Considerazioni sull’allegria

.
Il sabato e la domenica sera dalle nove alle undici, a farmi compagnia  nelle due serate di lavoro fisiologicamente diverse dal resto della settimana, è Francesco Adinolfi, e la sua “Popcorner” su Radio2.
Musica pop (cioé ‘popular’) dunque, quasi sempre in lingua inglese, affine al soul, al rock and roll, al rithm and blues, al reggae, alla canzone d’autore e a tutti gli altri generi più nobili, ma non per questo meno coinvolgente, con i suoi ritmi spesso scanditi da generose percussioni della batteria.
Lo stesso Adinolfi, se ciò non bastasse, è una garanzia molto speciale di coinvolgimento, grazie alle sue doti di comunicativa, calorosa stringata e tonica, con la caratteristica altrettanto speciale di rivolgersi all’ascoltatore direttamente, usando il tu anziché il voi.
Di tanto in tanto, dopo lunga campagna promozionale di reclutamento, la trasmissione si svolge in diretta dagli studi di Roma, con un pubblico di appassionati che vi partecipano come a una festa, ballando, urlando, fischiando, rispondendo in coro alle sollecitazioni del conduttore, che a sua volta sembra dare il massimo delle sue capacità nel trasmettere emozioni, tramite i brani scelti e le sue parole, e il suo tono di voce.
Il ventaglio di età dei partecipanti credo che sia piuttosto esteso, visto che il genere musicale spazia fra epoche anche lontane, ma l’entusiasmo sembra farli tornare tutti bambini.
Sabato scorso si è svolta una di quelle feste in diretta; una bella compagnia alla guida della Cavallona, e, a posteriori, tante considerazioni sul tema dell’allegria.

Per contrasto, la vivacità proveniente da quegli studi radiofonici ci dice quanto tristi siano i tempi che viviamo, come non si può fare a meno di registrare dall’osservatorio speciale dell’abitacolo di un taxi, nemmeno il sabato sera, quando la clientela prevalente è quella di ragazzi e ragazze in giro per divertirsi.
Viviamo tempi tristi, non c’è dubbio, senza prospettive: il progresso ci ha tolto il futuro.
Tuttavia l’allegria, che si manifesta istituzionalmente e contagiosamente nei momenti festosi, dunque collettivi, ha anche, forse soprattutto, un’origine individuale. E’ innanzi tutto una dote, una capacità, in parte innata, in parte maturata negli anni infantili e giovanili della formazione del carattere.
Una dote forse sottovalutata, nella sua capacità di ravvivare, di donare gioia, cioè attimi fugaci ma preziosi di felicità e di vita più intensa.

Il mio cammino iniziale, negli anni dell’infanzia, è stato piuttosto solitario e casalingo, pur conoscendo rari ma intensi momenti di allegria. Così pure è stato negli anni giovanili, quando, timido e complessato, non ho avuto accesso quasi mai alla razione di allegria collettiva che si immagina di solito come un diritto naturale di quell’età.
Ma non ho rimpianti, è andata così, e d’altra parte ho avuto anche tante fortune, come ad esempio belle vacanze e preziosissime amicizie. Quella di imparare a stare bene con sè stessi, tuttavia, è una fortuna ancora più grande, perché non ha bisogno di collaboratori per realizzarsi.

Da tempo, molti mesi (stento ormai a ricordarmene l’inizio), ho imboccato un lungo percorso terapeutico, scaturito dalle nuove abitudini salutistiche, a cui spontaneamente si è affiancata una tendenza introspettiva, o per meglio dire una ricorrente revisione del mio passato, in tutte le sue numerose ere e stratificazioni geologiche.
E’ un’attività tutt’altro che allegra (giusto per stare in tema), perché la costante di tutte le immagini che riaffiorano è quella di un senso di inadeguatezza, di mancanza di grazia, di condanna ad affrontare le situazioni senza gli strumenti adatti, con esiti spesso fallimentari nei rapporti affettivi, e angoscianti in quelli di lavoro.
Le uniche immagini innocue, in fondo, sono quelle che mi vedono solo con me stesso, l’unico vero alleato che mi ha permesso comunque di procedere e di progredire sempre.
A volte si tingono di malinconia struggente, come quando mi rivedo undicenne, nel cortile dell’appartamento in via Toscana, dove abitammo solo poco più di un anno, giocare con un leggero aereo di balsa: si caricava l’elastico attorcigliando lungamente l’elica, e poi si lanciava verso il cielo, e il volo a volte finiva nel balcone di qualche vicino.
Il gioco è sempre stato passione, anche negli anni precedenti, e quasi sempre passione solitaria, vuoi per i francobolli, o per il Lego, o per le collezioni di figurine. E la passione era tale che mi sembra di rivedermi ancora, fuori dal tempo, intento e rapito da quelle attività, con un pizzico di commozione.

Non è dunque casuale se ora, nella cura tramite rivisitazione di tutte le ferite e cicatrici accumulate poi negli anni, la tendenza continua a essere quella di cercare una nuova pace solitaria, e di godere, se non proprio gioire, senza chiedere di più, della luce del sole che invade dolcemente la casa in una domenica di maggio, nella stagione delle foglie verdi. Nel silenzio, che non mi basta mai, nella quiete, nell’inattività, nella stabilità della stagione più bella e promettente.

Ci sono tuttavia un paio di oasi abituali, lungo il percorso di questi miei ultimi anni, entrambe estive; oasi di vacanza, nella sua dimensione più vera, vissuta cioè fra persone care.
La più straordinaria, come chi segue questo blog dovrebbe ormai conoscere, mi vedrà coinvolto fra un mese esatto, a Senigallia per il ‘Caterraduno’. A far parte, per una settimana, di una popolazione, crescente numericamente di giorno in giorno, accomunata da una stessa sensibilità per le cose dell’ambiente, della musica, dello spettacolo, della comunicazione, dell’informazione; una popolazione in mezzo alla quale è bello ogni anno ritrovare vecchi amici e amiche, e conoscerne dei nuovi, mentre la serenità, giorno dopo giorno, trae nuova linfa da una dimensione a volte giocosa e a volte infantile, proprio come quella del pubblico di ‘Popcorner’ sabato scorso.
Nel miracoloso e puntuale manifestarsi, ancora una volta, della gioia e dell’allegria vera.
.
.
.
.
——-
L’immagine, poi rimossa, era tratta dal sito: http://www.fotocommunity.it/pc/pc/display/20616453

Pubblicato in Tutti gli articoli | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , | 16 commenti

Al Caffè del Rosso

.
Da qualche tempo la gloriosa mensa dei ferrovieri, che frequentavo quasi ogni sera, mi vede molto meno spesso come suo ospite: qualche modifica alla mia dieta e ai miei ritmi orari di vita quotidiana, e la sana e sacrosanta voglia di variare, mi hanno portato ad ampliare la rosa delle possibilità per la cena.
Una delle scoperte più piacevoli, a questo proposito, è stata il ‘Caffè del Rosso‘, un locale in centro che da molti anni ha tradito il suo ambito originario per diventare una discreta trattoria a prezzi contenuti, con la cucina aperta fino alle dieci e mezza.
Un paio di sale illuminate ed arredate con gusto, con immagini della Bologna antica alle pareti, clientela di studenti e turisti, personale molto giovane e garbato, in prevalenza femminile, e un’indefinibile generale atmosfera di armonia.
Quasi cinquant’anni fa il Caffè del Rosso era ancora un caffè, anzi un bar, come mi ricordo si faceva chiamare.
E fra i suoi frequentatori serali c’era abitualmente anche mio nonno Riziero, che lasciava la casa in custodia alla nonna e alla zia Maria per andare a giocare a carte, anzi “alle carti”, come diceva con una strana storpiatura dialettale.

Avevo un appuntamento con lui, l’altra sera, in quello stesso locale; me l’aveva dato in sogno la notte prima.
Dopo aver ordinato, aspettavo l’arrivo delle mie mezzemaniche al pomodoro e ricotta, ma soprattutto, con una discreta dose d’inquietudine, quello, dagli inferi, del mio commensale.
Sono arrivati, le mezzemaniche e il nonno, quasi nello stesso momento.
L’ho visto entrare, molto spaesato, come chi non si ritrova più in un vecchio posto un tempo frequentato e amato.
Da parte mia, invece, ho riconosciuto subito quel viso particolare, a forma di scudo allungato, dalla barba rasata sulla pelle chiara, anzi ancor più chiara che nel ricordo; ed ho riconosciuto le sue gambe storte, arcuate, e la giacca grigia e il gilet di lana marroncino, classici, ma ormai un po’ fuori moda; mi è sembrato solo stranamente più basso.
Mi sono precipitato verso l’entrata: “Nonno!”
“Sei tu, Francesco?” mi ha domandato con una voce ancor più trasecolata di quella che ricordavo.
“Sono io,” e gli ho dato due baci sulle guance, riprovando con un piccolo trasalimento quell’antichissima sensazione sulla sua pelle ispida.
“Ma guarda…, t’i dguintè un ómen…”, sei diventato un uomo, mi fa con quel suo un po’ teatrale senso di sorpresa.
“Eh, gli anni passano, e ne sono passati tanti, ma tanti…” ribatto; “dai, vieni a sederti, ti ho tenuto il posto” e lo conduco al mio tavolino.

“Mi fa piacere, nonno Riziero, che hai scelto me per rifarti vivo, certo anche grazie alla complicità del tuo vecchio locale. Come te la passi, ora, puoi dirmi ‘dove sei’, in che specie di luogo o di stato?”
“Sì,” ribatte sempre con quella sua voce ancestrale: “è tutto vero, sai, Dio, l’inferno, il purgatorio, il paradiso; io allora non ci credevo molto, o forse cercavo di non pensarci, giusto quando c’era la processione della Madonna di San Luca; ma dopo la morte ho potuto verificare. E sono finito nel purgatorio, …ma per il rotto della cuffia” aggiunge con un sorriso sornione.
“E sei ancora là?”
“Sì, ormai siamo agli sgoccioli, e la penitenza finalmente sta per terminare. Ma non poteva finire se non venivo in terra a chiedere perdono di tutti i miei peccati, che sono stati tanti. Ecco perchè sono qui.”

“Vuole ordinare qualcosa?”
E’ la moretta che mi stava servendo, che ora si rivolge con gentilezza al nonno.
“No, grazie,” fa lui: “solo un po’ d’acqua fresca;” poi mi guarda ancora con attenzione: “t’i própri dguintè un ómen…” dice trasalendo, poi sospira e aggiunge: “ed io credevo di ritrovare quel bimbo, magrolino, educato, quello che suonava così bene il pianoforte…”
“Eh lo so che ti piaceva nonno, ti entusiasmavi, ogni giovedì sera a casa nostra, mi chiamavi il professore. E non sai quanto mi costò quel tuo gradimento…” mi lascio sfuggire.
“E perchè?, eri così bravo…”
“Tu non lo sai, ma quelle lezioni erano un incubo, con la maestra bella e cattiva che mi strillava spaventosamente nelle orecchie, e la mamma che non interveniva, e che non voleva capire quanto male mi faceva, succube di quel tuo entusiasmo solo per devozione verso di te, e io, anno dopo anno, così timido che non avevo neanche il coraggio di immaginare di smettere.”
“Ma cosa mi dici, a m’ spiès dabbòn, Franzschèin”, mi spiace davvero, Franceschino, e mostra un sincero, addolorato rincrescimento; “d’altra parte son qui apposta per finire di scontare i miei peccati…”

E, mentre sferro gli ultimi attacchi alla pastasciutta, aggiunge:
“Di peccati ne ho fatti tanti, specie in gioventù, ed è verso tua nonna che ho soprattutto i miei debiti, forse lo sai; ma lei è andata dritta dritta in paradiso, e ho fatto appena in tempo a farmi perdonare” e beve un goccio dell’acqua che gli ho versato nel bicchiere.
“Lo so, sapevo che gliene combinasti di cotte e di crude, ma, se devo essere sincero, io ti ricordo come un anziano un po’ altezzoso, forse con l’antica abitudine a comandare e a fare il prepotente, ma in fondo piuttosto dolce nella vita quotidiana. Mi ricordo che mi nascondevi sempre una moneta da cento lire sotto il piatto, quando ero a pranzo da voi…”
“Allora, Francesco, sono stato un bravo nonno?”
“No, non ho detto questo. Se faccio un bilancio delle terribili difficoltà affrontate nella mia vita, fin dai primi anni, non posso esimerti dall’averne avuto tu la principale responsabilità, sia pure indirettamente, sia pure attraverso quella persona fragile e irrisolta che fu mia madre. Una colpa che tuttavia ti toccò scontare già in vita, con la morte prematura di lei, e quel dolore lancinante e inconsolabile che si impossessò di tutti voi, ben più che di me, appena adolescente, e smarrito.”
Vedo il disagio sul suo volto, quello di chi non vorrebbe ascoltare rivelazioni così inattese e penose.

Riflette a lungo, poi: “Adesso credo di capire perchè sono stato mandato proprio da te” aggiunge gravemente.
Poi ribatte: “Allora la tua vita fin qui è stata difficile.”
“Sì nonno, la mia vita, che pure devo anche a te, è stata difficile, e quasi mai allegra, al contrario della tua, a suo tempo.
Eppure, diversamente da te, non ho conosciuto la guerra, e nemmeno il carcere fascista. Sono vissuto in un periodo e in un luogo fortunato, forse fra i più fortunati possibili, con il boom economico, i favolosi anni ’60, come ora vengono chiamati, a fare da sfondo vitale ai miei drammi infantili incompresi e inconfessati; ed ho potuto poi coltivare le mie vere passioni, e vivere tante emozioni intense, quelle sì.
E ho fatto incontri straordinari che hanno indirizzato al meglio il mio cammino.
E in questi ultimi anni, infine, ho potuto assistere al diffondersi di una magia mondiale assoluta: un sistema per comunicare, per informarsi, esprimersi, raccontare e raccontarsi al cospetto del mondo intero, che nemmeno te lo immagini. E’ un po’ come se ognuno di noi potesse fare la propria televisione e guardare quella di tutti gli altri.”
Mi guarda stupito: “Cus t’am caunt!,” cosa mi racconti, e finge di aver capito.
Ma resta silenzioso a meditare, e io non replico.

La ragazza mi porta un bel piatto di verdure gratinate, e un sorriso.
Ed io cerco ora di stemperare un po’ quelle rivelazioni, probabilmente troppo forti ed inaspettate alle vecchie e grandi orecchie del nonno: “Comunque, le feste di Natale e di Pasqua a casa vostra, con gli zii e tutti quanti, erano assolutamente fantastiche, davvero! Una cascata di luce, di calore, e, quelle volte sì, di allegria.”
Sorrido; lui mi guarda triste, poi ricambia il sorriso.
Quindi, curioso: “E il mondo, com’è cambiato, in tutti questi anni?”
“In una maniera indescrivibile, con una velocità e quantità di eventi pazzesca.”
“Sarà progredito meravigliosamente, mi sono sempre immaginato di lassù.”
“No, nonno Riziero, devo darti un’altra delusione.
A parte quell’invenzione fantastica che ti dicevo, siamo ormai sull’orlo dell’abisso, e così impigriti e alienati da un potere avido, distruttivo e capace di manipolare le menti e le anime, da non accorgercene nemmeno.
Siamo alcuni miliardi di individui in più sulla Terra, gran parte dei quali hanno problemi di fame, di sete e di malattia. Ma non basta: il cosiddetto sviluppo ha quasi raggiunto la fine delle risorse energetiche, così come l’acqua, e il cibo, e nello stesso tempo ha sconvolto il clima e l’ambiente in maniera irreversibile. E le guerre di predominio si succedono una dopo l’altra, mentre gli apparati di potere diffondono con successo una visione falsa e distorta dei fatti e della realtà.”
Sto a capo chino sulle mie verdure, preferisco non vedere l’effetto delle mie rivelazioni sul suo vecchio volto.
E per lunghi attimi si sente solo il vivace vocio della gente seduta ai tavoli tutt’intorno.

Poi lo guardo. Ha il volto rigato dalle lacrime.
E con la voce rotta dal pianto, mi fa:
“Vorrei prenderti con me, tu, tuo fratello, quelli che sono ancora al mondo.
Ma ancora non posso, ti porterei in cielo in un altro posto di espiazione, e causerei un dolore che ho ben conosciuto in chi vi vuole bene ora.”
“Lo so, nonno, ma forse adesso, che ti è toccato ascoltare queste cose, tu sei finalmente pronto per il definitivo passaggio, quello bello.”
“Forse, chissà, non sta a me decidere.”
“Beh, mi raccomando, quel giorno ricordati di dire una parolina buona per noi, e per il mondo intero, che ne ha così bisogno.”
“A’ s’capèss!”, si capisce, chiosa con un pizzico di mal celato fastidio.
“E adesso vai a lavorare col tuo taxi, che se no poi dici che tuo nonno ti ha fatto perdere tempo,” mi fa recuperando la sua espressione scherzosa: “Al conto ci penso io.”
“Grazie, ma li hai i soldi?”
Si guarda in tasca: “Ho tremila lire, pensi che bastino?”
“Penso proprio di no, è meglio che vada io a pagare.
Ma prima di salutarci fammi un grugno, come quand’ero piccolo.”

Mi guarda, si concentra un attimo, poi arriccia, contorcendoli, il naso e la fronte, mentre storce la bocca e sembra spostare il mento, con un effetto troppo spaventoso da non farmi ridere. Proprio come allora.
.
.
.
.

Pubblicato in Tutti gli articoli | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , | 39 commenti

La signora di Baux

.
.
Intorno alle nove di sera le strade già cominciano a fermentare di un insolito, disordinato e febbricitante movimento, cadenzato dalle prime saltuarie esplosioni degli odiosissimi stupidissimi e incivilissimi petardi, a mo’ di prova generale o di preludio del concerto.
E’ quasi, per me, il momento di uscire di scena, come da copione: l’ultimo cliente dell’anno, poi concederò un po’ di meritato riposo a Cavallona e cavaliere.

“Buonasera, dove andiamo?”
“Mmmmh,” sembra pensarci un po’, seduta nel posto dietro alle mie spalle; “mmmh, beh portami su al Rizzoli.”
“Okay” rispondo, sorpreso da quel confidenziale ‘tu’, ma anche dalla destinazione così incerta: uno che va all’ospedale lo sa, di andare all’ospedale.
Perplesso e un po’ diffidente, ma anche incuriosito da quella strana e vitale presenza giovanile, ingrano la marcia e parto.
Poco dopo, al primo semaforo rosso, lei mi fa:
“Allora, Francesco, è spuntata qualche rughetta intorno agli occhi, durante quest’anno?”
Non faccio in tempo a sbalordirmi, che lei aggiunge:
“Adesso vengo a controllare!” e apre improvvisamente la portiera, la richiude dietro di sè, e con un paio di saltelli veloci si è già infilata nel posto davanti, accanto a me.
La guardo stranito, con la bocca aperta, poi la riconosco: “Christine, Madonna santa!, di nuovo tu, un anno e tre giorni dopo! Ma questa volta non sei un sogno, sono sicuro!”
“Il sogno, la realtà, la fantasia, la veglia, il sonno… E tu ci credi? Secondo me sono tutte convenzioni, anzi …convinzioni!” e ridacchia.
Poi mi fa, armeggiando sulla plafoniera: “Com’è che si accende, ‘sta lucetta del piffero, che devo controllare i tuoi occhi?”
Allontano con la mia la sua mano, che sento un po’ gelata, e accendo la luce; poi, poco prima che il semaforo mi costringa a ripartire, ci fissiamo un attimo, e non riesco a trattenere un sorriso, sia pure nello sbalordimento della situazione del tutto irreale:
“Sei venuta di nuovo a mostrarmi il mio passato e il mio futuro?” le chiedo, ma lei non mi ascolta, e sporge la testa per fissare le mie cavità oculari.
“Mmmh, qualche segnino nuovo c’è, eh sì sì sì. Eh certo, d’altronde è inevitabile. E poi hai vissuto un grande amore…” mi fa, con tono provocatorio e sfottente.
“Allora sai proprio tutto. Ma scusa, non hai di meglio da fare, nella tua vita, che occuparti della mia?”
“Sì sì, hai ragione, quasi tutto è meglio”  mi fa, ridacchiando divertita.
“Fammi vedere tu, invece, se sei cambiata,” soggiungo, distraendomi pochi attimi dalla guida: “Mmh, capelli tirati su, il colore è sempre chiaro, la stessa espressione alternativa-a-tutti-i-costi, qualche tatuaggio… Scommetto che ne hai fatti dei nuovi.”
“Risposta esatta. Ne ho uno nuovo sulla chiappa destra. Dopo, se vuoi, te lo faccio vedere” fa lei, con disarmante naturalezza.
“Va bene,” ribatto un po’ ironico: “ti sdrai sul lettino del pronto soccorso e mi fai vedere.”
“Ascoltami, collega,” fa lei: “ma non ti hanno ancora insegnato che il pronto soccorso del Rizzoli è chiuso, di notte?”
“Caspita è vero, ma che ci vai a fare, allora?”
“Era così, giusto per avere una destinazione…” replica con tono da finta tonta. “Ma adesso ti dirotto,” aggiunge dopo un po’ armeggiando nella borsa di lana grezza.
“Cosa cerchi, la pistola? Non c’è bisogno, il cliente può anche cambiare idea pacificamente!”
“Ah allora le sai, le regole…”, fa lei, ed estrae un telecomando: “Conosci questo qua?”
Non mi lascia il tempo di guardare e di rispondere e aggiunge: “Con questo si può comandare a distanza il nostro maledetto baracchino, senza toccare il video, ed ha anche diverse funzionalità aggiuntive…”
“Ci siamo, cominciano le montagne russe nel passato e nel futuro, vero?”
“No, ‘sta volta non ne ho voglia, voglio solo farti vedere una cosa.”
E dopo alcuni attimi di furiose digitazioni su quella tastiera, sullo schermo compare la nota videata del navigatore GPS, insieme all’altrettanto nota imperiosa voce femminile metallica: “Fra cento metri, svoltare a sinistra.”
“Che faccio, devo darle retta?”
“Si capisce!”, risponde Christine felice come una bambina.
Poi si mette a cantare: “Fra poco tu/ mi lascerai/ e più non tor/ ne-rai…”
Non trovo di meglio che accompagnare, senza parole, solo ‘mm-mm’, inclinando la testa un po’ di qua un po’ di là, la sua augurale improvvisata esecuzione del ‘Valzer delle candele’, contrappuntata dalla voce metallica del navigatore: “Alla rotonda, prendere la seconda uscita!”

Il pensiero dell’assurdità della situazione è una voragine da cui faccio di tutto per tenermi lontano, canticchiando, assecondando i comandi di lei e quelli del navigatore.
Che mi portano fino all’entrata dei Giardini Margherita, e poi dentro, nel grande parco cittadino, per tutto il breve tratto percorribile in automobile, intorno al circolo del tennis, deserto e vegliato solo da un paio di forti lampioni bianchi.
“Destinazione raggiunta!” esclama con enfasi la voce metallica.
“Ma non del tutto!” le fa il verso, imitandone il timbro e la cadenza, una voce umana e allegra di giovane donna. Che poi si rivoge a me:
“Spegni tutto e parcheggia, che si va a far due passi nel pratone.”
Proprio come poco più di un anno fa, mi lascio andare senza opporre resistenza alla volontà di quel diavoletto: parcheggio sotto un alberello, chiudo la cerniera del giaccone, indosso la cuffia di lana ed esco, incamminandomi verso l’immenso prato.
Sono i luoghi della mia vita, di tutte le stagioni della mia vita, ma in particolare del periodo dopo i vent’anni, quando coltivavo una costante passione per la poesia, quella scritta, e venivo qui ad ascoltare le voci interiori, ad osservare e a scrivere. Ma era giorno, e nella stagione calda.
La mia strana amica mi affianca, camminiamo qualche secondo in silenzio, di passo abbastanza sostenuto, poi sento improvvisamente la sua mano cercare la mia, senza tentennamenti.
L’afferro, è ancora un po’ fredda ma meno di prima, poi introduco l’intreccio delle nostre dita e i due palmi uniti nella tasca del mio giaccone, per proteggerci dal freddo. Mi batte improvvisamente il cuore. Lontano, ogni tanto, ancora le prime avvisaglie del bombardamento di botti.
“Lo sai, mia cara, che questi sono i posti della mia vita, vero?”
“Lo so, visto che me ne occupo segretamente, …quando non ho di meglio da fare,” ribatte, ma la sua voce ora è improvvisamente distesa e profonda. E la nostra andatura appena un po’ meno sostenuta.
Lasciamo i larghi viali pedonali asfaltati e deserti, e ci addentriamo nel buio del pratone, un po’ umido ma non troppo scivoloso, sotto un cielo opaco e coperto.
“Sei un po’ più triste di un anno fa,” mi dice poi dopo qualche secondo di silenzio.
“Mah. Forse.”
“Un po’ più triste, e anche un po’ più stanco. Ma per il resto non sei cambiato molto.”
“Il tempo passa, Christine.”
“Lasciami indovinare. E’ proprio quello, che ti rattrista, dimmi se sbaglio.”
“Cosa?”
“Il passare del tempo. Vorresti fermarlo, ti sembra che ti sfugga di mano, invano, per sempre, e che non ci sarà una replica, e non riesci a coronarlo di sufficienti fiori di vita, mentre, intorno a te, la società si degrada ogni giorno di più, in mano a dei banditi che fanno di tutto per rubare il tempo, quello collettivo, e mentre il mondo grida il suo allarme ad un’umanità sorda, a miliardi di robot programmati per distruggere il proprio ambiente, quelli ricchi, e per soffrire, quelli poveri. Avverti tutto questo, e ti senti sempre più fragile. E quindi più triste.”
“Forse è così. Hai una soluzione?”
Ci pensa un po’ in silenzio, mentre quella mano nella mia, ed entrambe dentro la tasca del mio giaccone, sono per me un formidabile ed emozionante motore per procedere nella passeggiata e nella riflessione.
“Vivere,” conclude: “Non c’è altro rimedio. Vivere. Senza pagare inutili pedaggi alla malinconia.”
“Ma non è giusto che poi tutto finisca nel nulla, non è giusto. La mia vita, forse quella dell’umanità intera. Nel silenzio, per sempre” dico con un tremito nella voce, e proprio in quel momento un botto più potente e sgraziato dei precedenti sembra volermi sbeffeggiare.
“Non lo decidi tu, Francesco. Oltre a curare la salute, non puoi far niente per la tua vita. E per quella del mondo, temo che qualunque sforzo sia insufficiente, anche se è giusto non arrendersi.”
“Temo anch’io. Come può l’umanità intera, allevata per generazioni al mito del consumo e del finto progresso, innescare improvvisamente la retromarcia?”
“Non lo decidi tu, neanche questo. Ma non dimenticarti che nell’universo, in qualche angolo del tempo e dello spazio, forse ci sono state, o ci sono, o ci saranno, altre civiltà, magari più brave della nostra, magari anche più ricche di ingegno.”
“E noi non le conosceremo mai;” ribatto: “Temo che sia un’ulteriore fonte di tristezza.”
“Sei incorreggibile,” fa, cercando di cambiare tono: “Ascolta, facciamo una cosa. Ci diamo un appuntamento alle undici laggiù, proprio nel centro del pratone, e vediamo chi di noi trova più materiale per fare un falò.”
“Okay. Con quest’umidità è una bella sfida!” e lascio che sfili via la mano dalla mia presa e dalla mia tasca.

Giornali non troppo fradici, volantini pubblicitari, un paio di cassette di frutta di legno leggero e poco altro, è tutto ciò che riesco a trovare e a portare con grande anticipo nel posto dell’appuntamento.
Ma il gioco mi diverte, e mi fa dimenticare tutto il resto. Vivere, non c’è altro rimedio, mi ripeto.
Guardo l’orologio, poi mi viene un’idea: se corro faccio in tempo ad andare a raccattare con l’auto un po’ di materiale da bruciare.
E così poco dopo le undici mi presento con due grossi pacchi di giornali vecchi all’appuntamento: “E non è ancora finita!” esclamo trepidante a Christine, che a sua volta ha portato il suo contributo alla nostra pira per il falò. Scappo verso la Cavallona, poi ritorno con una piccola catasta di cassette, e lo scheletro di una vecchia sedia di legno, che cerco di sistemare razionalmente nel nostro caminetto improvvisato sul pratone.
“Ma bravo, sei sicuro che non arrivi il proprietaraio col fucile?”
“No, è momentanemente in Piazza Maggiore, ad ascoltare i cantanti di X-Factor.”
“Oh santo cielo, cosa ci siamo persi!” fa lei, e poi scoppia in una chiassosa risata. “Dai, tira fuori l’accendino.”
“Bella richiesta, non conoscevi la mia vita?”, rimango un attimo perplesso. “Aspettami qui,” aggiungo un attimo dopo.
Torno nuovamente verso la vettura, armato di un paio di riviste vecchie; con l’accendino della Cavallona riesco poi a dare fuoco ad una piccola improvvisata fiaccola, con cui torno, correndo come un tedoforo, verso il centro del prato.

Le fiamme, faticosamente, attecchiscono, e un bel fuocherello rischiara ora i nostri volti. Allunghiamo le mani per scaldarle sopra al falò.
Poi Christine si mette a cantare:
“La casa sua il signore di Baux/ l’ha costruita sui sassi”
e io con lei:
“La casa sua il signore di Baux/ l’ha costruita sui sassi”
e poi, insieme, a piena voce:
“Passi di mille cavalieri/ segnano i suoi sentieri/
Veglian dall’alto nella notte/ gelidi i suoi pensieri/ dì/ diddiddi diddì/ pappapappà pappèro”
e Christine si lancia in una danza, sfrenata ma armomiosa, intorno al fuoco, che brucia in fretta riviste e legnetti:
“Fuoco e calore/ nelle sue sale/ danze, colori e allegria/ canti e rumori, suoni di risa/ nella tua casa, signore di Baux!”

Lascio che canti, che danzi, e la osservo, rapito dalla sua grazia, dall’irreale magia di questa imprevedibile notte di Capodanno.

Poi improvvisamente il crepitio del fuoco tende a venir meno.
Affannata, felice, vedo i suoi occhi chiari illuminati come due piccolissime torce. Guarda l’orologio, mentre lontano le mitragliate di botti e fuochi d’artificio lasciano ormai una scia continua, acustica e luminosa.
Poi, non so dove l’aveva nascosta, tira fuori una bottiglietta mignon di champagne e due calici a ‘flute’ di vetro: “Stappala tu, che ormai è mezzanotte,” mi fa.
“Agli ordini, signora di Baux!”
Il tappo vola in aria: è il nostro piccolo contributo alle raffiche che si susseguono lontane senza sosta.
Brindiamo felici guardandoci negli occhi rischiarati dalle ultime scintille del falò.
“Buon anno, Christine!”
“Buon anno, Francesco!”
E poi ancora, fino a vuotare la piccola bottiglia.

Lasciamo alle nostre spalle un piccolo cumulo di cenere, e a braccetto, euforici, ritorniamo verso la Cavallona.
“Adesso mi riporti a casa, dove mi sei venuto a prendere, e poi ci salutiamo” dice la mia imprevista compagna.
“Come vuole, signora, tanto chi comanda è sempre lei…” e rinuncio anche solo a figurarmi che cosa invece desiderei in questo momento.
Durante il tragitto di ritorno continua a cantare, canzoni melodiose che non conosco, in francese.
Poi, una volta all’indirizzo dove poche ore prima mi aveva misteriosamente portato il radio-taxi, senza perdere quell’espressione leggermente brilla, dolce e svagata, mi dice:
“Vai, corri a raccontare tutto sul blog, che la gente deve sapere, e ad augurare un buon anno alle tue fedeli lettrici, e lettori.”
“Va bene, Madame Christine. Dimmi solo una cosa: ricomparirai nella mia vita?”
“Forse. Comunque è stato un bel Capodanno.

E non dimenticarti: Vivere.”
.
.
.
.

.

.
.
.
Il migliore video che ho trovato de ‘Il signore di Baux’ di Angelo Branduardi è ascoltabile cliccando qui.
(La versione musicale contenuta in questo video, tuttavia, si discosta un po’ da quella originale).
.
.
———
Immagini da:
http://www.astinternational.it/servizi/notizie/notizie_fase02.aspx?ID=1039
http://blog.libero.it/PATDISABILI/commenti.php?msgid=9678925

Pubblicato in La leggenda di Christine, Tutti gli articoli | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | 26 commenti