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Dopo un paio di giorni, come abitualmente succede, mi avvertono che il nuovo radiatore è pronto per scendere in campo, in sostituzione di quello infortunato.
E, come d’abitudine, effettuo la mia doppia traversata, notturna e pomeridiana, per consegnare e riprendere la Cavalla.
Agosto è cominciato ma, insolitamente in un tale periodo dell’anno, mi preoccupa più il rischio della pioggia durante la solitaria passeggiata notturna che la calura del pomeriggio.
Sembra sicuro di sè, il signor M.; tuttavia vuole farmi controllare il pezzo sostituito.
“Vede questa macchia colorata? E’ nella parte di dietro, e finché non l’avevamo smontato poteva restare il dubbio, ma adesso siam sicuri.”
Non è la prima volta che mi mostra il corpo del reato, con un’ostentata ricerca della trasparenza che, a ben pensarci, dovrebbe lasciare più dubbi di quelli che ha intenzione di togliere.
“Invece, per il rumore, ho fatto quasi venti chilometri, sono andato anche su per la Croara; niente.”
“Sembra impossibile, quando deve farlo non lo fa… Pazienza, ne riparliamo più avanti.”
Poi entriamo nel piccolo ufficio, e mi illustra la fattura, con quel suo modo premuroso e chiaro che dicevo. Per togliere il radiatore bisogna smontare un sacco di pezzi; un tempo non era così.
Mi libero di un altro malloppo di biglietti da venti, e di qualcuno da cinquanta; saluto, poi riavvio la mia compagna di strada su per la rampa, all’uscita della quale trovo un angolo per sostare, a effettuare i preliminari delle mie giornate lavorative: barrare la cartella di lavoro, accendere gli apparati elettronici, nascondere la piccola borsa a tracolla e sistemare il barattolone con la mia parca ma gustosa cena vegana.
E si riparte, non del tutto tranquillizzati per la minaccia ancora incombente del rumore, e continuando inoltre a ignorare (come mi è stato indicato) quello stupido, chiassoso e inutile avvertimento sul livello dell’olio che compare di tanto in tanto.
La sera, sulle dieci, ho in programma una breve interruzione per vedere un’amica, a cui ho promesso un passaggio in cambio di un paio di libri in prestito che mi ha promesso.
Durante il percorso, il racconto dei miei guai termina con il dettaglio dell’evidenza rassicurante sul retro del radiatore, a cui reagisce con un’espressione fra l’assente e il perplesso; poi è lei a raccontarmi i suoi, quando d’improvviso mi fa: “Francesco ti senti bene?”
“Maledizione. Maledizione!” stento a trovare altre parole. “Guarda” e le indico il cruscotto, dove campeggia, in giallo, una scritta elettronica: “Attenzione! Aggiungere liquido refrigeratore”.
Non riesco a mascherare quello che sto provando, che si potrebbe definire un senso di desolante, avvilita prostrazione.
E’ con tono di voce neutro, piatto, che l’indomani mattina, ottenuta dall’impiegata la linea telefonica con il signor M., gli racconto l’accaduto e fisso un nuovo appuntamento per il lunedì successivo, l’ultimo prima di Ferragosto, con traversata notturna prevista nella notte domenicale, quella sempre più densa di cupo mistero e austeri interrogativi di tutta la settimana.
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(continua)
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Immagine da: memic.net/sfondi/animali/cavallo-bianco/




