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Lunedì 4 ottobre 2010
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Mi vanno strette, queste pagine di diario, per riferire della giornata di ieri, sicuramente la più straordinaria che io abbia mai trascorso in vita mia. Cercherò di limitarmi ai momenti più importanti, sacrificando tanti dettagli su cui sarebbe bello indugiare.
Poco dopo le otto, dunque, ho raggiunto casa di Max, e gli ho inviato un paio di squilli di telefono. L’aria era umida ma non troppo fredda, qualche nuvolone soffocava i contrasti di luce della città.
Giacca a vento grigioazzurra un po’ consunta, un piccolo zaino verde scuro, è uscito dal portone e mi ha indirizzato un cenno di saluto, prima di venire a conquistare il suo posto davanti, sulla Cavallona.
“Tutto bene?” gli chiedo.
“Diciamo di sì, va”.
“Anche sul tuo fuso orario sono le quattro di mattina, lo so. Comunque, se ci riesci, dormitela”.
“Mi impegnerò. Hai sentito il meteo?”
“Sì; nuvole, umidità, ma forse la schiviamo, la pioggia”.
“Buono”.
“Allora si parte, buonanotte”.
“Ehilà, mi raccomando, tu non dormire”.
“Mi impegnerò”.
Esodi e controesodi sono ormai lontani: è una smorta domenica mattina di inizio ottobre, e pochi TIR, solo quelli autorizzati, portano a spasso per le autostrade italiane le merci da consumare per poterne comprare delle nuove.
Modena Nord, Campogalliano, ed eccoci sulla A22 del Brennero, a solcare tutta la grigia Pianura Padana. Musica a basso volume; Max sonnecchia e ogni tanto mugugna qualcosa, forse per verificare il mio stato di veglia.
Il largo periplo intorno a Verona, il lago di Garda, poi Trento, poi ancora a Nord. I frequenti lunghi viadotti, slanciati vertiginosamente contro il cielo e come poggiati con delicato rispetto sul fondovalle dell’Adige, danno un’impressione di bellezza che si sposa bene con quella più antica delle irte colline boscose, mettendo in crisi, ogni volta che passo di qua, il mio dogma secondo cui l’asfalto e il cemento sono sempre brutti e cattivi.
Breve pausa panino (e caffè) in autogrill, intorno a mezzogiorno, poco prima di uscire dal casello di Bolzano Sud.
Giungiamo nei pressi di Merano prima dell’una. Anche i fiori presenti su tutti i davanzali di quest’unico grande, incantato presepe a cui somiglia la provincia autonoma di Bolzano sembrano sbiaditi, con questo grigio. Ora siamo del tutto svegli e cerchiamo di immaginare la migliore strategia per ritracciare casa Messner.
Quando ci sembra di essere ormai vicini al centro storico ci diamo la carica, e alla prima occasione, poi ripetutamente altre volte, abbassiamo i rispettivi finestrini e chiediamo informazioni sulla residenza dello scalatore.
Il senso di impermeabilità proprio di una qualsiasi città del Nord di queste dimensioni è acuito dal non parlare la lingua locale, che qui è prevalentemente il tedesco del Sud Tirolo. Molti ci dicono, in modo sfuggente, di non sapere; altri non ci rispondono; altri ancora ci rispondono Schlossjuval, l’ormai noto Castello Juval dove sappiamo che in questa stagione troveremmo solo uno dei ‘musei della montagna’ realizzati dall’imprenditore Messner. Le mura di cinta erte spontaneamente da una cittadinanza, a protezione del suo illustre rappresentante, sembrano invalicabili.
A un semaforo mi affianco ad un taxi. E’ libero, lo guida un giovanotto biondo dall’aria allegra, forse vedendo il mio scatterà un po’ di solidarietà fra colleghi.
“Mi dispiace”, mi fa, “non posso dirtelo; è un mio dofere professionale”, ma almeno non mente, e sorride.
Poi, appena viene il verde, prima di chiudere il finestrino, mi strizza l’occhio e mi dice: “Se fossi in te proferei in chiesa”.
“Okay, danke shoen!” gli rispondo sorridendo.
“Bitte shoen!” e riparte scattante.
‘Duomo di San Nicolò – Lavori di ristrutturazione del Centro Giovanile – Grazie per il tuo generoso contributo’, è scritto anche in italiano, nei pressi dell’entrata.
La messa di mezzogiorno è finita da un bel po’ e c’è pochissima gente sulle panche o negli ampi spazi di passaggio, delimitati da bianche colonne, fra la navata centrale e le cappelle laterali.
“Max, ho un’idea. Quanto contante hai in tasca?”
“Mah, avrò un centinaio di euro”.
“Se ti chiedessi di prestarmene cinquanta…”.
Mi guarda: “Credo di intuire i tuoi loschi piani. Comunque sembreresti un debitore solvibile”.
“Affare fatto, dammeli, se tutto va bene poi ti offrirò anche una pizza”.
“Okay, può bastare anche una cena in mensa”, e mi allunga il cinquantone, che sommato ai miei settanta fa centoventi, un’offerta alquanto sostanziosa; qualche deca residuo, ed eventualmente la carta di credito, per il resto della nostra giornata.
C’è un unico prete, seduto con il breviario in mano in una delle prime panche.
“Reverendo, vorrei lasciarle un’offerta per il centro giovanile”.
“Che il Signore ti benedica!”, mi risponde, poi sgrana gli occhi nel constatarne l’entità.
Prima che si riprenda e che, molto presumibilmente, incuriosito mi rivolga delle domande, lo anticipo:
“Senta, posso chiederle una piccola cortesia?”
“Ma certo!, dimmi!”.
“Sto cercando la casa di Reinhold Messner, ho un appuntamento con lui ma non mi ha detto dove abita”.
“Davvero singolare!”
Mi guarda negli occhi qualche secondo, un bello sguardo limpido, poi mi dice:
“In fondo non è un secreto confessionale”, e poi sgancia tutte le informazioni, indirizzo e strada più breve per arrivarci.
“Ora vediamo se davvero tutte le porte si apriranno”, dico al mio amico mentre suono un paio di volte al campanello ‘Familie Messner’, accanto al portone di una bella e grande villa in una zona periferica un po’ a monte del centro città.
“Wer ist?” sentiamo la voce acuta di una bambina domandare.
“Il cavalier narrante!”, rispondo tronfio, scambiando un sorriso complice con Max.
“Ah, prego…”, e subito la porta si apre, al cospetto del cavaliere e del suo scudiero.
La vocetta, garbata, ci indica dall’alto:
“Venite, è su al primo piano”, e poi, percorse le due rampe di scale, ci spalanca un bellissimo sorriso su un visetto delizioso.
“Scommetto che ti chiami Anna e che hai otto anni e mezzo”, riesco a ricordare dalla biografia di papà Reinhold su Wikipedia.
Mi guarda stupita, torna a sorridere: “Come fai tu a sapere?”
“Me l’ha detto un uccellino che si chiama Wiki. Comunque io sono Francesco, ciao”.
“E io Massimo”, si accoda vigile e divertito l’amico scudiero.
“Sedetevi qui in socciorno. Papà è andato con Gustav al salumificia, in casa sono solo io, ma ha detto di chiamarlo subito”, e va a prendere il telefonino, poi la sento parlare fitto in tedesco; le uniche parole che capisco sono ‘Cavalier narrante’ e ‘speck’.
“Ha detto che arriva”, dice regalandomi un altro sorrisetto, poi sparisce veloce.
La vediamo tornare da noi non più di un paio di minuti dopo, e ha fra le mani un tipico tagliere di legno con un’invitante prospettiva di fettine di speck, tagliate e allineate con discreta cura, infilzate da un paio di sottili stecconi di legno, e ornate da una corona di cetriolini sottaceto e qualche fetta di pane scuro.
“Ma che bel pensiero, grazie cara”, rispondiamo quasi all’unisono.
Si sottrae veloce e torna dopo un altro minuto con due bei boccali pieni di birra bionda.
“Sei proprio un tesoro”, dice Max; io mi limito a sorriderle e a fare una faccia teatralmente stupita.
Piega la testolina di lato, poi si avvia definitivamente verso la sua camera.
Mentre gustiamo le prelibatezze locali, Max mi chiede:
“Ma secondo te è Gustav Thoeni, l’altro?”
“E’ probabile, ricordi che un annetto fa si sentiva quella pubblicità con le campane, quella dello speck diosacomesichiama”.
“Comunque proprio niente male !”.
“Eh no, non fa rimpiangere le mie abitudini vegetariane”. E mentre dico così, l’occhio mi cade su un’etichetta rimasta casualmente attaccata sul bordo del tagliere. Quasi meccanicamente la prendo in mano per leggerla, poi strabuzzo gli occhi e la mostro all’amico: “Leggi qua, è in italiano”.
La osserva sillabando: “Speck da carni suine selezionate di provenienza sudtirolese e maremmana”. Anche lui spalanca gli occhi: “Sta a vedere che stiamo mangiando Rosino…”
“Maremma maiala…!”, scandisco trasecolato.
Eravamo entrambi sul punto di mollare gli ormeggi e sprofondare nel sonno, quando abbiamo sentito il rumore del portone aprirsi e richiudersi con decisione, insieme al tintinnare di chiavi e, subito dopo, all’incedere deciso di passi sulle scale.
“Chi di voi due è l’amico Franz?”.
“Sono io, signor Reinhold”, rispondo un po’ intimidito, ottenendo in cambio una robusta stretta di mano; stessa sorte per Max che, a ruota, si presenta.
Qualche ruga in più sul viso di come lo si ricorda, la barba quasi tutta grigia, lo stesso sguardo azzurro intenso, e un tono fisico invidiabile per i suoi sessantasei anni.
“Ti preco, niente signor, ti ho scritto, no?, siamo sulla stessa cordata”.
“Okay, Reinhold. Mi abituerò. Col mio mestiere ogni tanto incontro personaggi famosi, ma dare del tu ad una celebrità internazionale non mi era mai successo”.
“Celebrità… la gente fa presto a osannare e fa presto a dimenticare”.
Poi aggiunge: “Il resto della famiglia è andata a pranzo dagli zii, ma ho lasciato qui Anna a fare sentinella nel caso di vostro arrivo”. Se cercava di mettermi a mio agio, con questa frase ottiene l’effetto contrario: sento le fette di Rosino bloccarsi definitivamente nel mio stomaco.
“Devo confidarti delle cose che quasi nessuno al mondo conosce. E’ per questo che non mi sono firmato, e ho evitato contatti telefonici o via mail, e ti ho costretto a rintracciare questa casa: ho molta paura di essere spiato”.
“Meno male che me l’hai detto, Reinhold: sto scrivendo il diario di questa strana storia, e avevo intenzione di pubblicarlo poi sul mio blog”.
“Nessun problema, tanto nessuno crederà che siano cose vere, ma soltanto uno dei tuoi bei racconti. Quello che dico e che faccio io, invece, viene sempre preso molto sul serio”, e aggrotta la fronte. Poi: “Voglio farti una domanda, Franz. Che cosa sai di mie attività successive alla conquista degli ottomila?”.
Benchè preparatissimo sulla materia, faccio come per concentrarmi:
“Mah, qualche altra spedizione scientifica, una famosa pubblicità alla tv, ed alcuni anni di attività politica”, rispondo vago, fingendo di non ricordarmi della fine traumatica della sua carriera da onorevole europeo, quando i Verdi lo espulsero dal partito per lo scandalo di quella pubblicità ai fucili da caccia su una rivista tedesca.
“Tutto vero, ma su quelle spedizioni scientifiche, ricordi qualcosa in particolare?”.
“Mah, mi sembra che ti sia dedicato a delle ricerche e degli studi sullo Yeti, lo strano bestione leggendario”.
“Bravo, proprio qui volevo arrivare. Ho scoperto delle cose letteralmente incredibili”.
Max ed io restiamo incantati in ascolto.
“Esistono da prima della comparsa dell’homo sapiens, e da allora sembra che il loro numero sia stato sempre abbastanza costante, ed estremamente basso, su scala planetaria. Parliamo di circa centocinquanta esemplari, distribuiti su tutti i continenti. Hanno delle doti di comunicazione telepatica a noi ignote; è grazie ad esse che si tengono costantemente in contatto.
Ma non è finita qui: si direbbe che da sempre abbiano una funzione, anzi una missione, di controllo di evoluzione della specie umana, sulla quale riescono ad avere un certo influsso, sempre a livello telepatico.”
Dopo qualche secondo di un silenzio densissimo, sono io a prendere la parola:
“Ma tu sei riuscito ad incontrarne uno?”.
“Sì, più di una volta, in valle Aurina, verso Vetta d’Italia. Sono dei giganti alti fra i due e i tre metri, hanno aspetto di gorilla, e alla loro presenza si avverte un senso di totale sottomissione psicologica”.
Lo guardiamo a bocca aperta, mentre continua:
“E fu per questo che una volta fui attratto irresistibilmente ad avvicinarmi ad uno di loro, un esemplare femmina. Mi sovrastava nell’altezza, ma non sembrava aggressiva, e mi comunicava un grande senso di pace e sicurezza. Poi riuscì a plagiare il centro della mia libido, mi fece eccitare e si fece possedere. Tutto con grande naturalezza”.
Stento a credere alle parole del più grande scalatore della storia, ma evito di guardare in faccia Max, perchè so che sicuramente mi farebbe scoppiare, col semplice sguardo, nella più sgangherata e inopportuna delle risate.
“Bastò quell’unica unione sessuale per fecondare quella mia occasionale compagna e per mettere al mondo, dopo tredici mesi di gravidanza, il secondo esemplare mai nato d’incrocio fra lo Yeti e l’uomo. Nacque così la mia figlia segreta, Schygulla Schygulla, come ebbi l’istinto di chiamarla quando ci fu recapitata di nascosto a casa, non ancora del tutto svezzata. Capii, senza ombra di dubbio, con il solo aiuto di un paio di spedizioni straordinarie in Valle Aurina, che quella grossa e quieta creatura era proprio mia figlia, e che avremmo dovuto accoglierla e allevarla nella nostra famiglia. Ora ha quasi vent’anni, e, a parte l’altezza e una certa tendenza alla peluria diffusa su tutto il corpo, la si potrebbe definire una bella giovane donna. Abita in una zona segreta del castello Juval, a ridosso della roccia, esce poco, ma siamo riusciti, non senza difficoltà, a darle la formazione di una qualsiasi sua coetanea. A cui si aggiunge la sua capacità di comunicare con la rete telepatica dei nostri controllori. Capisci Franz, esiste al mondo una creatura intelligente e del tutto simile a noi, ed animata da intenzioni positive, direi addirittura fondamentalmente allegra, in grado di fare da ponte fra la loro volontà di controllare la specie umana e la stessa nostra specie.”
Prendo fiato.
Vorrei scappare, non aver sentito delle rivelazioni così incredibili e impressionanti, ma c’è una domanda che, minacciosa, vorrebbe affiorare e mi si blocca in gola.
“Ed io che c’entro in tutto questo?, starai per chiedermi”. Eccola, quella domanda, la cui risposta non posso ormai esimermi dall’ascoltare.
“Bene, caro amico, da parte mia ti dico sinceramente che non sapevo nulla della tua esistenza, finché non me ne parlò Shygulla Shygulla, rivelandomi che aveva avviato un progetto che avrebbe coinvolto un certo blogger bolognese.”
Il cuore mi batte come un martello.
“Ma penso che lei stessa abbia piacere di continuare a raccontarti questa storia. Adesso provo a chiamarla al cellulare, ma sono pronto a scommettere che lei sa già in qualche maniera di nostro incontro”.
Pietà, un attimo, vorrei gridare, ma Reinhold Messner ha già afferrato il telefonino e sta chiamando la sua figlia segreta.
Capisco che lei ha risposto quando vedo i lineamenti di lui rilassarsi in una espressione di tenera dolcezza:
“Hallo, Shy Shy, bin Ich, papy”.
Pochissime frasi in tedesco, poi chiude la comunicazione: “Come folevasi dimostrare: ci sta aspettando. Anzi…, ti sta aspettando. Ci facciamo fare da Anna un bel the caldo e poi, se vuoi, ti accompagno al castello con mia auto.”
“Se proprio è necessario…”, rispondo con un filo di voce: “mi hanno insegnato che non bisogna mai tradire le attese di una bella donna.”
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(continua)
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Immagini da: http://www.metro.co.uk/weird/160866-stunning-new-yeti-picture-not
e da: http://www.flickr.com/photos/danisaramario/3078191704





