Dal Savena all’Arno – Ottavo capitolo

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Sesta tappa: un trampolino verde e l’atterraggio finale
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Poco dopo le sette sono già nella bella sala ristorante sulla veranda, nella zona in fondo, riservata ai clienti della pensione. Spero di aver anticipato abbastanza l’arrivo della coppia milanese: non ho voglia di socializzare, tanto meno con persone che sento lontane dal mio mondo.
Ordino, sempre allo stesso ‘pacato’ personaggio dell’accoglienza, una pastasciutta e il solito piatto di formaggi misti.
“Avete birre artigianali?”
“No, soltanto Moretti e Beck’s.”
“D’accordo, vada per la Moretti.”

Intorno alle sei Massimo mi ha mandato un messaggio dal treno, mi diceva che anche quell’ultima discesa gli era costata fatica.
Il piatto di formaggi (da dimenticare) mi arriva mentre sono intento a inviargli un ulteriore messaggio, in tono ironico, sull’eccellente birra Moretti che sto sorseggiando.
Mi risponde che, al tavolo della sua famosa pizzeria, è già arrivato del pane integrale fatto con pasta madre e una squisita birra artigianale, per la mia rovente invidia.
Di lì a poco, eccoli, arrivano anche i Milanesi, e il cameriere li fa accomodare proprio nel tavolino di fronte al mio, senza che loro mi abbiano scorto.
Faccio buon viso a cattivo gioco, rivolgendo una bonaria battuta su di loro al cameriere stesso; si voltano sorpresi e mi salutano con calore abbastanza autentico.
Mi chiedono a che ora sono arrivato; gli spiego della scorciatoia che abbiamo imboccato prima della Badia del Buon Sollazzo.
Poi vogliono sapere esattamente il nome della pizzeria fiorentina tanto decantata dal mio amico, per segnalarla al loro ‘coach’.

Poco prima che finisca la cena si rivolgono ancora a me, facendomi partecipe del consiglio che hanno ricevuto circa il tragitto finale, verso Firenze l’indomani: quello di percorrere la Vecchia Fiesolana, per evitare di essere arrotato da qualche automobile.
Chiedo loro se mi possono lasciare la cartina, il tempo di andare in camera per fotografarne la parte interessata.
Quando gliela riporto, grazie al cielo non si dimostrano propensi a trattenermi ancora in chiacchiere.

Torno a incontrarli la mattina seguente, quando scendo per colazione mentre loro l’hanno appena terminata.
E poi di nuovo, con sorpresa, più tardi, mentre ho già lo zaino sulle spalle e li vedo scendere.
“Credevo foste già a Fiesole!”
“Eh no” fa la signora, “siamo lenti nei preparativi”.
Mi avvio di buon passo, abbastanza sicuro di non incontrarli più, come in effetti avverrà.

La distanza stradale qui da Olmo a Firenze è di diciotto chilometri, cioè poco più di tre ore di marcia, ma il criterio della Via degli Dei non è certo quello di fare sempre il tragitto più breve; dunque, anziché scendere gradualmente verso la destinazione, bisogna prima conquistare un’ultima vetta, il Poggio Pratone.
Ne vale la pena: il percorso fra praterie e boschi è un finale assaggio, quasi già nostalgico, di una natura carezzevole di praterie e boschi, mentre la salita svela dall’alto, sempre più chiaramente, la città dei Guelfi e Ghibellini, come una bella signora che appare lontana e inaccessibile.

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La cima, a settecento metri di altezza, è adornata da una specie di spaventoso copricapo, un imponente ripetitore della Telecom.

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Al di là della sommità, una comoda strada sterrata, di collegamento con il ripetitore, fra alti tronchi frondosi conduce a un reticolo di strade, asfaltate e non, a volte mancanti delle indicazioni per puntare su Fiesole. Mi tocca chiedere indicazioni a un paio di ciclisti che ho ancora una volta la fortuna di incontrare.

Ed eccola, finalmente, la piccola città, che appare come tenacemente abbarbicata a un dirupo.
Ecco le sue prospettive scoscese, e il suo centro, con le sue vestigia di storia, moderna e più remota.

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Dall’alto di un balcone, patetiche insegne del partito berlusconiano in via di estinzione, proprio qui in terra di forte tradizione comunista, appaiono datate come quei residui motti fascisti, che talvolta capita ancora di leggere in campagna sui muri delle vecchie cascine.

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Entro nel primo bar dotato di un paio di tavolini.
“Buongiorno signora, ha qualcosa da mangiare di salato?”
“No, questa mattina non sono potuta andare al panificio, ho solo delle paste di pasticceria.”
“Bene, allora ne scelgo una, e una birretta. Posso sedermi al tavolino?”
“Finché vòle.”
Ha un certo che di quotidiano, quieto e gradevole, questa presenza, che mi dà conforto e silenziosa compagnia.
Mi siedo scavalcando il lungo guinzaglio a cui è lagato un mansueto cagnolino, a cui riservo una grattata sulla testa pelosa e polverosa, ricevendo in cambio un paio di leccate sul dorso della mano.
Estraggo la mia guida, su cui leggo che il sentiero escursionistico per raggiungere Firenze si diramava dalla strada prima di Fiesole. Poco male, non starò certo a tornare sui miei passi, ormai.
Cerco di studiare l’immagine della cartina dei Milanesi fotografata ieri, ma i dettagli non sono chiari.
Allora mi collego a internet e chiedo a Google Maps il percorso a piedi da qui a Firenze, mi faccio prestare una biro dalla signora e comincio a trascrivere su un foglietto la lunga lista delle indicazioni dettagliate.
Intanto è entrato un avventore, ha l’accento strano e appare molto indaffarato nei preparativi dell’imminente evento dell’estate fiesolana: sta per arrivare Dario Argento, a cui verrà consegnato un premio alla carriera.

Anche questa sosta, particolarmente rilassante, giunge al termine: zaino in spalla, pago il conto ed esco, nella tarda mattinata un po’ grigia e già afosa.
Con il foglietto dei compiti, come un bravo alunno, mi metto a seguire le indicazioni che ho annotato. Sono di un livello di dettaglio tale, da risultare quasi incomprensibili e farmi alla fine propendere per seguire la strada che ho imboccato, che dovrebbe trattarsi proprio della Vecchia Fiesolana suggeritami ieri sera.
La città di Firenze, che dall’alto del Poggio Pratone sembrava così lontana, ora appare sempre più a portata di gambe, ragione buona per aumentare l’andatura. Il traffico è abbastanza sopportabile.

Raggiungo la città, il punto d’arrivo della mia lunga traversata, in una periferia che si rivela lontanissima dal centro: la strada che sto percorrendo, che pure sembra importante, non è neppure elencata nella piantina turistica che ho con me.
Mi tocca chiedere a un passante, che deve riflettere un po’ prima di indicarmi la via più breve per Santa Maria Novella: è da quelle parti l’ostello che ho prenotato per concedermi una serata e una mezza giornata di finale vacanza fiorentina.
Afa, grigiore, agglomerati urbani sgradevoli, traffico convulso e chiassoso; il tragitto verso il centro sembra infinito. L’accoglienza riservatami dalla Signora Inaccessibile, che ho impiegato sei giorni di cammino per raggiungere da casa mia, è tutt’altro che cordiale.
Ho intenzione di fare una fotografia col tablet, una bella immagine che caratterizzi bene, anche per contrasto con le precedenti, il mio arrivo a Firenze, per il quotidiano aggiornamento su Facebook seguito da tante amiche e amici.
Alla fine, evitando nell’inquadratura un gruppo di belle ragazze nordeuropee, sedute sul prato nel giardino adiacente, immortalo un torrione della Fortezza da Basso, con il retroscena, in primo piano, di uno strano teatro di legno e, sul palco, il profilo di alcune figurine bidimensionali, sempre di legno.

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Di lì a poco raggiungo un’ala laterale della stazione di Santa Maria Novella, da cui posso accedere a un sottopassaggio che mi permette di oltrepassare i binari, per uscire nella via in direzione del mio ostello.
Suono al campanello per farmi aprire.
Incombente, sopra la porta d’entrata e una breve scaletta, c’è la vetrina del piccolo ufficio accoglienza, e una ragazza dall’accento straniero che mi riceve con un bellissimo sorriso.
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Note di percorso:

Come accennato, le indicazioni del CAI, abbastanza frequenti nel corso di questa tappa, si rivelano tuttavia scarse al termine della strada della Telecom di Poggio Pratone.
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Dal Savena all’Arno – Settimo capitolo

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Quinta tappa: il monastero di San Pic-nic
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Colazione al bar del campeggio. Una ragazza assonnata smaltisce senza fretta, e con una certa indifferenza, la raffica di ordinazioni dei molti e agguerriti avventori di questa domenica mattina.
Finalmente otteniamo ascolto anche noi; ho adocchiato una coppetta di macedonia di frutta fresca, ma quella che mi viene servita, insieme a un tè e a una fetta di tiramisù, è visibilmente meno fresca, e determinerà nella mia pancia una breve ricaduta degli ahimè ben noti dolori.

La signora dell’accettazione, la stessa di ieri sera, è decisamente più vivace e gentile; prima di salutarci ci chiede se stiamo facendo la Bologna-Firenze e ci indica una scorciatoia dalla sommità del campeggio, che evita di tornare in paese: “C’è un cancellino, ma troverete le chiavi attaccate perché le ho date poco fa a un gruppo di ragazzi che fanno anche loro il vostro percorso.”

Le gambe fanno male, in salita: è l’eredità della massacrata di ieri; ma passerà presto.
Ecco il cancellino, che dà su una strada sterrata: come due Giovani Marmotte decidiamo la direzione in base alle tracce del gruppo che ci ha preceduto, sicuramente gli stessi che abbiamo snobbato ieri.
Ma poi c’è un bivio, privo di segnalazioni, con un largo sentiero che si divarica di poco dalla stradina, per poi procedere quasi parallelo, e le tracce non bastano a toglierci il dubbio. Massimo è anche perplesso sulla direzione di entrambe le vie, ma decidiamo di dividerci per vagliarle in contemporanea.
Restiamo a portata di voce per un certo tratto, poi lui non risponde più ai miei urli; vorrei comunicargli che ho incontrato un segnale stradale di dare la precedenza e le indicazioni per il paese di Trebbio; sono costretto a telefonargli.
Decide di tornare sui suoi passi e anch’io torno indietro un po’ per anticipare l’incontro.

Appena dopo il ricongiungimento, veniamo raggiunti da un uomo e una donna più anziani di noi, con le racchette da escursionismo e lo zaino voluminoso.
Ci chiedono conferma per Trebbio, poi la signora mi guarda e dice: “Noi ci siamo già incontrati, l’altro giorno, quando non trovavamo i segnali.”
“Ah, è vero, poi avete avuto più problemi?”
“No, siamo in debito di uno spritz” fa lui.
Massimo chiede di consultare la loro cartina, è una carta grande, molto dettagliata, certamente più recente della nostra guida. E il percorso indicato è sorprendentemente diverso, fa una specie di larga ansa rispetto a quello, molto più diretto, che avrebbe dovuto partire dal paese.
Evidentemente è una modifica al tracciato apportata negli ultimi anni.
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Procediamo per un po’ conversando con i due, sono milanesi.
“Milano è una città che amo” dico, “ci ho passato cinque anni in trasferta tanto tempo fa”.
“Ah sì? E che lavoro facevi?” (ci diamo già del tu).
“Ero consulente per una ditta di informatica bancaria.”
“Ah, pure io lavoravo nel grande mondo dell’informatica” fa lui.
“Ma poi, dodici anni fa, mi sono stancato di quella vitaccia e di quegli ambienti, e ho cambiato lavoro. Adesso faccio il tassista, a Bologna.”
“Ah, il tassista… Allora sarai un evasore totale.”
Non scorgo malizia nell’infelice battuta, ma non mi riesce meglio di ribattere, se non dicendo che l’Agenzia delle Entrate ha effettuato dei controlli a tappeto ma non mi ha nemmeno convocato.
Provo poi a esprimere il mio punto di vista sulla violenta aggressione in corso, anche alla nostra attività, da parte delle multinazionali della finanza, che generano precarietà, povertà e dequalificazione. Non avverto condivisione da parte loro.
Poi, per fortuna, si parla di altre cose: del campeggio ‘Il Sergente’, dove hanno alloggiato in un bungalow, di ristoranti e pizzerie di Firenze, e soprattutto di camminate; loro sono degli appassionati, anche di percorsi molto lunghi, come la Via Francigena e il Cammino di Santiago di Compostela, che hanno effettuato di recente; e ci raccontano episodi coloriti e impressioni generali.
Rappresentano una strana via di mezzo fra un sano atteggiamento sportivo e un approccio più aristocratico: citano a più riprese un certo loro ‘coach’ che li assiste abitualmente e professionalmente dalla città.
Dopo un tratto condiviso ci separiamo, loro vogliono visitare una rocca non distante; come con le Austriache di ieri, tuttavia, capiterà a più riprese di incontrarci nuovamente sul cammino.

Milanesi

Massimo mi confida che è rimasto contrariato dalla battuta sull’evasione fiscale, secondo lui troppo confidenziale, se non addirittura offensiva.

Dopo un  tratto nella boscaglia, la tappa di oggi prevede inizialmente seicento metri di salita, fino alla vetta del monte Senario, nella collina aperta e assolata del Mugello.

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Il sole oggi comincia a picchiare forte; diversamente dal solito, sento la frequente necessità di dissetarmi, e mi tocca razionare l’acqua della bottiglietta.

Massimo e Franz

Due luoghi di culto contrassegnano il percorso odierno, dapprima la Badia del Buon Sollazzo (in parziale stato di abbandono) a quota cinquecentoquaranta, e poi, in cima al monte Senario, quasi trecento metri più su, il convento dei Servi di Maria.
Sono due ragazzi che scendono in mountain bike da un ripido sentiero, a indicarci una scorciatoia che evita la Badia e punta dritto al convento.
La cosa ci fa gioco, oggi il tempo è limitato: Massimo in serata dovrà prendere il treno, per raggiungere Firenze dove ha già un appuntamento presso la sua pizzeria preferita (quella di cui parlò anche Milena Gabanelli in una puntata di ‘Report’).
“C’è da bere, lassù?” domando ai giovani ciclisti.
“Sì, c’è la fontana, e anche il bar.” Sono garbati e sorridenti, infondono energia giovanile.
“Dove state andando?”
“Facciamo la Firenze-Bologna, siamo partiti ieri.”
“Ah anche voi, buona strada allora, ciao!”

Le nostre bottigliette sono vuote, e l’idea di raggiungere una località civilizzata dove dissetarci è un forte incentivo.
La vicinanza al convento ci viene segnalata dai primi gruppetti di persone, in abbigliamento da vacanza, intente al rito del pic-nic domenicale.
Procedendo, la densità di questi piccoli assembramenti si impone sempre più, mentre il sentiero si immette in una strada asfaltata.
Quello che dovrebbe essere un posto privilegiato per la meditazione si rivela a noi, reduci da alcune ore di cammino nel silenzio e nel sole, quanto di più profano, chiassoso e popolaresco.
E’ negli immediati pressi del convento che l’affollamento concede un po’ di tregua, restituendo un certo fascino a questo luogo sacro.

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Ci dissetiamo e riempiamo le bottigliette alla fontana.
Il bar è in fondo a due salette oblunghe, un po’ buie e fresche, semivuote, con dei tavoloni in legno massiccio.
Massimo è costretto a uscire in un locale attiguo per comprare un panino; io mi arrangio con l’ultima porzione di ottimi fichi secchi che ho ancora nello zaino.
Ma l’urgenza è ancora quella di bere: al barista mediorientale, probabilmente egiziano, posso finalmente ordinare la cedrata Tassoni che tanto avevo desiderato ieri, ma che poi trovo un po’ deludente.

Concesso il giusto tempo al riposo e rinfrancamento, ci rimettiamo in cammino.
La discesa di oggi, fino alla località di Olmo dove ho prenotato l’albergo, è ben poca cosa in confronto a quella di ieri: meno di due ore, in un paesaggio collinare che è sempre un bello spettacolo, anche in un caldo pomeriggio assolato di luglio.

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“La Toscana è bella tutta” esprimo al mio amico, versiliano, una mia antica convinzione: “Da qualunque parte si proviene, appena si entra in Toscana si nota un particolare stato di grazia.”
Non commenta, sembra quasi perplesso di fronte a quella che mi sembra un’evidenza elementare.

L’intreccio di strade asfaltate che precede Olmo mi ricorda un po’ quello che mi accolse, nel pieno della luminosità meridiana, due giorni fa al Passo della Futa. Un paio di indicazioni dell’albergo ci tolgono i residui dubbi.
E’ un tre stelle; un po’ di comodità, a questo punto della traversata, non mi dispiacciono.
Il clima al banco dell’accettazione è rilassato, anzi decisamente pigro.
Otteniamo senza problemi il permesso di lasciare fare una doccia al mio compagno di viaggio, che dimostra enorme gratitudine per il relativo sollievo e recupero di presentabilità, in vista del rientro e della sua buona pizza in ottima compagnia.

E’ il momento di salutarci; lui dovrà percorrere ancora un’ora e passa di strada in discesa fino alla prima stazione ferroviaria.
Non indugiamo in salamelecchi; preferiamo guardare avanti, e fissare le prossime occasioni di incontro.
Una pacca sulla spalla al mio compagno di strada che mi lascia, chiudo la porta e mi ritrovo d’improvviso nella dimensione solitaria dei primi giorni.
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Note di percorso:

La carta della ‘Via degli Dei’ a cui ho accennato è stampata a nome di vari enti, fra cui in primo piano quello del comune di Sasso Marconi, presso cui è possibile acquistarla (vedi qui).
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Dal Savena all’Arno – Sesto capitolo

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Un’infinita marcia forzata (seconda parte della quarta tappa)
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I primi duecento metri di dislivello in discesa, dei novecento che ci aspettano, sono gli unici veramente ripidi, in mezzo al bosco, dalla vetta del monte Gazzaro al passo dell’Osteria Bruciata; la guida prevede un’ora come tempo di percorrenza.
Un cartello indica la scelta fra un percorso con difficoltà escursionistiche (quello descritto nel nostro vademecum) e un’alternativa più facile; non c’è quasi bisogno di confrontarci: scegliamo quello difficile.
Troviamo addirittura alcuni tratti di corda metallica fissata a un lato del sentiero, che si presenta scomodo, impervio, ma non pericoloso; probabilmente lo diventa in presenza di fango.
Superato questo tratto, con gli occhi sempre molto aperti a scorgere i segnali oltre alcune possibili diramazioni, riusciamo alla fine a raggiungere il Passo, impiegando più o meno il tempo previsto.

Massimo consulta la guida, in particolare il profilo altimetrico dell’intera tappa, e dà il primo allarme: “Guarda che siamo ancora lontanissimi, abbiam fatto meno di un quarto della strada.”
Bisogna armarsi di santa pazienza e procedere. La discesa, ne conveniamo entrambi, è sempre più stressante della salita: uno sforzo più violento per le gambe, l’aria che diventa via via più calda e pesante, mentre i panorami si schiacciano: l’esatto opposto dell’effetto euforizzante della salita.
Tre ore e tre quarti sono indicati, un tempo infinito, per annullare gran parte dei rimanenti settecento metri di dislivello, su mulattiere e carrarecce, e questo soltanto fino al paesino di Sant’Agata, che non sarà ancora la destinazione: da qui si dovrà proseguire quasi in piano fino a San Piero a Sieve, e poi al nostro campeggio.

Mentre procediamo, insieme alla fatica aumenta anche la percezione dello sforzo complessivo che ci verrà richiesto, visto che i tempi indicati si stanno rivelando oggi purtroppo del tutto attendibili, anzi addirittura stretti.
Scattiamo di tanto qualche immagine per documentare il lentissimo  atterraggio in una pianura splendida, nel pomeriggio spietatamente assolato.

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Passando davanti a una delle prime ville che segnalano il ritorno a un contesto urbanizzato, salutiamo un signore intento a fare qualche lavoro in giardino.
“Buongiorno” ci risponde, “se volete dell’acqua, entrate, là in fondo c’è la fontanella.”
Apprezziamo l’offerta e andiamo a dissetarci e a riempire di graditissima acqua fresca le nostre bottigliette.

E procedere. Fino a Sant’Agata, che ci accoglie finalmente nelle sue strade non troppo trafficate.
Dopo aver rimesso gli scarponi negli zaini, incrociamo un gruppo di giovani; Massimo li riconosce, devono essere quelli, mi dice, che hanno fatto casino in albergo stamattina presto (avevo in effetti percepito anch’io qualche rumore di troppo).
“Andate a San Piero?” domanda a uno di loro, che viaggiano preoccupantamente in direzione contraria.
“Sì, risponde, per San Piero di qua, per il bar di là!”
L’atteggiamento spavaldo, a causa anche della nostra grande stanchezza, suona un po’ irritante, e insistiamo nella nostra direzione.
Di lì a poco chiedo informazioni a una ragazza bionda che sta attraversando la strada: “Andiamo bene per San Piero?”
“Sì, sempre dritto per questa strada, ma c’è il sole!”
“Non importa, ne abbiamo già preso tanto…”

Se solo estraessimo ancora una volta la guida (vincendo la pigrizia figlia dell’affaticamento), scopriremmo che c’è un’alternativa sterrata, senza traffico e un po’ più breve rispetto a quella che stiamo imboccando, e che comunque, anche con quella, ci aspetterebbero ancora sette chilometri da coprire in un’ora e tre quarti di cammino.

Ce ne rendiamo conto troppo tardi, che non stiamo percorrendo la via più diretta, consultando la carta stradale di Massimo, durante una delle frequenti brevi soste per estrarre i minuscoli sassolini che si insinuano maledettamente nelle fessure dei sandali.
Le gambe vanno, non danno dolore, ma è tutto il fisico a reclamare, inascoltato, di terminare la marcia, che i lunghi rettilinei asfaltati fanno sembrare infinita.
Sono dispiaciuto anche per il mio compagno di sventura: se fossi da solo sarei responsabile unicamente della mia fatica; aver coinvolto anche lui in questa massacrata, addirittura nel primo di due soli giorni di cammino, ora è un inevitabile peso aggiuntivo sulla coscienza.
Anche se non gliel’ho chiesto io; anche se con un vero amico non c’è bisogno di giustificazioni di sorta; e anche se, come mi confermerà l’indomani, lui ama almeno quanto me affrontare le sfide.

“Al primo bar ci fermiamo a bere qualcosa” fa lui.
“Okay” e l’immagine di una fresca cedrata Tassoni, che non bevo da tanti anni, espande nella mia mente la sua luce gialla come un secondo sole, artificiale ma molto benefico.
Superiamo capannoni industriali dismessi, poi c’è un area di rifornimento di carburante, ma oggi è sabato: servizio a self-service, e bar chiuso.
Le bibite restano un miraggio, finché, un passo dopo l’altro come due automi, il paese di San Piero a Sieve si degna finalmente di aprirci le sue porte.

Invece del bar ci appare una gelateria artigianale: aggiudicato!
Cono da due euro; melone e fragola per Massimo, pesca e melone per me.
L’invasione nella coscienza, anzi l’esplosione, del refrigerio e di un sapore di frutta che sembra potentissimo, è un’esperienza quasi psichedelica, che ha pochi raffronti anche nei ricordi del passato.
Ma non solo per me: ci guardiamo e commentiamo stupiti e divertiti la comune inenarrabile percezione.

Chiediamo la strada per il camping a un anziano seduto su una panca.
“Sempre dritto di là, saranno due chilometri.” E’ cordiale, ci chiede di dove siamo.
Due chilometri: è ancora dura, ma l’indicazione ci dà sollievo: un cartello poco prima ne indicava quattro.
E un altro passante, dopo un po’, ci conferma la direzione e una distanza sempre più abbordabile.
Conosciamo il numero civico della via, ma le case sono diradate, e la cosa non aiuta.
Così è un po’ a sorpresa che, dopo una semicurva, appare a me, che precedo di poco il mio amico, l’insegna del campeggio.
Mi volto verso di lui con un gesto di vittoria.

Una volta lì davanti, Massimo estrae la macchinetta per uno storico autoscatto.

foto di Massimo

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Sono passate poco meno di dieci ore da quando abbiamo lasciato l’altro campeggio, a Monte di Fò; raramente, forse mai, ho camminato tanto a lungo.
Dall’insegna alla baracchina dell’accoglienza c’è un viale in salita che potrebbe essere infinito.

La signora ci indica su una mappa l’ubicazione della nostra casetta su ruote: è in un viale, raggiungibile tramite un percorso tortuoso, nei pressi della sommità. Le dico che non possiamo farcela, e lei ci incoraggia sorridendo.

Fa caldo, dentro il piccolo locale, ma ci limitiamo a spalancare porta e finestre senza accendere il condizionatore.
Testa o croce per chi fa per primo la doccia, primo passo verso la rinascita.
Il secondo e più sostanziale passo, e non finirò di meravigliarmi di come si possa recuperare così presto un sostanziale e profondo senso di benessere, è la cena a bordo piscina, in un ambiente all’aperto molto gradevole e rilassante.

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Su parziale ispirazione dell’amico, azzeccatissime anche le scelte alimentari: subito un’insalata mista, poi una pastasciutta cacio e pepe per me e una pizza per lui, con mezzo litro per ciascuno di un’ottima birra pilsen.
Infine, questa volta su mia ispirazione, un’altra pizza marinara, una sola divisa a metà su due piatti.

Il sole è appena tramontato; chiedo a Massimo, che ha già voglia di rientrare, di lasciarmi da solo col mio tablet, qui dove si prende il wi-fi.
E’ già buio quando lascio anch’io quell’ambiente amico, e comincio a vagabondare per il campeggio in cerca della casetta.
Dopo un paio di perimetri a vuoto dell’intera vastissima area, nel silenzio vagamente sensuale della notte fresca, superando coppie, gruppetti e comitive di giovani in clima festoso presso le loro abitazioni campestri, smarrito e preso dall’angustia, provo a telefonare al mio compare, ma ha già l’apparecchio spento.
Ecco, avevano ragione i miei amici, il rischio di perdersi alla fine si è concretizzato…!

La necessità aguzza l’ingegno, e dopo molto girovagare trovo finalmente il bandolo della matassa.

Massimo dorme pesantemente; io resto sveglio a lungo, con i piedi in alto contro la parete e le gambe un po’ divaricate.
Senza sonno, ma in preda a un sereno, totale rilassamento.
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Note di percorso:

Da Sant’Agata a San Piero bisogna prendere la via che attraversa il borgo di Gabbiano; nella mia guida è descritta come sterrata, ma non ho potuto verificare se lo è tuttora.
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Attenzione: ho aggiornato l’ ‘album fotografico’ in ambiente Facebook (relativo al quarto giorno) con le immagini di questa seconda parte: clicca qui.

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