La profezia di Rosino (terza e penultima parte)

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Lunedì 4 ottobre 2010
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Mi vanno strette, queste pagine di diario, per riferire della giornata di ieri, sicuramente la più straordinaria che io abbia mai trascorso in vita mia. Cercherò di limitarmi ai momenti più importanti, sacrificando tanti dettagli su cui sarebbe bello indugiare.
Poco dopo le otto, dunque, ho raggiunto casa di Max, e gli ho inviato un paio di squilli di telefono. L’aria era umida ma non troppo fredda, qualche nuvolone soffocava i contrasti di luce della città.
Giacca a vento grigioazzurra un po’ consunta, un piccolo zaino verde scuro, è uscito dal portone e mi ha indirizzato un cenno di saluto, prima di venire a conquistare il suo posto davanti, sulla Cavallona.
“Tutto bene?” gli chiedo.
“Diciamo di sì, va”.
“Anche sul tuo fuso orario sono le quattro di mattina, lo so. Comunque, se ci riesci, dormitela”.
“Mi impegnerò. Hai sentito il meteo?”
“Sì; nuvole, umidità, ma forse la schiviamo, la pioggia”.
“Buono”.
“Allora si parte, buonanotte”.
“Ehilà, mi raccomando, tu non dormire”.
“Mi impegnerò”.
Esodi e controesodi sono ormai lontani: è una smorta domenica mattina di inizio ottobre, e pochi TIR, solo quelli autorizzati, portano a spasso per le autostrade italiane le merci da consumare per poterne comprare delle nuove.
Modena Nord, Campogalliano, ed eccoci sulla A22 del Brennero, a solcare tutta la grigia Pianura Padana. Musica a basso volume; Max sonnecchia e ogni tanto mugugna qualcosa, forse per verificare il mio stato di veglia.
Il largo periplo intorno a Verona, il lago di Garda, poi Trento, poi ancora a Nord. I frequenti lunghi viadotti, slanciati vertiginosamente contro il cielo e come poggiati con delicato rispetto sul fondovalle dell’Adige, danno un’impressione di bellezza che si sposa bene con quella più antica delle irte colline boscose, mettendo in crisi, ogni volta che passo di qua, il mio dogma secondo cui l’asfalto e il cemento sono sempre brutti e cattivi.
Breve pausa panino (e caffè) in autogrill, intorno a mezzogiorno, poco prima di uscire dal casello di Bolzano Sud.
Giungiamo nei pressi di Merano prima dell’una. Anche i fiori presenti su tutti i davanzali di quest’unico grande, incantato presepe a cui somiglia la provincia autonoma di Bolzano sembrano sbiaditi, con questo grigio. Ora siamo del tutto svegli e cerchiamo di immaginare la migliore strategia per ritracciare casa Messner.
Quando ci sembra di essere ormai vicini al centro storico ci diamo la carica, e alla prima occasione, poi ripetutamente altre volte, abbassiamo i rispettivi finestrini e chiediamo informazioni sulla residenza dello scalatore.
Il senso di impermeabilità proprio di una qualsiasi città del Nord di queste dimensioni è acuito dal non parlare la lingua locale, che qui è prevalentemente il tedesco del Sud Tirolo. Molti ci dicono, in modo sfuggente, di non sapere; altri non ci rispondono; altri ancora ci rispondono Schlossjuval, l’ormai noto Castello Juval dove sappiamo che in questa stagione troveremmo solo uno dei ‘musei della montagna’ realizzati dall’imprenditore Messner. Le mura di cinta erte spontaneamente da una cittadinanza, a protezione del suo illustre rappresentante, sembrano invalicabili.
A un semaforo mi affianco ad un taxi. E’ libero, lo guida un giovanotto biondo dall’aria allegra, forse vedendo il mio scatterà un po’ di solidarietà fra colleghi.
“Mi dispiace”, mi fa, “non posso dirtelo; è un mio dofere professionale”, ma almeno non mente, e sorride.
Poi, appena viene il verde, prima di chiudere il finestrino, mi strizza l’occhio e mi dice: “Se fossi in te proferei in chiesa”.
“Okay, danke shoen!” gli rispondo sorridendo.
“Bitte shoen!” e riparte scattante.

‘Duomo di San Nicolò – Lavori di ristrutturazione del Centro Giovanile – Grazie per il tuo generoso contributo’, è scritto anche in italiano, nei pressi dell’entrata.

La messa di mezzogiorno è finita da un bel po’ e c’è pochissima gente sulle panche o negli ampi spazi di passaggio, delimitati da bianche colonne, fra la navata centrale e le cappelle laterali.
“Max, ho un’idea. Quanto contante hai in tasca?”
“Mah, avrò un centinaio di euro”.
“Se ti chiedessi di prestarmene cinquanta…”.
Mi guarda: “Credo di intuire i tuoi loschi piani. Comunque sembreresti un debitore solvibile”.
“Affare fatto, dammeli, se tutto va bene poi ti offrirò anche una pizza”.
“Okay, può bastare anche una cena in mensa”, e mi allunga il cinquantone, che sommato ai miei settanta fa centoventi, un’offerta alquanto sostanziosa; qualche deca residuo, ed eventualmente la carta di credito, per il resto della nostra giornata.
C’è un unico prete, seduto con il breviario in mano in una delle prime panche.
“Reverendo, vorrei lasciarle un’offerta per il centro giovanile”.
“Che il Signore ti benedica!”, mi risponde, poi sgrana gli occhi nel constatarne l’entità.
Prima che si riprenda e che, molto presumibilmente, incuriosito mi rivolga delle domande, lo anticipo:
“Senta, posso chiederle una piccola cortesia?”
“Ma certo!, dimmi!”.
“Sto cercando la casa di Reinhold Messner, ho un appuntamento con lui ma non mi ha detto dove abita”.
“Davvero singolare!”
Mi guarda negli occhi qualche secondo, un bello sguardo limpido, poi mi dice:
“In fondo non è un secreto confessionale”, e poi sgancia tutte le informazioni, indirizzo e strada più breve per arrivarci.

“Ora vediamo se davvero tutte le porte si apriranno”, dico al mio amico mentre suono un paio di volte al campanello ‘Familie Messner’, accanto al portone di una bella e grande villa in una zona periferica un po’ a monte del centro città.
“Wer ist?” sentiamo la voce acuta di una bambina domandare.
“Il cavalier narrante!”, rispondo tronfio, scambiando un sorriso complice con Max.
“Ah, prego…”, e subito la porta si apre, al cospetto del cavaliere e del suo scudiero.
La vocetta, garbata, ci indica dall’alto:
“Venite, è su al primo piano”, e poi, percorse le due rampe di scale, ci spalanca un bellissimo sorriso su un visetto delizioso.
“Scommetto che ti chiami Anna e che hai otto anni e mezzo”, riesco a ricordare dalla biografia di papà Reinhold su Wikipedia.
Mi guarda stupita, torna a sorridere: “Come fai tu a sapere?”
“Me l’ha detto un uccellino che si chiama Wiki. Comunque io sono Francesco, ciao”.
“E io Massimo”, si accoda vigile e divertito l’amico scudiero.
“Sedetevi qui in socciorno. Papà è andato con Gustav al salumificia, in casa sono solo io, ma ha detto di chiamarlo subito”, e va a prendere il telefonino, poi la sento parlare fitto in tedesco; le uniche parole che capisco sono ‘Cavalier narrante’ e ‘speck’.
“Ha detto che arriva”, dice regalandomi un altro sorrisetto, poi sparisce veloce.
La vediamo tornare da noi non più di un paio di minuti dopo, e ha fra le mani un tipico tagliere di legno con un’invitante prospettiva di fettine di speck, tagliate e allineate con discreta cura, infilzate da un paio di sottili stecconi di legno, e ornate da una corona di cetriolini sottaceto e qualche fetta di pane scuro.
“Ma che bel pensiero, grazie cara”, rispondiamo quasi all’unisono.
Si sottrae veloce e torna dopo un altro minuto con due bei boccali pieni di birra bionda.
“Sei proprio un tesoro”, dice Max; io mi limito a sorriderle e a fare una faccia teatralmente stupita.
Piega la testolina di lato, poi si avvia definitivamente verso la sua camera.
Mentre gustiamo le prelibatezze locali, Max mi chiede:
“Ma secondo te è Gustav Thoeni, l’altro?”
“E’ probabile, ricordi che un annetto fa si sentiva quella pubblicità con le campane, quella dello speck diosacomesichiama”.
“Comunque proprio niente male !”.
“Eh no, non fa rimpiangere le mie abitudini vegetariane”. E mentre dico così, l’occhio mi cade su un’etichetta rimasta casualmente attaccata sul bordo del tagliere. Quasi meccanicamente la prendo in mano per leggerla, poi strabuzzo gli occhi e la mostro all’amico: “Leggi qua, è in italiano”.
La osserva sillabando: “Speck da carni suine selezionate di provenienza sudtirolese e maremmana”. Anche lui spalanca gli occhi: “Sta a vedere che stiamo mangiando Rosino…”
“Maremma maiala…!”, scandisco trasecolato.

Eravamo entrambi sul punto di mollare gli ormeggi e sprofondare nel sonno, quando abbiamo sentito il rumore del portone aprirsi e richiudersi con decisione, insieme al tintinnare di chiavi e, subito dopo, all’incedere deciso di passi sulle scale.
“Chi di voi due è l’amico Franz?”.
“Sono io, signor Reinhold”, rispondo un po’ intimidito, ottenendo in cambio una robusta stretta di mano; stessa sorte per Max che, a ruota, si presenta.
Qualche ruga in più sul viso di come lo si ricorda, la barba quasi tutta grigia, lo stesso sguardo azzurro intenso, e un tono fisico invidiabile per i suoi sessantasei anni.
“Ti preco, niente signor, ti ho scritto, no?, siamo sulla stessa cordata”.
“Okay, Reinhold. Mi abituerò. Col mio mestiere ogni tanto incontro personaggi famosi, ma dare del tu ad una celebrità internazionale non mi era mai successo”.
“Celebrità… la gente fa presto a osannare e fa presto a dimenticare”.
Poi aggiunge: “Il resto della famiglia è andata a pranzo dagli zii, ma ho lasciato qui Anna a fare sentinella nel caso di vostro arrivo”. Se cercava di mettermi a mio agio, con questa frase ottiene l’effetto contrario: sento le fette di Rosino bloccarsi definitivamente nel mio stomaco.
“Devo confidarti delle cose che quasi nessuno al mondo conosce. E’ per questo che non mi sono firmato, e ho evitato contatti telefonici o via mail, e ti ho costretto a rintracciare questa casa: ho molta paura di essere spiato”.
“Meno male che me l’hai detto, Reinhold: sto scrivendo il diario di questa strana storia, e avevo intenzione di pubblicarlo poi sul mio blog”.
“Nessun problema, tanto nessuno crederà che siano cose vere, ma soltanto uno dei tuoi bei racconti. Quello che dico e che faccio io, invece, viene sempre preso molto sul serio”, e aggrotta la fronte. Poi: “Voglio farti una domanda, Franz. Che cosa sai di mie attività successive alla conquista degli ottomila?”.
Benchè preparatissimo sulla materia, faccio come per concentrarmi:
“Mah, qualche altra spedizione scientifica, una famosa pubblicità alla tv, ed alcuni anni di attività politica”, rispondo vago, fingendo di non ricordarmi della fine traumatica della sua carriera da onorevole europeo, quando i Verdi lo espulsero dal partito per lo scandalo di quella pubblicità ai fucili da caccia su una rivista tedesca.
“Tutto vero, ma su quelle spedizioni scientifiche, ricordi qualcosa in particolare?”.
“Mah, mi sembra che ti sia dedicato a delle ricerche e degli studi sullo Yeti, lo strano bestione leggendario”.
“Bravo, proprio qui volevo arrivare. Ho scoperto delle cose letteralmente incredibili”.
Max ed io restiamo incantati in ascolto.
“Esistono da prima della comparsa dell’homo sapiens, e da allora sembra che il loro numero sia stato sempre abbastanza costante, ed estremamente basso, su scala planetaria. Parliamo di circa centocinquanta esemplari, distribuiti su tutti i continenti. Hanno delle doti di comunicazione telepatica a noi ignote; è grazie ad esse che si tengono costantemente in contatto.
Ma non è finita qui: si direbbe che da sempre abbiano una funzione, anzi una missione, di controllo di evoluzione della specie umana, sulla quale riescono ad avere un certo influsso, sempre a livello telepatico.”
Dopo qualche secondo di un silenzio densissimo, sono io a prendere la parola:
“Ma tu sei riuscito ad incontrarne uno?”.
“Sì, più di una volta, in valle Aurina, verso Vetta d’Italia. Sono dei giganti alti fra i due e i tre metri, hanno aspetto di gorilla, e alla loro presenza si avverte un senso di totale sottomissione psicologica”.
Lo guardiamo a bocca aperta, mentre continua:
“E fu per questo che una volta fui attratto irresistibilmente ad avvicinarmi ad uno di loro, un esemplare femmina. Mi sovrastava nell’altezza, ma non sembrava aggressiva, e mi comunicava un grande senso di pace e sicurezza. Poi riuscì a plagiare il centro della mia libido, mi fece eccitare e si fece possedere. Tutto con grande naturalezza”.
Stento a credere alle parole del più grande scalatore della storia, ma evito di guardare in faccia Max, perchè so che sicuramente mi farebbe scoppiare, col semplice sguardo, nella più sgangherata e inopportuna delle risate.
“Bastò quell’unica unione sessuale per fecondare quella mia occasionale compagna e per mettere al mondo, dopo tredici mesi di gravidanza, il secondo esemplare mai nato d’incrocio fra lo Yeti e l’uomo. Nacque così la mia figlia segreta, Schygulla Schygulla, come ebbi l’istinto di chiamarla quando ci fu recapitata di nascosto a casa, non ancora del tutto svezzata. Capii, senza ombra di dubbio, con il solo aiuto di un paio di spedizioni straordinarie in Valle Aurina, che quella grossa e quieta creatura era proprio mia figlia, e che avremmo dovuto accoglierla e allevarla nella nostra famiglia. Ora ha quasi vent’anni, e, a parte l’altezza e una certa tendenza alla peluria diffusa su tutto il corpo, la si potrebbe definire una bella giovane donna. Abita in una zona segreta del castello Juval, a ridosso della roccia, esce poco, ma siamo riusciti, non senza difficoltà, a darle la formazione di una qualsiasi sua coetanea. A cui si aggiunge la sua capacità di comunicare con la rete telepatica dei nostri controllori. Capisci Franz, esiste al mondo una creatura intelligente e del tutto simile a noi, ed animata da intenzioni positive, direi addirittura fondamentalmente allegra, in grado di fare da ponte fra la loro volontà di controllare la specie umana e la stessa nostra specie.”
Prendo fiato.
Vorrei scappare, non aver sentito delle rivelazioni così incredibili e impressionanti, ma c’è una domanda che, minacciosa, vorrebbe affiorare e mi si blocca in gola.
“Ed io che c’entro in tutto questo?, starai per chiedermi”. Eccola, quella domanda, la cui risposta non posso ormai esimermi dall’ascoltare.
“Bene, caro amico, da parte mia ti dico sinceramente che non sapevo nulla della tua esistenza, finché non me ne parlò Shygulla Shygulla, rivelandomi che aveva avviato un progetto che avrebbe coinvolto un certo blogger bolognese.”
Il cuore mi batte come un martello.
“Ma penso che lei stessa abbia piacere di continuare a raccontarti questa storia. Adesso provo a chiamarla al cellulare, ma sono pronto a scommettere che lei sa già in qualche maniera di nostro incontro”.
Pietà, un attimo, vorrei gridare, ma Reinhold Messner ha già afferrato il telefonino e sta chiamando la sua figlia segreta.
Capisco che lei ha risposto quando vedo i lineamenti di lui rilassarsi in una espressione di tenera dolcezza:
“Hallo, Shy Shy, bin Ich, papy”.
Pochissime frasi in tedesco, poi chiude la comunicazione: “Come folevasi dimostrare: ci sta aspettando. Anzi…, ti sta aspettando. Ci facciamo fare da Anna un bel the caldo e poi, se vuoi, ti accompagno al castello con mia auto.”
“Se proprio è necessario…”, rispondo con un filo di voce: “mi hanno insegnato che non bisogna mai tradire le attese di una bella donna.”
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(continua)
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Immagini da: http://www.metro.co.uk/weird/160866-stunning-new-yeti-picture-not
e da: http://www.flickr.com/photos/danisaramario/3078191704

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La profezia di Rosino (parte seconda)

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Ecco dunque che cosa ho letto in quel foglio:

Mio narrante cavaliere,
sapevo di poter contare su di te, e che non ti saresti sottratto alla mia volontà.
Il tuo viaggio fin qui non è stato vano, come probabilmente avrai creduto fino a pochi attimi or sono.
L’antico piccolo ‘Allevamento Maggioni’ di maiali, che sorgeva qui, fu trasformato qualche anno fa in agriturismo e centro di formazione spirituale dal figlio del vecchio proprietario, un tipo un po’ superstizioso, ma soprattutto desideroso di aumentare il giro d’affari ai danni dei soliti babbei che si lasciano ingannare (e con quel certo dogmatico entusiasmo da iniziati) dalle teorie esoteriche più inverosimili e insensate, quantunque di moda.
L’idea gli venne da una vecchia pergamena, infilata in un collare applicato ad un maialino, che una ventina d’anni fa se ne andava vagando disperso per i campi, e che un buttero di passaggio si era premurato di portare in salvo (si fa per dire…) appunto presso il vicino allevamento.
Nella pergamena erano scritti questi versi:
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O mio buon signore
che mi darai la vita
o mio cattivo signore
che mi darai la morte
voglio affidare a te
dell’Uomo l’incerta sorte.

Fai accorrere gente
è questo che si vuole
ma soltanto gli audaci
che delle profezie della fine
nei calendari antichi
saranno i più seguaci.

Ricchezza ti porteranno
ma in cambio da te avranno
la sorte di incontrare
chi li vuole incoronare
salvatori e testimoni dell’Umanità
per tutto il tempo che sarà.

Rosinus Sus

Il vecchio Maggioni non si era curato molto della pergamena, anzi non ci aveva capito proprio niente; pensava fosse la burla di qualche ragazzo, ma per fortuna, anziché gettarla, l’aveva passata al figlio.
Anche lui non aveva capito molto, inizialmente, della profezia del maiale Rosino, ma ne era rimasto un po’ turbato, e ogni tanto ci ripensava.
Quando poi vennero alle sue orecchie quelle sciocchezze, oggi sempre più insistenti e diffuse, intorno al calendario Maya e alla fine del mondo che sarebbe prevista per il solstizio d’inverno del 2012, leggendo e rileggendo la seconda strofa della profezia, si lasciò suggestionare del tutto.
Così, allorchè il padre tre anni fa gli ha lasciato la conduzione dell’allevamento, lui ha deciso di trasformarlo nel luogo che hai, in parte, appena visto.
Ti starai chiedendo ora che cosa mai abbia a che vedere, con te e con la tua vita, tutta questa storia.
Ebbene non sarò io a rivelartelo: c’è chi ha oltre ottomila motivi, e ti assicuro tutti molto alti, molto puri e lievi, per farlo.
Cercalo, mio caro, forse lui ti sta già aspettando; so che anche questa volta ti lascerai guidare dalla mia volontà.
Il tuo preciso destino.”

Franz, calma.
Me lo sono ripetuto, come un mantra, da quel momento per tutto il viaggio di ritorno.
E appena a casa, ancor prima di riprendere ad analizzare quella missiva, e a dire il vero non esattamente con calma, ho telefonato a Max.
“Mmh”, mi ha risposto.
“Stavi dormendo? Sono Franz”.
“Mh”.
“Stavi dormendo.”
“Sì, ma fa niente. Allora?”
“Ho bisogno di vederti, così ti restituisco il navigatore e ti mostro una stranissima lettera. Ho bisogno della tua lucidità”.
“Mh”.
“Beh, non proprio di questa. Domani sera mi fai compagnia in mensa?”.
Quattro secondi di silenzio.
“Mh, domani… domani… va bene. Alle nove. Se non posso ti richiamo”.
“Ciao, grazie, e scusa”.
“Mh”.
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Martedì 29 settembre 2010
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Ieri sera, dunque, alle nove meno dieci ero già seduto in mensa, con il mio vassoio pieno davanti, incerto se infilzare con la forchetta l’invitante massa di tagliatelle al pomodoro, o aspettare per educazione l’arrivo dell’amico collega.
“Allora?”, ho sentito alle mie spalle.
Mi sono girato e ho visto il suo sorriso, sornione e rassicurante, sul faccione un po’ svagato.
“Dai, vecchio, siediti che ti racconto”.
E, quando ha appoggiato il suo vassoio e si è seduto, gli ho descritto, cercando di non lasciarmi prendere dall’ansia, l’evolversi della mia strana gita in Maremma del giorno prima.
E alla fine gli ho passato la lettera inviatami dal mio preciso destino.
“Uhm…”, mi fa, senza perdere il sorriso su quel faccione dalla barba trascurata.
“Cosa ne dici?”.
“Uhm…”, e continua a pensare, visibilmente compiaciuto e divertito.
Poi, d’improvviso, mi fa:
“Beh, mi sembra facile, l’indovinello, non dirmi che non ci sei già arrivato”.
“Ma veramente…” e ricambio il sorriso, in maniera disarmata.
“L’ho sempre detto che hai il cervello pigro, Franz. ‘Oltre ottomila motivi’. Poteva dire la stessa cosa in maniera più semplice. ‘Oltre ottomila’, chiaro o no? Poi, se non bastasse, ‘molto alti, puri, e lievi’, cioè a dire: altissimi, purissimi, levissimi”, e mi guarda.
“Maledizione, Messner !”, ribatto di colpo: “Reinhold Messner, il conquistatore di tutte le vette oltre gli ottomila metri, …e dell’acqua minerale!”
“Elementare, Watson. Mi pare che un altro bel capitolo si stia aprendo”.
“Dio santo, e chi lo contatta, quello là?”.
“Io no di sicuro, caro il mio narratore di cavalleria”, e si fa una sonora risata, da far voltare verso di noi tutti gli altri ospiti della mensa. Ferrovieri e non.
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Venerdì 1 ottobre 2010
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La settimana, che si avvia ormai al primo week-end di questo nuovo mese di ottobre, mi ha visto dunque impegnato, come logica vuole (se c’è una qualche logica in questa oscura vicenda), a cercare un contatto con il grande scalatore altoatesino.
L’aiuto che può dare Internet in questi casi è enorme.
Intanto ho chiarito le mie vaghe idee sul suo reale domicilio: mi sembrava di ricordare infatti che abitasse dentro un castello un po’ sperduto in una di quelle magnifiche valli.
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Vero fino a un certo punto: il Castel Juval, sopra il paese di Naturno in Val Venosta, risulta esere soltanto, secondo la maggior parte dei siti a lui dedicati, la sua residenza estiva, luglio e agosto. Una sola fonte, fra le varie che ho trovato, rivela invece dove abbia domicilio, insieme alla famiglia, per il resto dell’anno, cioè nella città di Merano.
Esiste poi un suo sito ufficiale, che, in onore al proprio suffisso ‘.de’, cioè Deutschland, è in sola lingua tedesca. In fondo alla home page, tuttavia, ho trovato una parola inequivocabile: ‘Kontakt’ e, cliccandoci sopra, mi si è aperta una finestrella con una piccola immagine (ci risiamo!) del castello, relativo indirizzo postale, numeri di telefono e fax, e infine indirizzo email (info@reinholdmessner.it), quest’ultimo, grazie al cielo, evidentemente svincolato da legami territoriali.
Ho deciso immediatamente, martedì scorso, proprio poco prima di rimetter le mani a questo diario, di scrivergli una brevissima email:

Egregio Signor Reinhold Messner,
qualcuno mi ha detto, e ho qualche ragione per credergli, che lei mi stia aspettando.
Mi limito a chiederLe, per ora, se la cosa sia vera o meno.
Distinti saluti.
Il cavalier narrante.

Da martedì, dunque, dopo l’invio, ho cominciato a consultare con nervosa frequenza la mia posta elettronica, nella speranza, o forse timore, di ricevere una risposta; più di una volta mi è capitato addirittura di deviare dai normali percorsi lavorativi con il taxi, per un salto a casa o in qualche internet-point: niente.
Stamattina, dunque, ho preso il coraggio a due mani, e, con quel poco che ormai restava della mia convinzione in questa assurda vicenda, ho telefonato al numero indicato nel sito ufficiale.
Mi ha risposto una segreteria telefonica in tedesco. Ho messo giù. Ho rifatto il numero a più riprese, poi, al quinto tentativo, vergognandomi alquanto di me stesso, ho balbettato: “Sono il cavalier narrante, cerco il signor Messner, lo pregherei di richiamarmi al seguente numero…”.
Sono ormai le cinque del pomeriggio; fra poco, per fortuna, comincia il mio turno di lavoro.
Guardo in cagnesco il telefonino, che continua a tacere.

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Sabato 2 ottobre 2010
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Oltre al mio indirizzo email principale, da molto tempo ne ho un secondo, che ho dedicato al blog (è quello indicato nella pagina di autopresentazione), nonché agli acquisti su ‘e-bay’, e ai pagamenti o incassi tramite ‘paypal’. Lo consulto quotidianamente, il più delle volte solo per ripulire la casella da tutto lo ‘spam’ e il ‘fishing’, cioè finti avvisi da parte di un’infinità di banche nazionali.
In questa settimana, però, a causa del mio interesse così monopolizzante per la vicenda che sto vivendo, l’avevo del tutto trascurato.
Oggi a mezzogiorno, quando mi son ricordato di riaprire la casella, come mi aspettavo l’ho trovata piuttosto nutrita di messaggi indesiderati di quel genere. Ho cliccato su ‘seleziona tutto’ ma, un attimo solo prima di dare il comando di cancellazione, gli occhi si sono soffermati su una riga che conteneva nel mittente, anzichè il nome di un’agenzia bancaria, una strana dicitura: ‘Nanga@Parbat.com’ .
Nuova improvvisa accelerazione delle pulsazioni cardiache, non appena mi è sovvenuto che il Nanga Parbat è uno degli ‘ottomila’ conquistati da Messner in arrampicata libera (anzi, come ho in seguito controllato, il primo di tutta la serie).
Quando poi ho aperto la lettera, scampata per un pelo a quella ecatombe, non ho potuto evitare un ulteriore tuffo al cuore, nel leggere:
Caro amico,
voglio che ci diamo del tu, perchè il nostro preciso destino ci ha kollocato sulla stessa cordata.
Anche se questa volta il capocordata non sono io, ti aspetto per spiegarti di persona un po’ di cose, e magari farti qualke conoscenza.
Non cercarmi via mail o via telefono, per sicurezza preferisco non rispondere.
E poi credo che ti sia stato detto che ‘molte porte si apriranno davanti a te’.
Porte, non kaselle postali o telefoni.
A presto.”
Non mi ero ancora del tutto calmato, quando ho afferrato il telefonino e ho chiamato Max.
“Buongiorno!” mi fa, con una voce molto viva.
“Bene, questa volta non dormi. Ci sono novità”.
“Sono tutt’orecchi, chiamami Dumbo!”.
“Stammi a sentire, elefante, mi ha cercato”.
“Chi, l’altissimo, purissimo e levissimo?”
“Sì proprio lui. Mi ha scritto una mail, ma non nel mio indirizzo solito, in quell’altro”.
“Quale altro?”
“Lascia perdere, non ha importanza. Mi sta aspettando, vuole parlarmi. Credo che abiti a Merano”.
Non sento nessuna replica, ma avverto il consueto interesse divertito.
“Ascoltami, Max, è domani, vero, il tuo nuovo giorno di riposo?”
“Sì”.
“Io domattina parto e vado a cercarlo. Mi fai compagnia?”
“Così, sui due piedi?”, lo sento un po’ in difficoltà.
“Ci terrei molto”.
“Non lo so, Franz. Avevo un paio di impegni, non lo so… Te lo dico stasera”.
“Okay, grazie”.
“De nada, ciao”.

Dieci minuti fa il mio apparecchietto ha emesso d’improvviso la consueta musica per una chiamata in arrivo. Era lui.
“Dimmi Max”.
“Okay vengo, basta che non mi fai dormire in un castello”.
“Ah, sapevi anche tu del castello. Ma ci abita solo in estate. Comunque sei un amico, e vedrai che ce la caviamo in giornata”.
“Sì, sarebbe decisamente meglio”.
“Passo a prenderti alle otto, mi raccomando giacca a vento e scarpe pesanti. Ciao”.
“Ciao, a domani”.

E così, domattina, risveglio anticipato e, insieme alla Cavallona e al mio fido scudiero, eccoci pronti a ripartire.
Direzione: profondo Nord.
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(continua)
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La profezia di Rosino (parte prima)

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Giovedì 23 settembre 2010

Come ogni tanto per stanchezza mi succede, la notte scorsa, alla fine del turno di lavoro, avevo lasciato il telefonino chiuso dentro la Cavallona, in garage.
Dopo il risveglio, non appena un po’ presente a me stesso, e un minimo presentabile anche ai vicini che potessi eventualmente incontrare nel breve tragitto, ho cominciato dunque la mia giornata con il recupero dell’oggetto.
Con una leggera apprensione, non si sa mai di averlo invece smarrito, ho aperto il portone basculante dello stallo dove la Cavalla continuava il suo placido e grato riposo, ho illuminato l’ambiente, e cercato subito con gli occhi quell’incavo sul cruscotto dove lo tengo di solito.
Tutto sotto controllo, per fortuna: era ancora acceso, e nessuna chiamata o messaggio nuovo.
Nell’aprire la portiera, però, un altro oggetto, abbandonato sui sedili posteriori, ha catturato immediatamente la mia attenzione: una carpetta di cartoncino per documenti, color ocra, non sigillata.
Ecco, accidenti, succede sempre a fine servizio, quando poi diventa più difficile contattare il cliente distratto.
La curiosità mi ha fatto subito prendere in mano il leggero incartamento, e prima ancora di estrarne i due soli fogli che conteneva, una scritta, in bella evidenza sul cartoncino pieghevole, mi è arrivata come una stilettata al cuore ancora un po’ addormentato:

Per il cavalier narrante“.

Semplice coincidenza, o la volontà, non priva di una dolce strizzata d’occhio, di fare avere proprio a me quei documenti?
Con curiosità moltiplicata, e cuore e attenzione molto più vigili, ho immediatamente aperto la carpettina.
Due fogli bianchi, con pochissime scritte.
Sul primo ho riconosciuto senza dubbio le coordinate geografiche identificative di una qualche località, informazione che i più sofisticati navigatori satellitari sono oggi in grado di trattare, in ingresso o in uscita.
Il secondo invece, con una grafia molto ricercata, conteneva questa breve frase:

Molte porte si apriranno davanti a te, cavalier narrante,
se così ti presenterai“.
Firmato: “Il tuo preciso destino“.

Inutile dire che ho passato tutta questa giornata a rimuginare su quello stranissimo ritrovamento, incerto se dargli credito o meno finché, poco fa, ho preso la decisione di telefonare e chiedere aiuto al mio collega Max, dotato di uno di quei moderni attrezzi tecnologici.
Mi sono messo d’accordo con lui, che stasera, per le nove, mi ha promesso di farmi compagnia a cena, alla mia solita mensa dei ferrovieri.

 

Venerdì 24 settembre 2010

Un vero amico, Max.
Si è incuriosito e divertito alla mia vicenda e l’ha presa a cuore, al punto da promettermi di prestarmi il suo navigatore in occasione del suo prossimo giorno di riposo, cioé domani.
Ma non solo: insieme abbiamo cercato di individuare la località indicata da quelle coordinate; si tratta, se non ci siamo sbagliati, di una zona di campagna in provincia di Grosseto.
Poi, sapendo che di lui mi fido, o forse per il suo carattere molto incline ai voli di fantasia, mi ha sollecitato a tentare la spedizione, non sia mai che davvero “il mio preciso destino” mi stia aspettando da quelle parti.
Ed io, che talvolta sono una persiona impressionabile, mi sono lasciato convincere.
Domattina alle dieci passerò da lui, mi farò prestare il GPS, e partirò alla volta della Toscana.

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Domenica 27 settembre 2010

Una giornata memorabile, ieri.
Sarà quel che sarà, sia che davvero quest’episodio cambi radicalmente il corso della vita mia e non solo mia, come tremo di emozione al pensiero, sia che mi abbia permesso niente più di un’insolita esperienza fine a sè stessa, sono comunque contento di essermi fatto convincere ad affrontare una delle più strane gite della mia vita.
Ma andiamo con ordine.
La Bologna-Firenze, sempre pericolosa con tutte quelle curve, quei TIR scatenati e quegli autovelox in agguato; poi, verso Livorno e lungo l’Aurelia, le cose sono andate meglio, e la dolcezza del panorama della Toscana tutta, che si impone e si fa riconoscere da qualunque parti vi si addentri, ha confortato il mio veloce cammino.
Una pausa ad un area di servizio per un panino, quindi mi sono rimesso alla volontà di quella voce di donna sintetizzata che usciva dal piccolo navigatore.
Ed essa mi ha condotto per strade sempre più strette e meno trafficate, e in una campagna sempre più aperta e selvaggia; non mi sarei sorpreso ad incontrare qualche tradizionale ‘buttero’ a cavallo, ..che magari anche la Cavallona avrebbe gradito.
“Fra cento metri girare a destra”.
“Va bene, signorina!”.
La strada è asfaltata solo per un breve tratto, poi diventa bianca; il galoppo della Cavalla lascia dietro di sé una scia di fumo polveroso.
La ‘signorina’ tace per qualche chilometro, poi, finalmente, l’annuncio che più desideravo:
“Fra trecento metri si giungerà a destinazione”.
Sfido, penso fra me, la strada finisce, mentre la vocetta mi fa: “Destinazione raggiunta”.
Davanti a me una cancellata di legno grezzo, e una grande insegna:

Maremma mayala

con l’effigie di un bel maialino e, sullo sfondo, un modellino di piramide a scaloni, in stile Maya.
Sotto, più in piccolo, “Ranch, agriturismo, allevamento maiali” e, più piccolo ancora, “Suonare e presentarsi al citofono“.
Ho spento il motore, mi sono stiracchiato qualche secondo, ho ripassato la parola d’ordine, poi, non senza un po’ di batticuore, ho suonato al campanello.
Niente.
Ho tornato a suonare al campanello, e questa volta ho sentito attivarsi il citofono.
Mi aspettavo il canonico “Chi è?” per rispondere fiero: “Il cavalier narrante” e verificare così, cercando di non tradire civetteria, il funzionamento di quella mia privatissima password.
Con un misto di delusione e sollievo ho sentito invece lo scatto della serratura automatica che si sbloccava.
Sono entrato.
Un vialetto alberato mi ha condotto ad un grande spiazzo erboso, forse il primo di una serie, e lo spettacolo che mi si è presentato mi resterà a lungo davanti agli occhi.
Maiali, grandi e piccoli, in libertà, quasi tutti fermi a far la siesta e grufolare; e accanto a ciascuno di essi una o due persone, in prevalenza trentenni e quarantenni, ma anche più anziani, uomini e donne, tutti seduti nella classica posizione yoga del fiore di loto, e tutti vestiti con un semplice tunicone rosa unisex.
Gli sguardi concentrati sul corpo del suino prescelto per la contemplazione.
Una musica indiana, di sitar e pochi altri strumenti, diffusa su tutta l’area, a generare un incanto sufficiente a coprire la crudezza dei grugniti.
Un altro rumore artificiale, poi, proveniva da laggiù: quello del motore di una grande vasca idromassaggio, all’interno della quale si stavano rilassando in silenzio cinque o sei persone, non so se nude o in costume da bagno.
Un po’ sorpreso da questo scenario, ed estraneo ad esso nel mio abbigliamento, ho arrestato il mio cammino, un po’ per rispetto e un po’ perchè non sapevo dove dirigermi e a chi rivolgermi.
Finchè ho visto uscire da un sentiero in una boscaglia, ed entrare nello spiazzo, un personaggio che si distingueva nettamente.
Alto, studiato nel portamento, stempiato, la coda di cavallo sui capelli giallognoli, indossava un tunicone rosa diverso dagli altri, per alcuni raffinati ornamenti sui bordi, e camminava con passo lento e grave fra i suini e gli umani.
Ho provato a sorridergli da lontano, ma sembrava non curarsi di me; poi, quando si è venuto a trovare vicino, gli ho detto “Buongiorno”.
Immediatamente si è portato il dito indice davanti alle labbra, intimandomi il silenzio, e riempiendomi di ulteriore disagio.
Diversi minuti di tale situazione paralizzante, che mi sono sembrati ore, finchè finalmente è venuto a salvarmi un altro uomo, vestito in jeans, una camicia chiara con le maniche un po’ rimboccate, e un paio di sandali.
Mi ha fatto segno di entrare in una piccola costruzione sulla destra, il suo ufficio, probabilmente la reception.
Una faccia alla Vittorio Sgarbi, con tanto di grande ciuffo sale e pepe e vistoso paio d’occhiali neri, mi ha fatto accomodare davanti alla sua piccola scrivania, poi ha estratto un grosso registro e una biro.
“Nome di battesimo?”, mi fa, con tono neutro, di routine.
“Francesco, oppure Franz, oppure Cavalier narrante”.
Mi guarda con un sorriso un po’ beffardo, poi, senza perdere la calma:
“Avevo detto solo: nome di battesimo”.
“Ah, va bene, Francesco”.
“Segno zodiacale?”
“Sagittario”, e rinuncio ad aggiungere, come faccio altre volte, “ma non credo all’astrologia”: per carità, non è il caso nè il momento.
“Ascendente?”
“Non lo so”.
Non riesce ad evitare di fulminarmi con uno sguardo:
“Come non lo sa?”
“Non lo so”.
“Beh, allora mi dica data e orario di nascita”.
Quelli per fortuna li so, e glieli comunico.
“Bene, le faccio un’ultima domanda: conosce i nostri corsi di avviamento spirituali, o è venuto per curiosità, o magari alla ricerca di un agriturismo standard?”
Visto che la parola d’ordine non sembrava aver sortito effetti, cerco di uscire d’impaccio chiedendogli informazioni sui corsi.
“Bene”, mi risponde, “abbiamo un corso base per imparare a vedere l’aura dei maiali, poi uno per imparare il linguaggio degli angeli, e infine quello più elevato, un corso teorico-pratico di ufologia. Ha già frequentato corsi simili?”.
“No, mai”.
“Bene, c’è sempre una prima volta. Le lascio questo opuscolo: qui ci sono le informazioni principali, comprese quelle sui costi dei corsi e dell’alloggio a pensione completa”.
“Ah bene, la ringrazio, era proprio quello che cercavo, per ora”.
“Grazie a lei, Francesco. Mi raccomando, nell’uscire, faccia piano, non mi distragga i suini”.
“Farò il possibile”.
Con grande sollievo e passo felpato ma veloce mi avvio verso il vialetto di ingresso.
E’ andata male, penso fra me e me, nell’aprire e richiudermi dietro il grande cancello di legno, ed avviarmi verso l’auto parcheggiata lì vicino.
Poi contraggo d’improvviso le sopracciglia e stringo gli occhi: sotto il tergicristallo della Cavallona qualcuno ha inserito un’altra carpetta color ocra, del tutto uguale a quella ritrovata due giorni prima sul sedile.
E con scritte, in bella evidenza, le stesse parole un po’ ruffiane: “Per il cavalier narrante“.
Con il cuore palpitante mi ci sono avventato, l’ho aperta e ne ho estratto l’unico foglio che conteneva.
A differenza dell’altra volta, il messaggio era scritto molto fitto: lungo e circostanziato.
E non poco sconvolgente.
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(continua)
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Immagine elaborata dai siti: http://www.ricchezzavera.com/ e disegnomanga.ning.com

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