conosciuto una particolare e drammatica accelerazione, culminata (finora) nell’espulsione dei due parlamentari Massimo Artini e Paola Pinna e, immediatamente dopo, nella costituzione di un gruppo di cinque deputati (Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco e Carlo Sibilia) chiamati ad affiancare Beppe Grillo nei suoi compiti ufficiali di coordinamento e garanzia, e cioé, aggiungo io senza alcuna remora, di guida e controllo.
Sempre negli stessi giorni, il blog ha pubblicato un articolo estremamente critico nei confronti di Federico Pizzarotti, il sindaco pentastellato di Parma da tempo in bilico sull’orlo della scomunica, per le sue politiche dettate da autonomia di giudizio e rifiuto di sudditanza rispetto al duo Grillo-Casaleggio e a quell’entità impalpabile, a loro collegata, chiamata ‘lo staff’; lo stesso Pizzarotti che sta organizzando per il 7 dicembre un incontro sulle buone pratiche di amministrazione comunale, interpretato da molti come un direttorio dei dissidenti.

L’ultima doppia espulsione è stata particolarmente clamorosa, perché non preceduta, come richiederebbe lo statuto, dalla discussione e mozione fra i parlamentari, ma messa subito in votazione ‘on-line’ fra gli attivisti certificati (fra cui sono anch’io, che ho votato ‘no’), che l’hanno ratificata con oltre i due terzi dei votanti, spinti dall’appello unilaterale di Beppe, comparso sul blog: i due venivano incolpati di non privarsi, come tutti gli altri, della quota concordata di remunerazione. Se fosse stato concesso il sacrosanto diritto alla difesa, Massimo Artini e Paola Pinna avrebbero potuto dimostrare, come poi hanno fatto in altre sedi, l’infondatezza dell’accusa, ma che il loro rifiuto era limitato al tipo di rendicontazione, effettuato su proprie pagine internet anziché su quella ufficiale del blog, come peraltro avviene per un’altra ventina di parlamentari attualmente nell’occhio del ciclone.
Dunque, senza scendere qui nel giudizio sulle qualità e buone intenzioni dei due, è stata punita in realtà la loro insofferenza e mancanza di sottomissione alle direttive e agli strumenti di comunicazione del duo di comando.
Per evitare i giornalisti, lo stesso giorno in cui era in corso quell’improvvisa votazione ‘on-line’, zio Beppe si è rifugiato nella sua villa in Toscana, dove però è stato raggiunto in serata, quando i risultati erano stati diffusi, da una delegazione di parlamentari e attivisti, fra cui lo stesso Artini, spinti fin lì da un comprensibile sacro furore e bisogno disperato di chiarimento.
Hanno ottenuto, dopo lunghe insistenze, un colloquio sul pianerottolo della villa; di lì a non molto, sul ‘Fatto’, veniva pubblicato un articolo in cui traspariva la drammaticità di tale incontro (leggi qui).

E veniamo a me.
Da parte mia, avevo cercato di fronteggiare da persona matura la delusione dei risultati elettorali nella mia regione, e la relativa tentazione di veder esaurita per sempre la carica propulsiva di un grande sogno e di un progetto politico innovativo (e in qualche misura salvifico) a livello planetario: mi ripetevo che non bisogna mai spaventarsi delle dinamiche della realtà, e che la quantità di forze di rinnovamento positivo, scatenate e rese operative nel giro di pochi anni dall’iniziativa visionaria di un solo uomo, non si potevano esaurire così rapidamente, ma avrebbero trovato nuove strade per imporsi, anche e principalmente fuori dal Movimento.
Il mio privato contrasto alla demoralizzazione ha dovuto poi accompagnare gli approfondimenti su quell’articolo contro Pizzarotti, che si è saputo vecchio di un anno, e firmato da quel Walter Ganapini, da una parte co-fondatore di Legambiente ed ex-presidente di Greenpeace Italia, ma poi anche condannato a risarcire un danno erariale di nove milioni di euro.
E infine, il senso di una vera e propria ‘cupio dissolvi’, quasi un voler uccidere la propria creatura, che avesse colpito zio Beppe mi è apparso nella giornata delle due espulsioni, fino alla lettura di quel drammatico incontro, in cui non ho potuto fare a meno di immaginarlo colpito, traumaticamente, dalla disperata e appassionata richiesta di giustizia di alcuni dei suoi giovani seguaci.
L’indomani sono rimasto sbalordito dai tempi di reattività di quell’uomo, dopo una sola notte (che ho immaginato di grande conflitto interiore), nell’indire immediatamente un nuovo voto ‘on-line’, quello per ratificare il direttorio dei cinque. Sbalordito e molto, molto sollevato, nell’intuire tale scelta come un ritorno alla ragione e un auspicabile, tangibile punto di ripartenza, vista anche la qualità dei parlamentari scelti, che sono sì suoi fedelissimi, ma pure riconoscibili come personalità di assoluta eccellenza emerse dal Movimento nella sua breve storia.
Ho notato con curiosità anche un articolo di Marco Travaglio (vedi qui), pubblicato pochissimi giorni prima e rimesso in evidenza sul ‘Fatto on-line’ il giorno stesso, che suggeriva proprio una soluzione di quel genere, e mi sono chiesto se in quella notte di travaglio (con la ‘t’ minuscola) magari non ci sia stato un colloquio telefonico fra i due vecchi amici, e che dunque un’altra della menti più lucide del nostro panorama non abbia messo lo zampino su quest’ultima evoluzione.
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Il precipitare di questa situazione ha inasprito il dibattito, a qualsiasi livello di attivismo, fra chi si professa fedele seguace, e spesso ahimè bieco tifoso da stadio, e chi invece solleva dubbi o aperte critiche. Insomma si è svolta (anzi si sta svolgendo) una sorta di psicodramma, a livello pubblico ma anche sicuramente nel vissuto di tante persone, per lo più di età giovanile, che in questi ultimi anni hanno sposato la causa a Cinque Stelle spesso con grande generosità di impegno volontario.
Psicodramma che è stato un po’ anche mio, benché, come accennavo, mediato un po’ da quella saggezza, legata anche alla mia età non più giovanile, che induce a osservare anche gli eventi più stridenti con calma e distacco, e a cercare di collocarli in una prospettiva di più ampio respiro.
E’ stato così che ho potuto rivisitare la storia di questo progetto politico, giungendo ad alcune acquisizioni che arricchiscono, modificandole in parte, le mie idee precedenti. Vediamole insieme.
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1) Il Movimento 5 Stelle è contro il sistema, di cui denuncia i catastrofici danni e l’ipocrisia, ma non è rivoluzionario: cerca infatti di cambiarlo dal suo interno, con gli strumenti previsti dalla Costituzione, tutt’al più con atti non violenti di disobbedienza civile. Questo approccio è lo stesso, ad esempio, di Giulietto Chiesa, fatte le debite proporzioni sia di curriculum che di notorietà e influenza politica. Continuo a credere fermamente in questa scelta, che pure, a livello mondiale, è paragonabile al conflitto fra Davide e Golia.
Un giornalista e ‘video-maker’ del tutto indipendente, Salvo Mandarà, che seguo e sostengo da tempo, ha recentemente e improvvisamente abbandonato questa posizione, e la sua stretta vicinanza al movimento di Grillo, sposando la causa di una diffusa disobbedienza fiscale mirata a fare implodere il sistema, per ricostruirlo poi in maniera pulita; ritiene ora del tutto inutile l’opposizione parlamentare e ha accolto con entusiasmo il dato di astensioni dal voto.
Penso invece che qualsiasi forma rivoluzionaria non faccia altro che aprire le porte alle più odiose spinte verso una restaurazione violenta e un regime autoritario privo di visione etica (cioè di interesse esclusivo per l’uomo); mi sembra che un esempio da tenere bene in mente sia stato rappresentato dal cosiddetto ‘Movimento dei forconi’ che, facendo leva sul disagio diffuso, nascondeva ideologie della peggiore destra storica.

2) Il Movimento 5 Stelle propone un’idea di futuro possibile in un mondo devastato dalle conseguenze del capitalismo liberista; l’attenzione ai temi ambientali è preponderante. Considera superato il dualismo fra sinistra e destra, proponendo di fatto un nuovo modello sociale in cui solidarietà e senso della comunità sappiano far fronte agli egoismi e all’avidità di potere.
Credo che, se ci sarà un futuro, non potrà che essere questo.

3) Il Movimento propugna altresì un modello di democrazia popolare partecipata, resa possibile anche e soprattutto dalla diffusione di internet; combatte il principio di delega decisionale a propri rappresentanti.
Questo, a mio parere, è un punto molto debole e critico, smentito dalla struttura stessa: senza la leadership e il controllo di Beppe Grillo, staremmo qui a parlare di niente.
Da parte mia non ho soluzioni alla crisi del modello democratico, ben descritta da un’altra mente molto lucida del panorama italiano (Massimo Fini, vedi qui e qui) e oggetto anche di un’interessante trattazione, non ancora conclusa, in questo forum (vedi qui).
Penso però che il pur fragile e originale equilibrio che si è generato fra un verticismo di stampo fondamentalmente orientato al bene comune, come riconosco in Beppe Grillo, e il rispetto della volontà espressa in rete dalla ‘sua’ popolazione, possa quanto meno traghettare l’attuale disastrata società verso un mondo migliore.
Aver poi costituito ora un comitato di cinque persone, animate da simile slancio etico e visione della realtà, mi sembra possa stemperare virtuosamente l’eccesso di verticismo, ma su questo tornerò sopra anche nel prossimo punto.

4) Il dissenso interno è stato (inutilmente) represso con ostracismi, campagne denigratorie e periodiche espulsioni.
Credo che questo autoritarismo dittatoriale sia il peggior connotato in assoluto del Movimento; né mi sembra che l’avallo del voto fra gli attivisti alle epurazioni, pilotato con campagne d’opinione unidirezionali, stemperi l’effetto brutale e controproducente di tali pratiche.
A cominciare da Giovanni Favia fino al caso Pizzarotti, si è perso un patrimonio di pensiero ed energie che sarebbero invece linfa vitale.
I dissidenti mossi da valori inconciliabili con quelli alla base del progetto politico andrebbero ascoltati, controllati e persuasi; solo in caso estremo, e a fronte di vere trasgressioni alle regole, espulsi.
Mi sono convinto che queste modalità sbrigative siano dettate da Gianroberto Casaleggio.
Zio Beppe, cosciente dei suoi limiti in campo organizzativo, decise di ‘sposare’ il dirigente di un’azienda di informatica e comunicazione, per dare una voce robusta e strutturata al suo pensiero di rinnovamento politico: così nacquero il blog, i grandi eventi sul territorio, i gruppi locali (‘meetup’) e infine il Movimento 5 Stelle. Il problema è che Casaleggio non mi sembra affatto animato da uguale o paragonabile passione civile, e che abbia riversato sull’organizzazione politica una struttura di controllo di stampo aziendale, per non dire militare.
Grillo, che ritengo una persona dotata di eccezionale intuizione, curiosità e capacità visionaria quasi profetica, non è nuovo a errori di questo genere: pure nel caso del professor Stefano Montanari, che qualcuno ricorderà, si lasciò per esempio suggestionare da una causa (quella del sofisticato microscopio elettronico utile a scoprire le magagne dell’indutria alimentare) che poi si rivelò sbagliata.
Anche la gestione dei gruppi sul territorio è stata fin qui dettata dalle stesse logiche sbrigative di controllo, con esiti spesso e volentieri aberranti (come nella vicenda dei due ‘meetup’ nel mio comune di San Lazzaro di Savena), che hanno diffuso malcontento e istanze distruttive.
La costituzione del gruppo dei cinque giovani saggi, con splendide figure come Di Maio e Di Battista, non potrà che riportare alla ragionevolezza la complessa guida e controllo del Movimento. Davvero un grande sollievo, e la possibilità di ripartire con nuovi germi di positività che si sovrappongano, anche nell’opinione pubblica, a mugugni, rancori e porcherie di vario genere.

5) Dopo l’esplosivo risultato alle ultime elezioni politiche, i consensi sono andati via via calando.
Ho ripensato in questi ultimi giorni al primo schiaffo che si sentì dare l’elettorato, soprattutto quello meno informato e che aveva scommesso sul vento di novità della campagna elettorale urlata e travolgente di zio Beppe, nel famoso colloquio in diretta-video fra Pierluigi Bersani da una parte, Vito Crimi e Roberta Lombardi dall’altra. E da quella posizione di ‘no’ così intransigente a qualsiasi forma di collaborazione di governo.
E mi sono convinto che, secondo la miglior definizione dell’arte della politica, l’atteggiamento giusto sarebbe stato di mercanteggiare un compromesso il più vantaggioso possibile nei confronti del proprio programma elettorale. L’arma di far cadere il governo avrebbe in seguito permesso di controllare e contenere le spinte alla corruzione di quell’apparato marcio di potere che è il Partito Democratico, che invece uscì poi trionfante dagli accordi con un resuscitato Silvio Berlusconi. Paghiamo tutti le conseguenze di quella grave scelta.
L’opposizione parlamentare è stata condotta, in questo anno e mezzo abbondante, con passione e assiduità eroiche, e anche con qualche risultato importante (il nome Violante vi ricorda qualcosa?), ma il sistema ha avuto buon gioco, tramite i mezzi di informazione schifosamente corrotti e asserviti, a generare disinteresse, dissenso e disprezzo nei loro confronti.
La rinuncia aristocratica a conquistarsi un’immagine positiva sugli schermi della tv ha fatto il resto, e penso a quanto invece potrebbero piacere i Di Maio e i Di Battista, con la loro composta e intransigente serietà, intelligenza, eleganza ed educazione sia a un pubblico di media cultura, sia al nutrito popolo votante di anziane teledipendenti, spaventate e schifate dalle urla di quell’anziano ex-comico esagitato esibito di sfuggita dai telegiornali.
E così, tramontato anche il sogno grillino, per tanti non è rimasta altra scelta che un astensionismo elettorale, più depresso che rancoroso, mentre il solo Matteo Salvini, con la strategia contraria di un presenzialismo televisivo quotidiano, e di un messaggio politico elementare e facilmente comprensibile, ha limitato i danni e guadagnato molto, anche se solo percentualmente.
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Ecco, per chi ha avuto la pazienza di seguirle fin qui, le mie considerazioni maturate in queste ultime giornate.
Evito di proposito di addentrarmi sui due temi principali del programma politico a Cinque Stelle, cioè l’uscita dall’Euro e il ‘reddito di cittadinanza’, sia perché troppo complessi per essere affrontati a questo punto, sia perché in realtà non hanno costituito per me oggetto di ripensamento: ero e sono rimasto convinto della loro bontà.
Voglio solo confidare che mi è toccato pochi giorni fa sostenere polemiche piuttosto veementi, cosa per cui non ho né predisposizione né alcun genere di piacere, con due care persone del mio non molto nutrito panorama esistenziale. Il primo era contrario ad entrambe le ipotesi, il secondo, invece, favorevole alla prima ma contrario alla seconda. L’unica cosa che accomuna queste persone è il loro abbandono molto rancoroso del sogno grillino.

Ho scritto questo post per chiunque abbia la pazienza di leggerlo, ma lo dedico a chi abbia ancora la capacità di sognare.
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La Cavalloneide – canto ottavo

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Nelle successive giornate, le sonnacchiose giornate cittadine dell’ultima decade di agosto, la Cavallona, in attesa dell’intervento finalmente risolutivo, corregge il tiro (chissà come e perché) su quell’altra saltuaria fastidiosa segnalazione: non più ‘aggiungere olio’ ma, correttamente: ‘malfunzionamento sensore livello olio’.
Poi, domenica, la settimana finisce nella solita maniera, cioé con l’auto parcheggiata davanti all’officina; questa volta, però, prima dell’ennesima traversata notturna per tornare a casa, ne estraggo tutto il materiale di lavoro che mi servirà sul taxi di scorta, operazione sempre delicata per il rischio di dimenticare qualcosa.

Come indicatomi dalla segretaria della Co.Ta.Bo., il lunedì mattina la chiamo alle nove, per accapparrarmi una delle vetture di scorta.
Brutte notizie, al momento sono tutte occupate. “Mi raccomando, appena se ne libera una avvertimi, per favore.” Spengo il telefono e cerco di riprendere sonno.

Come già successe in un altro agosto ormai lontano (di cui resta traccia in questo stesso blog e nel libro), mi ritrovo come agli arresti domiciliari: isolato in questa casa lontana da tutto e con un’imponderabile quantità di tempo libero, anzi di tempo vuoto, davanti.
Quando decido di alzarmi, in tarda mattinata, mi è molto chiaro che dovrò combattere lo spettro della depressione e che per farlo la prima cosa, come avvenne allora, sarà andare a far la spesa, camminando per una quarantina di minuti, fino al centro commerciale di Villanova di Castenaso.

Nella cassetta della posta c’è il voluminoso, pesante e ingombrante catalogo dell’IKEA; lo prendo con me per buttarlo nel primo cassonetto della carta da riciclare; e via, ad andatura spedita in un’atmosfera vivida di vento freddo, di grigio chiarore, di estranee automobili sfreccianti.
Non troverò nessun cassonetto, non solo nell’intero percorso, ma neanche una volta raggiunto il centro commerciale, nonostante il relativo mezzo periplo che mi costringerò a percorrere, prima di cedere definitivamente all’idea di buttarlo nei rifiuti indifferenziati.

Il signor M. mi chiama nel pomeriggio. “Selis abbiamo scoperto. Non ci crederà, era un bullone rotto nella testata, anche noi facevamo fatica a crederci.”
“Beh, l’importante è che l’abbiate trovato.”
“Adesso aspettiamo il pezzo, poi rimontiamo il motore.”
“Ci vorrà tutta la settimana?”
“Mah, ci vogliono sempre almeno quei due-tre giorni di attesa. Appena arriva ci attiviamo.”
“Va bene, anche perché non ho trovato l’auto di scorta, sono disoccupato.”
“Ah…” avverto chiaramente l’espressione contrariata, ma che non trova parole.

Il tempo libero e l’ossessione della sua cronica scarsità: ora d’improvviso come una sconfinata prateria, o piuttosto come un austero deserto.
Potrei riprendere in mano letture e scritture che giacciono abbandonate, ascoltare musica, trasmissioni televisive o via internet, darmi ai lavori domestici con più calma e cura del solito, insomma dedicarmi a tutto ciò che viene sacrificato nel resto dell’anno.
E invece l’insolito isolamento e inattività mi costringeranno soltanto a proseguire quell’iniziale lotta contro la depressione, con le armi conosciute: qualche allenamento di corsa podistica, buone dosi di riposo e preparazione di pasti confortanti.

L’indomani, martedì, mi telefona la signora Lorella: si è liberata una vettura di scorta.
Ma le rispondo che rinuncio: mercoledì avrò comunque il turno di riposo, e giovedì ho intuito che potrebbe essere già pronta la Cavalla guarita; dunque per una sola presumibile serata di lavoro non vale la pena, la complicazione e la spesa (quasi cinquanta euro al giorno di noleggio) di rimettermi alla guida su un’auto che non è la mia.

Il lento, austero, lungo, difficile vuoto delle ore e dei giorni è interrotto, poi, il mercoledì pomeriggio da un’altra telefonata. Si tratta del servizio clienti della Volkswagen che mi ha cercato a campione, sì proprio ora, per controllare il mio grado di soddisfazione sull’ultimo intervento di una loro officina concessionaria.
La coerenza verso me stesso mi impone risposte molto nette e taglienti: ribadisco che è stata sbagliata due volte la diagnosi; vorrei spiegarmi meglio, ma la giovane interlocutrice, con fare da studentessa meticolosa, mi costringe dentro gli stretti recinti di risposte precostituite.
Mi batte il cuore, mi sembra di stare dando un colpo di mannaia su un rapporto di fiducia e simpatia maturato negli anni.
“Consiglierebbe quest’officina a dei suoi conoscenti: molto abbastanza poco per niente?”
“Per niente.”
“Le sue dichiarazioni saranno inviate anche all’officina: preferisce che restino anonime o possiamo trattarle con il suo nominativo?”
Ci penso un attimo: “Metta pure il mio nominativo.”

L’episodio non mi aiuta: nel silenzio mi regala una lunga scia di echi dolorosi.

E viene giovedì, la giornata della grande attesa, almeno nelle mie aspettative. Niente, nessuno si fa vivo, le ore passano lente, un altro giorno di lavoro buttato al vento. Se ne riparla domani.

Venerdì ‘deve’ essere il giorno risolutivo, non ci sono santi. Ma il telefono continua a tacere, per tutta la mattina e nel primo pomeriggio; finché cedo, e richiamo io.
Mi risponde l’impiegata: il signor M. è occupato con un cliente, la richiama appena si libera.
E scorrono altri minuti, qualcuno, molti, troppi.
Decido di passare all’azione: mi vesto, preparo le due borse di materiale che avrei dovuto trasferire nell’auto di scorta e mi avvio lungo le solite strade che portano al capolinea del diciannove.
C’è il sole ma non si suda. Una dolce quiete sovrasta la zona della stazione di San Lazzaro, dove aspetto l’arrivo dell’autobus col telefono mobile, sempre muto, in mano.
Che tace anche durante il ben noto tragitto lungo la via Emilia, e poi in quell’altro chilometro abbondante da fare a piedi, in lieve salita, a passo molto deciso.
Giro l’angolo e mi trovo di fronte la rampa in fondo alla quale c’è il portone aperto dell’officina. Ora mi spiegheranno che cosa succede.
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(continua)
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La Cavalloneide – canto settimo

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E’ vero, la vacanza in montagna si rivela da subito una provvisoria, ma salutare, via d’uscita dall’angosciante sindrome della vasca col buco: necessità di lavorare sempre di più per fronteggiare l’emergenza, ma tutto sistematicamente vanificato da nuovi problemi.
L’instabilità del tempo, invece, all’inizio fa pensare al peggio, ma poi il riapparire del sole (o di nuvoloni innocui) permette di effettuare, con gli amici di sempre, almeno un paio di escursioni di un’intera giornata: Bivacco Slataper nel gruppo del Sorapis, e Forcella della Neve nei Cadini di Misurina.
E’ proprio quando siamo alla base di questa seconda escursione, il penultimo dei miei otto giorni di rigenerazione, sotto un cielo grigio, in un parcheggio contornato da boschi di conifere intrisi di umidità, che giunge il momento di telefonare al signor M.: è lunedì, e l’officina deve aver appena riaperto quel portone ben noto sia a me che alla Cavallona.
“Non ci siamo per niente, non ci siamo per niente” cerco di far pesare con l’iterazione del commento l’annuncio del perdurare della perdita d’acqua, e dunque dell’inutilità dei due interventi precedenti.
Il tono della sua risposta è neutro, di chi per lunga pratica sa affrontare le difficoltà senza tentennamenti, anche se immagino che peggior notizia, alla ripresa del lavoro, non potessi dargli. Concordiamo, per la notte dell’indomani, che lascerò ancora una volta l’incontinente quadrupede davanti a quel portone sotto quella rampa.

Ed eccomi ancora lì, infatti, al punto di partenza e alla ripresa di quello che mi appare come un lungo combattimento di pugilato. Sono riuscito a tornare a casa in tempo per disfare sommariamente i bagagli e poi rimettermi subito alla guida, fino a terminare alla solita maniera la serata: spegnimento del motore davanti a quel grande portone di metallo, prima della solita traversata notturna (breve camminata più autobus più lunga camminata) che mi riporterà a casa mentre la Cavalla fa la guardia all’officina.

Quando mi risveglio il mercoledì, dopo un sonno profondo, accendo il telefono mobile e compare il tentativo di chiamata del signor M. Lo richiamo quasi subito.
“C’è una perdita nella testata del motore” è la diagnosi. E’ brutta ma me l’aspettavo, sulla base di una similare esperienza raccontatami da un collega che ha la stessa vettura, e che non avevo nascosto allo stesso capoofficina.
“Dato che c’è da smontare il motore” soggiunge, “per non farle perdere dei giorni di lavoro, direi di lasciarla qui domenica notte, così lunedì prossimo cominciamo e vediamo di riuscirci in settimana.”
“Va bene, così intanto cerco di prenotare il taxi di scorta. Allora passo a ritirarla stasera alla solita ora.”
“Va bene Selis, ci vediamo.”

Ennesima traversata a rovescio, nel pomeriggio; quando mi ripresento sembra indaffarato come per sfuggire all’incontro, ma poi mi si avvicina: in fondo non c’è molto da aggiungere in questo momento.
Sono io che ho in serbo una richiesta urgente: “Vorrà dire che mi verrà incontro, nella prossima fattura.”
“Selis, i lavori erano da fare.”
“Capisce anche lei, signor Marino, che sembra impossibile che una perdita d’acqua sia causata da tre pezzi che si rompono contemporaneamente, chi ci potrebbe credere?”
“Cosa vuole che le dica, Selis, ha visto anche lei che il radiatore aveva una perdita, poi dal bocchettone si vedeva a vista d’occhio l’acqua che usciva.”
Non ribatto, e non so se la mia espressione riveli quello che sto provando: lo spezzarsi improvviso di un legame di grande stima, fiducia e simpatia.

L’indomani telefono in Co.Ta.Bo. per prenotare il taxi di scorta per la settimana successiva; la signora Lorella, la segretaria, mi dice che non si può prenotare in anticipo, e mi consiglia di richiederlo la mattina presto di lunedì.
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(continua)
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L’immagine è stata scattata dal mio amico Claudio Pavesi, in occasione della citata escursione al Bivacco Slataper, nei pressi del quale abbiamo incontrato una coppia di placidi stambecchi.

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