La signora di Baux

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Intorno alle nove di sera le strade già cominciano a fermentare di un insolito, disordinato e febbricitante movimento, cadenzato dalle prime saltuarie esplosioni degli odiosissimi stupidissimi e incivilissimi petardi, a mo’ di prova generale o di preludio del concerto.
E’ quasi, per me, il momento di uscire di scena, come da copione: l’ultimo cliente dell’anno, poi concederò un po’ di meritato riposo a Cavallona e cavaliere.

“Buonasera, dove andiamo?”
“Mmmmh,” sembra pensarci un po’, seduta nel posto dietro alle mie spalle; “mmmh, beh portami su al Rizzoli.”
“Okay” rispondo, sorpreso da quel confidenziale ‘tu’, ma anche dalla destinazione così incerta: uno che va all’ospedale lo sa, di andare all’ospedale.
Perplesso e un po’ diffidente, ma anche incuriosito da quella strana e vitale presenza giovanile, ingrano la marcia e parto.
Poco dopo, al primo semaforo rosso, lei mi fa:
“Allora, Francesco, è spuntata qualche rughetta intorno agli occhi, durante quest’anno?”
Non faccio in tempo a sbalordirmi, che lei aggiunge:
“Adesso vengo a controllare!” e apre improvvisamente la portiera, la richiude dietro di sè, e con un paio di saltelli veloci si è già infilata nel posto davanti, accanto a me.
La guardo stranito, con la bocca aperta, poi la riconosco: “Christine, Madonna santa!, di nuovo tu, un anno e tre giorni dopo! Ma questa volta non sei un sogno, sono sicuro!”
“Il sogno, la realtà, la fantasia, la veglia, il sonno… E tu ci credi? Secondo me sono tutte convenzioni, anzi …convinzioni!” e ridacchia.
Poi mi fa, armeggiando sulla plafoniera: “Com’è che si accende, ‘sta lucetta del piffero, che devo controllare i tuoi occhi?”
Allontano con la mia la sua mano, che sento un po’ gelata, e accendo la luce; poi, poco prima che il semaforo mi costringa a ripartire, ci fissiamo un attimo, e non riesco a trattenere un sorriso, sia pure nello sbalordimento della situazione del tutto irreale:
“Sei venuta di nuovo a mostrarmi il mio passato e il mio futuro?” le chiedo, ma lei non mi ascolta, e sporge la testa per fissare le mie cavità oculari.
“Mmmh, qualche segnino nuovo c’è, eh sì sì sì. Eh certo, d’altronde è inevitabile. E poi hai vissuto un grande amore…” mi fa, con tono provocatorio e sfottente.
“Allora sai proprio tutto. Ma scusa, non hai di meglio da fare, nella tua vita, che occuparti della mia?”
“Sì sì, hai ragione, quasi tutto è meglio”  mi fa, ridacchiando divertita.
“Fammi vedere tu, invece, se sei cambiata,” soggiungo, distraendomi pochi attimi dalla guida: “Mmh, capelli tirati su, il colore è sempre chiaro, la stessa espressione alternativa-a-tutti-i-costi, qualche tatuaggio… Scommetto che ne hai fatti dei nuovi.”
“Risposta esatta. Ne ho uno nuovo sulla chiappa destra. Dopo, se vuoi, te lo faccio vedere” fa lei, con disarmante naturalezza.
“Va bene,” ribatto un po’ ironico: “ti sdrai sul lettino del pronto soccorso e mi fai vedere.”
“Ascoltami, collega,” fa lei: “ma non ti hanno ancora insegnato che il pronto soccorso del Rizzoli è chiuso, di notte?”
“Caspita è vero, ma che ci vai a fare, allora?”
“Era così, giusto per avere una destinazione…” replica con tono da finta tonta. “Ma adesso ti dirotto,” aggiunge dopo un po’ armeggiando nella borsa di lana grezza.
“Cosa cerchi, la pistola? Non c’è bisogno, il cliente può anche cambiare idea pacificamente!”
“Ah allora le sai, le regole…”, fa lei, ed estrae un telecomando: “Conosci questo qua?”
Non mi lascia il tempo di guardare e di rispondere e aggiunge: “Con questo si può comandare a distanza il nostro maledetto baracchino, senza toccare il video, ed ha anche diverse funzionalità aggiuntive…”
“Ci siamo, cominciano le montagne russe nel passato e nel futuro, vero?”
“No, ‘sta volta non ne ho voglia, voglio solo farti vedere una cosa.”
E dopo alcuni attimi di furiose digitazioni su quella tastiera, sullo schermo compare la nota videata del navigatore GPS, insieme all’altrettanto nota imperiosa voce femminile metallica: “Fra cento metri, svoltare a sinistra.”
“Che faccio, devo darle retta?”
“Si capisce!”, risponde Christine felice come una bambina.
Poi si mette a cantare: “Fra poco tu/ mi lascerai/ e più non tor/ ne-rai…”
Non trovo di meglio che accompagnare, senza parole, solo ‘mm-mm’, inclinando la testa un po’ di qua un po’ di là, la sua augurale improvvisata esecuzione del ‘Valzer delle candele’, contrappuntata dalla voce metallica del navigatore: “Alla rotonda, prendere la seconda uscita!”

Il pensiero dell’assurdità della situazione è una voragine da cui faccio di tutto per tenermi lontano, canticchiando, assecondando i comandi di lei e quelli del navigatore.
Che mi portano fino all’entrata dei Giardini Margherita, e poi dentro, nel grande parco cittadino, per tutto il breve tratto percorribile in automobile, intorno al circolo del tennis, deserto e vegliato solo da un paio di forti lampioni bianchi.
“Destinazione raggiunta!” esclama con enfasi la voce metallica.
“Ma non del tutto!” le fa il verso, imitandone il timbro e la cadenza, una voce umana e allegra di giovane donna. Che poi si rivoge a me:
“Spegni tutto e parcheggia, che si va a far due passi nel pratone.”
Proprio come poco più di un anno fa, mi lascio andare senza opporre resistenza alla volontà di quel diavoletto: parcheggio sotto un alberello, chiudo la cerniera del giaccone, indosso la cuffia di lana ed esco, incamminandomi verso l’immenso prato.
Sono i luoghi della mia vita, di tutte le stagioni della mia vita, ma in particolare del periodo dopo i vent’anni, quando coltivavo una costante passione per la poesia, quella scritta, e venivo qui ad ascoltare le voci interiori, ad osservare e a scrivere. Ma era giorno, e nella stagione calda.
La mia strana amica mi affianca, camminiamo qualche secondo in silenzio, di passo abbastanza sostenuto, poi sento improvvisamente la sua mano cercare la mia, senza tentennamenti.
L’afferro, è ancora un po’ fredda ma meno di prima, poi introduco l’intreccio delle nostre dita e i due palmi uniti nella tasca del mio giaccone, per proteggerci dal freddo. Mi batte improvvisamente il cuore. Lontano, ogni tanto, ancora le prime avvisaglie del bombardamento di botti.
“Lo sai, mia cara, che questi sono i posti della mia vita, vero?”
“Lo so, visto che me ne occupo segretamente, …quando non ho di meglio da fare,” ribatte, ma la sua voce ora è improvvisamente distesa e profonda. E la nostra andatura appena un po’ meno sostenuta.
Lasciamo i larghi viali pedonali asfaltati e deserti, e ci addentriamo nel buio del pratone, un po’ umido ma non troppo scivoloso, sotto un cielo opaco e coperto.
“Sei un po’ più triste di un anno fa,” mi dice poi dopo qualche secondo di silenzio.
“Mah. Forse.”
“Un po’ più triste, e anche un po’ più stanco. Ma per il resto non sei cambiato molto.”
“Il tempo passa, Christine.”
“Lasciami indovinare. E’ proprio quello, che ti rattrista, dimmi se sbaglio.”
“Cosa?”
“Il passare del tempo. Vorresti fermarlo, ti sembra che ti sfugga di mano, invano, per sempre, e che non ci sarà una replica, e non riesci a coronarlo di sufficienti fiori di vita, mentre, intorno a te, la società si degrada ogni giorno di più, in mano a dei banditi che fanno di tutto per rubare il tempo, quello collettivo, e mentre il mondo grida il suo allarme ad un’umanità sorda, a miliardi di robot programmati per distruggere il proprio ambiente, quelli ricchi, e per soffrire, quelli poveri. Avverti tutto questo, e ti senti sempre più fragile. E quindi più triste.”
“Forse è così. Hai una soluzione?”
Ci pensa un po’ in silenzio, mentre quella mano nella mia, ed entrambe dentro la tasca del mio giaccone, sono per me un formidabile ed emozionante motore per procedere nella passeggiata e nella riflessione.
“Vivere,” conclude: “Non c’è altro rimedio. Vivere. Senza pagare inutili pedaggi alla malinconia.”
“Ma non è giusto che poi tutto finisca nel nulla, non è giusto. La mia vita, forse quella dell’umanità intera. Nel silenzio, per sempre” dico con un tremito nella voce, e proprio in quel momento un botto più potente e sgraziato dei precedenti sembra volermi sbeffeggiare.
“Non lo decidi tu, Francesco. Oltre a curare la salute, non puoi far niente per la tua vita. E per quella del mondo, temo che qualunque sforzo sia insufficiente, anche se è giusto non arrendersi.”
“Temo anch’io. Come può l’umanità intera, allevata per generazioni al mito del consumo e del finto progresso, innescare improvvisamente la retromarcia?”
“Non lo decidi tu, neanche questo. Ma non dimenticarti che nell’universo, in qualche angolo del tempo e dello spazio, forse ci sono state, o ci sono, o ci saranno, altre civiltà, magari più brave della nostra, magari anche più ricche di ingegno.”
“E noi non le conosceremo mai;” ribatto: “Temo che sia un’ulteriore fonte di tristezza.”
“Sei incorreggibile,” fa, cercando di cambiare tono: “Ascolta, facciamo una cosa. Ci diamo un appuntamento alle undici laggiù, proprio nel centro del pratone, e vediamo chi di noi trova più materiale per fare un falò.”
“Okay. Con quest’umidità è una bella sfida!” e lascio che sfili via la mano dalla mia presa e dalla mia tasca.

Giornali non troppo fradici, volantini pubblicitari, un paio di cassette di frutta di legno leggero e poco altro, è tutto ciò che riesco a trovare e a portare con grande anticipo nel posto dell’appuntamento.
Ma il gioco mi diverte, e mi fa dimenticare tutto il resto. Vivere, non c’è altro rimedio, mi ripeto.
Guardo l’orologio, poi mi viene un’idea: se corro faccio in tempo ad andare a raccattare con l’auto un po’ di materiale da bruciare.
E così poco dopo le undici mi presento con due grossi pacchi di giornali vecchi all’appuntamento: “E non è ancora finita!” esclamo trepidante a Christine, che a sua volta ha portato il suo contributo alla nostra pira per il falò. Scappo verso la Cavallona, poi ritorno con una piccola catasta di cassette, e lo scheletro di una vecchia sedia di legno, che cerco di sistemare razionalmente nel nostro caminetto improvvisato sul pratone.
“Ma bravo, sei sicuro che non arrivi il proprietaraio col fucile?”
“No, è momentanemente in Piazza Maggiore, ad ascoltare i cantanti di X-Factor.”
“Oh santo cielo, cosa ci siamo persi!” fa lei, e poi scoppia in una chiassosa risata. “Dai, tira fuori l’accendino.”
“Bella richiesta, non conoscevi la mia vita?”, rimango un attimo perplesso. “Aspettami qui,” aggiungo un attimo dopo.
Torno nuovamente verso la vettura, armato di un paio di riviste vecchie; con l’accendino della Cavallona riesco poi a dare fuoco ad una piccola improvvisata fiaccola, con cui torno, correndo come un tedoforo, verso il centro del prato.

Le fiamme, faticosamente, attecchiscono, e un bel fuocherello rischiara ora i nostri volti. Allunghiamo le mani per scaldarle sopra al falò.
Poi Christine si mette a cantare:
“La casa sua il signore di Baux/ l’ha costruita sui sassi”
e io con lei:
“La casa sua il signore di Baux/ l’ha costruita sui sassi”
e poi, insieme, a piena voce:
“Passi di mille cavalieri/ segnano i suoi sentieri/
Veglian dall’alto nella notte/ gelidi i suoi pensieri/ dì/ diddiddi diddì/ pappapappà pappèro”
e Christine si lancia in una danza, sfrenata ma armomiosa, intorno al fuoco, che brucia in fretta riviste e legnetti:
“Fuoco e calore/ nelle sue sale/ danze, colori e allegria/ canti e rumori, suoni di risa/ nella tua casa, signore di Baux!”

Lascio che canti, che danzi, e la osservo, rapito dalla sua grazia, dall’irreale magia di questa imprevedibile notte di Capodanno.

Poi improvvisamente il crepitio del fuoco tende a venir meno.
Affannata, felice, vedo i suoi occhi chiari illuminati come due piccolissime torce. Guarda l’orologio, mentre lontano le mitragliate di botti e fuochi d’artificio lasciano ormai una scia continua, acustica e luminosa.
Poi, non so dove l’aveva nascosta, tira fuori una bottiglietta mignon di champagne e due calici a ‘flute’ di vetro: “Stappala tu, che ormai è mezzanotte,” mi fa.
“Agli ordini, signora di Baux!”
Il tappo vola in aria: è il nostro piccolo contributo alle raffiche che si susseguono lontane senza sosta.
Brindiamo felici guardandoci negli occhi rischiarati dalle ultime scintille del falò.
“Buon anno, Christine!”
“Buon anno, Francesco!”
E poi ancora, fino a vuotare la piccola bottiglia.

Lasciamo alle nostre spalle un piccolo cumulo di cenere, e a braccetto, euforici, ritorniamo verso la Cavallona.
“Adesso mi riporti a casa, dove mi sei venuto a prendere, e poi ci salutiamo” dice la mia imprevista compagna.
“Come vuole, signora, tanto chi comanda è sempre lei…” e rinuncio anche solo a figurarmi che cosa invece desiderei in questo momento.
Durante il tragitto di ritorno continua a cantare, canzoni melodiose che non conosco, in francese.
Poi, una volta all’indirizzo dove poche ore prima mi aveva misteriosamente portato il radio-taxi, senza perdere quell’espressione leggermente brilla, dolce e svagata, mi dice:
“Vai, corri a raccontare tutto sul blog, che la gente deve sapere, e ad augurare un buon anno alle tue fedeli lettrici, e lettori.”
“Va bene, Madame Christine. Dimmi solo una cosa: ricomparirai nella mia vita?”
“Forse. Comunque è stato un bel Capodanno.

E non dimenticarti: Vivere.”
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Il migliore video che ho trovato de ‘Il signore di Baux’ di Angelo Branduardi è ascoltabile cliccando qui.
(La versione musicale contenuta in questo video, tuttavia, si discosta un po’ da quella originale).
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Immagini da:
http://www.astinternational.it/servizi/notizie/notizie_fase02.aspx?ID=1039
http://blog.libero.it/PATDISABILI/commenti.php?msgid=9678925

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Deuterio

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Vecchie e nuove conoscenze si incontrano a volte, alternate con lenta apparente ciclicità, lungo il mio consueto percorso di allenamento podistico, accanto ai laghetti di Castenaso con il piccolo parco, alle piste da golf, alla tenuta con i cavalli, ai campi di grano da una parte e alla prospettiva di serre di plastica trasparente e opaca dall’altra, fino al tratto di strada provinciale che costituisce il punto più lontano da casa; e poi il ritorno, con la variante attraverso la boscaglia che fiancheggia per un altro lato gli inappuntabili prati del golf, sempre rasati e irrigati.
All’incrocio della stradina privata con la provinciale, cinta da un piccolo giardino prima che dai campi, sorge una casa di recente costruzione, o probabilmente una delle tante case di campagna completamente ristrutturate, pianterreno e primo piano.
La si nota fin da lontano, isolata com’è; e da lontano si scorgono in tutta la loro evidenza alcuni pannelli solari sul tetto.
Avvicinandosi, poi, si può notare la grande cura in un altro genere di isolamento, cioè quello termico, in quelle finestre non troppo numerose e non troppo grandi, con i doppi vetri e con gli infissi di metallo sigillati da strisce di resistentissima gomma dura.
Inutile dire l’entusiastica simpatia che hanno sempre suscitato in me quei vistosi dettagli di attenzione ecologica, e, di conseguenza, anche gli sconosciuti abitanti di quella casa.

E così l’estate scorsa, quando, oltre la deviazione ad angolo retto lungo la provinciale, avevo notato che l’anziano della famiglia se ne stava spesso a prendere un po’ d’aria seduto vicino al portone d’ingresso, cominciai a fargli un cenno di saluto col braccio, nel passargli davanti, ricambiato con molta discrezione fin dalla prima volta.
Divenne una consuetudine, quel mio gesto sempre più naturale ed espansivo, accompagnato da un sincero sorriso, anch’esso ricambiato, e poi, col tempo, da un “buongiorno!” esclamato con decisione.
I primi freddi autunnali interruppero quella piacevole abitudine: la panchina sul bordo della strada provinciale ormai era stabilmente vuota.

La settimana scorsa, però, stavo già superando distrattamente quell’angolo poi quella panchina, quando mi sono sentito chiamare:
“Signore!” ho sentito una voce dalla finestra a pian terreno.
Mi sono girato e ho riconosciuto il mio anziano amico dell’ormai lontana estate.
“Buongiorno!” gli grido con felice sorpresa.
“Senta, scusi” mi fa, “la vedo spesso passare di corsa di qua. Dato che anche a mio figlio piace correre, ma non vi siete mai incontrati, le volevo chiedere se le fa piacere fare un tratto insieme a lui, visto che si sta mettendo la tuta proprio ora.”
“Ma certo, ben volentieri. Corro un po’ avanti e indietro qui intorno, così non prendo freddo, poi, appena lo vedo, mi ci affianco.”
“Va bene, grazie sa, mi scusi.”
“Ma di che, si figuri, arrivederla!”

Pochi minuti dopo lo vedo uscire di casa. Indossa una tuta di un curioso color viola chiaro; non ha, come è consuetudine, i comodi pantacalze che tanto agevolano il movimento delle gambe, ma in compenso porta due inequivocabili segni distintivi di chi è abituato a correre d’inverno all’aria aperta: i guanti, neri, e una nera cuffia di lana, simile ad una grande papalina.
Gli vado incontro sorridendo. Mi sembra un po’ schivo, ma mi guarda con un viso che ispira fiducia, un viso che mi verrebbe da dire lombardo, alla Roberto Maroni (…se non conoscessimo, di quest’ultimo, i trascorsi e l’ideologia politica).
Ci diamo la mano:
“Piacere, Francesco.”
“Saverio” fa lui.
“Andiamo di qua, va bene? Ascolta, ci diamo del tu che facciamo prima.”
“Certo.” Mi guarda con un mezzo sorriso, poi aggiunge: “Se vado troppo piano, soprattutto all’inizio, allunga pure, non ti costringo a starmi accanto.”
“Non ti preoccupare, vado piano anch’io. Non c’eravamo mai incontrati, strano.”
“E’ strano, ma io non ho regole con gli orari; quando il lavoro, la famiglia e i passatempi me lo permettono, metto la tuta e vado.”
Mi accorgo di un suo principio di balbuzie, che sembra affiorare di tanto in tanto; poi gli dico:
“Eh, da queste parti è sempre un piacere correre: campagna armoniosa, stradine poco battute, case ecologiche…”
Mi guarda un po’ incuriosito, ma tace.
“Io forse sono un po’ più regolare, almeno come orari: le prime ore del pomeriggio sono la mia mattina, visto che lavoro col taxi fino a notte e poi dormo fino oltre mezzogiorno.”
“Ah, fai il tassista. E non hai problemi con la famiglia, con quegli orari?”
“Sono singolo. Il lavoro, ma mai troppe ore, a volte un po’ di sport, la gestione della casa e della vita quotidiana, e tante ore al computer.”
“Ah anche tu…” mi fa, scuotendo la testa, mentre abbiamo assunto e condividiamo un piacevole tranquillo passo di trotto non sostenuto.
“Sì, mi piace scrivere sul mio blog e tenere i contatti con tanti amici e i loro blog, e poi cercare le informazioni che alla tv non si trovano. Anche tu sei un blogger ?”
“No, frequento alcuni forum di materie scientifiche.”
Mi guarda un po’ titubante, poi sembra trovare fiducia e aggiunge: “E poi mi piace fare esperimenti.”
Non fa in tempo a finire la frase che siamo sorpresi entrambi alle spalle da un improvviso forte suono di una trombetta da stadio, e contemporaneamente superati da un mezzo che procede ad una velocità supersonica e che sembra voglia divertirsi a sfiorarci.
Trattengo un attimo il respiro, poi, quando mi riprendo dallo spavento, vedo che si tratta di un go-kart, ma stranamente silenzioso: fa un rumore sordo, come di una bicicletta da corsa lanciata lungo un rettilineo in discesa.
“Quando ti becco ti riempio di legnate!” urla Saverio all’indirizzo del giovane spericolato, poi si rivolge a me:
“E’ mio figlio, mio figlio degenere. Ma è colpa mia, l’ho costruito io quel motore.”
“Complimenti. E’ impressionantemente silenzioso, scommetto che è del tutto eco-compatibile.”
“Deuterio”, fa lui, “l’isotopo dell’idrogeno. Hai mai sentito parlare di fusione fredda?”
“Ma certo, ero ragazzo all’epoca di Fleischmann e Pons, e mi entusiasmò da morire il loro annuncio. Poi son sempre stato convinto che i loro esperimenti, e quelli del nostro Giuliano Preparata, siano stati ostacolati per ragioni di business e di potere.”
Mentre dico quelle parole, vedo una luce intensa brillare nei suoi occhi, quasi un’emozione irrefrenabile, come se avessi colpito e affondato una corazzata a battaglia navale.
Poi rifletto un attimo: “Ma davvero quel motore è un’applicazione di quel tipo di energia?” dico con autentico crescente stupore.
Mi guarda, mentre corriamo affiancati lungo il margine della provinciale, poco prima di tornare ad immergerci nelle stradine di campagna; mi guarda alcuni secondi, poi, semplicemente, mi dice:
“Sì.” E tace, alcuni lunghi momenti.

“Anche a me, sai” aggiunge poi, “ha sempre affascinato quella frontiera, quel campo di possibili applicazioni, e mi sono sentito sfidato, sì, proprio sfidato. Ho studiato giorno e notte, ho seguito le varie sperimentazioni, che sono diverse in vari piccoli laboratori sparsi nel mondo, e poi ho provato a seguire la strada dei giapponesi, di Yoshiaki Arata e delle sue celle a gas deuterio.
Per due anni ho cercato di riprodurre, variare, migliorare, meccanizzare le sue intuizioni e i suoi indiscutibili successi. E alla fine ce l’ho fatta, e mi sembra che l’oggetto che ci ha superati poco fa sia molto più eloquente delle mie parole.”
Quasi mi sento mancare il fiato, e di certo non a causa di quel nostro tranquillo incedere di corsa.

E più ci penso e più mi sento come schiacciato da quanto ho visto e sentito nel giro di pochi minuti.
E’ come un’angoscia: non trovo le parole, ma ho l’impressione che Saverio capisca quello che si agita nella mia mente e nel mio cuore.
Gli rivolgo lo sguardo, lui ricambia serio e attento, e sembra davvero aver capito ciò che non riesco a tradurre in parole.
Poi, infine, sono io a balbettare:
“Ed ora… cosa pensi di fare?”
“Non lo so, Francesco, finora ho cercato di parlarne il meno possibile, sia nei forum che nella vita reale, e ho detto a quel degenere di mio figlio di tenere la cosa per sè, di non farne cenno con nessuno, e anche di limitare le sue corse pazze con il go-kart. Tu sei la prima persona con cui ne parlo così apertamente, ma sento che posso fidarmi, e anzi che posso confrontarmi con te sul da farsi. Sul da farsi, ora.”
“Già. Ora…”

L’itinerario, superato uno spiazzo con alcune piccole casette a un solo piano, devìa verso il sentiero nella boscaglia che costeggia, alla nostra destra, i campi da golf.
Dopo alcuni minuti di un silenzio molto intenso, sono ancora io a parlare.
“Sto cercando di superare lo stupore e di ragionare” dico con un sorriso; lui afferra al volo il senso delle mie parole.
Poi finalmente: “Credo che si pongano due tipi di problemi,” dico: “intanto la tua incolumità nei confronti di interessi mondiali giganteschi per una persona senza scudi protettivi di nessun genere.” Lui fa di sì con la testa.
“E poi quello di come diavolo diffondere un’invenzione così rivoluzionaria a fin di bene, con l’obiettivo della salvezza dell’ambiente e non piuttosto di un’ennesima nuova spinta in quel maledetto modello di consumi che sta ormai minacciando la specie umana.”
“Hai centrato i problemi; hai capito che cos’è che ora mi tiene sveglio quasi tutte le notti. E meno male che posso sfogarmi ogni tanto correndo” dice, balbettando un po’, il mio geniale interlocutore.
Ancora qualche attimo di silenzio, poi guarda l’orologio e mi fa:
“Scusami, ma devo fare dietro-front, non ho molto tempo, oggi.”
“Come vuoi, ma avrei molto piacere di riprendere il discorso con te.”
“Anch’io. Ascolta, il mio indirizzo email è facile da ricordare” e me lo comunica; “scrivimi e poi ci mettiamo d’accordo per un’altra sgambata, e per confrontarci su queste cose.”
“Sì, grazie Saverio, e grazie per la fiducia in me.” Lo guardo con un misto di simpatia e sacro rispetto, e gli allungo la mano.
“Grazie a te, Francesco, ciao.”
Ed inverte la rotta.

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Sento ancora mancarmi il fiato, eppure non sto correndo forte.
Un po’ più in là, sulla mia destra, un giovane, vestito sportivamente ma con grande ricercatezza, simula più volte con la mazza di colpire la pallina.
Infine si concentra e sferra il colpo. La pallina si impenna e vola oltre il laghetto.
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Immagine da: http://www.lookfordiagnosis.com/mesh_info.php?term=Deuterio&lang=5

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La profezia di Rosino (quarta ed ultima parte)

 

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Poco più di un quarto d’ora è il tempo necessario a percorrere in automobile la distanza fra le due residenze dell’illustre personaggio.
E lui, alla guida, mostra nei miei confronti inaspettate doti di delicatezza e psicologia: cerca infatti di distrarmi, con qualche racconto colorito intorno alle sue passate vicende alpinistiche, ed alla realizzazione delle pubblicità per l’acqua Levissima.
Sento Max, seduto dietro, che si diverte un mondo; volto la testa per scambiare con lui qualche occhiata allegra, ma il mio è un ridere un po’ forzato, di cortesia. Il castello è già là, in vista, pronto ad accogliermi nelle sue segrete.
Nelle luci opache del tardo pomeriggio poche persone stanno uscendo dalle sale del museo della montagna; Messner imbocca una stradina che aggira in parte il possente edificio, e la percorre fino al suo termine, imposto da un imponente sperone roccioso.
“Ecco Franz, ora devi proseguire da solo. Vedi quella porticina là in basso? C’è un campanello, devi suonare. Io ripasso a prenderti in un’ora e mezza, mi ha detto mia figlia che sarà sufficiente; verrò fin dentro da voi in sue stanze. Intanto faccio amicizia con il tuo amico; gli mostro il museo della montagna, o, se preferisce, andiamo in birreria a Naturno”. E si gira per rivolgere uno sguardo interrogativo a Max.
“Se posso scegliere… la seconda che ha detto”, fa lui, con un sorriso sornione, ricambiato con una risata dal padrone di casa.
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Un respiro profondo, poi spingo il dito per due secondi sul campanello, nessun’etichetta, nessun nome, solo la piccola feritoia del citofono.
“Chi è?”, la voce, resa metallica dall’apparecchio, è quieta, indubbiamente di donna ma con un’inflessione leggermente mascolina.
“Il cavalier narrante”, riesco a pronunciare con il cuore che batte forte.
Nessuna risposta, ma il chiaro e netto scatto dell’apriporta, una porta piccola, di legno massiccio.
Entro in un ingresso molto buio, rischiarato solo da una debole lampadina fluorescente, e vedo alla mia sinistra la porta aperta di uno sgabuzzino con un attaccapanni a stelo, un portaombrelli e un piccolo armadio a muro senza ante, con diverse scansie su cui sono poggiate alcune paia di scarpe, prevalentemente sportive, scarponi da montagna e pantofole morbide, tutte da uomo, ad occhio saranno almeno un quarantaquattro o quarantacinque di misura.
Di fronte a me un’altra porta piuttosto compatta, chiusa e dotata di un secondo campanello. Suono.
“Chi è?”, la voce è più nitida e forte, ma il tono non è cambiato. Credo di capire il gioco:
“Il cavalier narrante!”, rispondo con voce leggermente rinfrancata. E la porta si apre.
C’è da percorrere un lunghissimo corridoio semibuio, alle cui pareti ogni tanto intravvedo delle porte chiuse con formidabili lucchetti.
In fondo, di fronte a me che cammino con crescente apprensione, una porta diversa, con un grande riquadro di vetro smerigliato che diffonde una luce soffusa.
E’ chiusa anch’essa. Accanto al campanello, ben in vista, è stato applicato un cuoricino rosso di carta ritagliato da qualche rivista.
Suono anche questo terzo campanello.
“Chi è?”, sento la viva voce al di là di quella porta. Questa volta mi sembra di percepire un civettuolo divertimento, in quella voce seriosa.
“Il cavalier narrante”, rispondo ancora, sforzando di esibire una certa complicità e gentilezza.
“Avanti!”.
Apro la porta su un monolocale di medie dimensioni, in parte incavato nella roccia viva; un piccolo lucernario sulla sommità di una parete non riesce a rischiararlo, cosa però realizzata da alcuni faretti colorati che, puntati sulle pareti in muratura e in pietra, distribuiscono una luminosità molto gradevole.
In fondo, leggermente sulla mia destra, un lettone a due piazze come incastrato dentro una capiente cavità rocciosa, e, sopra il letto, lei, seduta, quasi attorcigliata sulle sue gambe, e sui suoi piedi nudi, una postura molto spontanea; indossa una semplice tuta color ciclamino.
Il viso ovale, regolare, dagli zigomi un po’ sfuggenti, incorniciato da una fluentissima chioma di grossi capelli castano scuri; un leggero strabismo di Venere su quei due occhi blu cobalto, ravvicinati, di un’intensità perforante, che mi guardano curiosi; la corporatura imponente ma aggraziata.
“Ciao, Franz”.
“Ciao, Shygulla Shygulla”, cerco e trovo sicurezza in quel magnifico sguardo, istintivo, selvaggio, buono.
“Siediti dove vuoi” e la voce profonda ha una prima impennata argentina, quasi fanciullesca.
“Okay, grazie” e mi accomodo su una poltroncina accanto al tavolo centrale.
Su un altro tavolo, contro la parete, il video acceso di un computer, in parte coperto dallo schienale di una sedia ergonomica da ufficio rosso bordeaux.
Alle pareti, numerosi poster di genere musicale, fra i quali riconosco, anche con l’aiuto delle diciture, i gruppi rock Wilco, Arcade Fire e Sigur Rós.
“Complimenti, hai ottimi gusti musicali”.
“Grazie Franz, li conosci tutti?”, mi fa un po’ meravigliata, senza mollarmi di dosso quei due occhi.
“No, non tutti. Gli Arcade Fire li sentii per radio dal vivo un paio di mesi fa, quando fecero il concerto a Bologna”.
“Sono grandi, eh?”, mi sorride: “lo ascoltai anch’io, sai, quel concerto. Aspetta che li mettiamo in sottofondo”; di scatto si alza e si dirige al computer. E’ altissima, sarà almeno un metro e novanta, ma si muove armoniosamente, camminando con i piedoni nudi sul freddo pavimento roccioso.
Trovata e fatta partire a volume molto basso la musica del gruppo canadese, torna verso il lettone e ci si rituffa pesantemente.
“Bene, credo che mio papà ti abbia già detto un po’ di cose. E’ stato abbastanza chiaro?”
“Direi di sì, per quello che mi ha voluto dire. Mi è rimasta una curiosità, però, che non ho avuto il tempo di chiarire”.
“Dimmi”, e mi guarda intensamente.
“Mi ha detto che tu non sei la prima creatura nata dall’unione fra gli Yeti e gli uomini. Chi è l’altra?”
“Sì. Mi dai un ottimo modo per cominciare la mia parte di racconto”, e si concentra un attimo, poi comincia, come un tranquillo fiume che prende il suo corso:
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“Nel mese di luglio di circa trentacinque anni fa, la famiglia Parri, di Orbetello, era venuta a passare le vacanze in Valle Aurina. O meglio, la sola signora con il figlio, Oreste, che allora aveva nove anni. Il marito, impiegato alle poste, li avrebbe raggiunti stabilmente in agosto, nel periodo delle sue ferie.
Durante una passeggiata in un bosco la signora Eleonora, in un momento in cui si era allontanata un attimo dal bambino per bere ad una sorgente, fu avvicinata da un esemplare maschio di Yeti, che si impossessò della sua volontà, la fece spogliare ed ebbe un veloce rapporto sessuale con lei”.
Guardo la mia interlocutrice con un’espressione di improvviso disappunto, ma lei procede tranquilla:
“Anche in quel caso la fecondazione avvenne subito, e dopo tredici mesi di gravidanza Eleonora mise alla luce un bambinone di oltre cinque chili, a cui fu dato il nome di Pier Damiano.
Pur con qualche difficoltà, l’infanzia di Pier Damiano fu abbastanza serena, nella sostanziale accettazione di lui da parte del patrigno e del fratellastro. Nessuno gli spiegò mai il mistero delle sue origini, che erano la causa di quel suo irresistibile bisogno di stare sempre in mezzo alla natura, a contatto con la campagna selvaggia della Maremma e con gli animali che la popolano. Fu lui, a quindici anni, a comporre i versi della profezia di Rosino, vergandoli accuratamente su una pergamena che gli era stata regalata, sicuramente sotto l’influsso telepatico della rete dei suoi sconosciuti antenati materni; …anche se, quando scriveva:
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“ma soltanto gli audaci
che delle profezie della fine
nei calendari antichi
saranno i più seguaci”
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lui non pensava certo ai Maya, ma aveva in mente il ‘Calendario di Frate Indovino’ che aveva sempre visto esposto in cucina.
Un giorno, durante un giro fra i campi della Maremma, ciascuno col suo motorino, con suo fratello maggiore, che gli voleva bene, incontrò un maialino che vagava disperso. Ebbe l’istinto di cingergli il collo con una striscia di stoffa che teneva in tasca, di aggiungere la firma ‘Rosinus sus’ sulla pergamena che portava in una sacca del motorino, e di infilarla arrotolata nel collare; i due fratellastri risero di quella piccola bravata, poi riaccesero i motori e si allontanarano.
Furono quegli stessi luoghi che tanto amava, soltanto un anno dopo, a dargli la morte”, e improvvisa, un’ondata di evidente emozione attraversa ed inumidisce gli incantevoli occhi blu: “si era avvicinato troppo ad un cucciolo di cinghiale, la cui mamma, con l’aiuto di tutta la famiglia allargata, sferrò contro di lui un micidiale attacco”.
Ascolto rapito la triste storia.
“Quando Pier Damiano morì io ero già al mondo da quasi un anno.
Per me le cose furono diverse, un po’ grazie alla vicinanza della famiglia, che mi ha allevato, con le valli alpine dove risiede il branco di Yeti della mia mamma, un po’ per la maggior apertura mentale dei Messner rispetto ai più tradizionalisti Parri.
Intanto il mio nome, a differenza di Pier Damiano, rappresenta nella forma, cioè uno stesso nome ripetuto due volte, una precisa volontà della comunità Yeti, e poi, a differenza della famiglia toscana, qui da noi, sia pur nel ristrettissimo ambito familiare, si è sempre parlato dell’eccezionalità della mia natura, e anzi, man mano che crescevo, si è instaurata una vera e propria collaborazione per conoscere tramite me, ed assecondarle, le loro volontà ed intenzioni. Spesso papà mi ha portato ad incontrare la mia vera mamma e quegli altri miei parenti del suo branco, che vivono dove i boschi cedono il posto ai pascoli, alla roccia e ai nevai.
La mia vicinanza fisica con loro ha reso ancora più forte il nativo canale comunicativo telepatico, e così, diventando grande, ho appreso con molta chiarezza alcuni fatti importantissimi, di cui ho sempre messo a conoscenza papà”.
Improvvisamente, con uno scatto, quasi spaventandomi, Shygulla Shygulla si torna ad alzare dal letto e si dirige verso l’angolo cottura.
Riempie d’acqua una teiera di metallo, accende un fornello e gliela pone sopra. Poi apre una piccola credenza pensile, estrae una scatolina e fa: “Mmm… Sì, rosa di bosco. Ti piace?”
“Certo, grazie cara”.
Ricambia quel mio aggettivo con un’improvvisa staffilata di dolcezza, indirizzata con precisione dai suoi occhi giusto al centro del mio cuore.
Poi riprende la narrazione:
“Sapevo con certezza, ad esempio, di quel mio unico predecessore sulla scena del mondo. Sapevo con certezza che era vissuto pochi anni prima, e che era morto molto giovane, e avevo una specie di istinto che richiedeva a gran voce di portarmi sui luoghi della sua vita, e sul luogo dove stava riposando il sonno eterno. Il mio più grande desiderio fu per molto tempo quello di portare un fiore su quella tomba”.
Gli occhi mi si appannano, e lei se ne accorge, e la sento sempre più presente, calda ed affettuosa.
“Nonostante mi sia sempre allontanata molto di rado da qui, convinsi papà a portarmi con sè in una delle sue missioni commerciali in giro per l’Italia, quando avvertii che stava recandosi proprio, per qualche giorno, in quelle zone, per visitarne gli allevamenti.
Fu in quel viaggio che vidi per la prima volta l’allevamento Maggioni, ma soprattutto riuscii, seguendo un infallibile istinto, e con l’aiuto di papà, a ritrovare il cimitero con la tomba di Pier Damiano.
Caso volle (come dicono gli umani…) che proprio quel giorno, Oreste, il fratello maggiore, si fosse recato anche lui al cimitero.
Facemmo conoscenza ed amicizia, e quel giorno stesso, parlandogli, mi sentii di rivelargli la mia identità.
Da allora abbiamo frequenti contatti, ovviamente via telefono o computer, ma già da quell’incontro al cimitero Oreste mi raccontò l’episodio della pergamena, che gli era rimasto impresso come uno dei ricordi più dolci e felici del fratellastro.
Ci tornò sopra, poi, un bel po’ di tempo dopo, quando mi scrisse che aveva ritrovato la pergamena nell’allevamento del suo vecchio compagno di scuola, Maggioni-figlio, il quale gli aveva raccontato quanto quel ritrovamento avesse influito sulla sua scelta di trasformare l’allevamento del padre, ora che ne stava diventando il nuovo responsabile, in un centro di formazione neo-spirituale, e anzi, conoscendo le passioni esoteriche dello stesso Oreste, gli aveva proposto di diventarne il direttore. Dovresti averlo visto, Oreste, nella tua breve visita presso ‘Maremma mayala’ “.
Ci penso un attimo, poi ribatto: “E’ un tipo longilineo, austero, dai capelli giallastri e con la coda di cavallo?”
“Sì è lui”.
Taccio, reprimendo il senso di antipatia che mi rievoca quell’immagine.
Ma il racconto e la presenza carismatica di quella donna, appollaiata con semplicità sul suo lettone, hanno cancellato ormai ogni precedente senso di disagio, diffidenza, paura. Sto bene, qui, vorrei che il suo racconto non finisse mai. E tanta è la disinvoltura che mi ha comunicato, che questa volta sono io ad alzarmi, dirigermi verso il fornello e, verificato che l’acqua nella teiera sta per bollire, immergerci dentro la bustina.
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“Ecco. Ti ho raccontato, fin qui, una strana storia di eventi, incontri, progetti, attività…, in parte simile a tante che possono succedere e sono sempre successe in ogni angolo del pianeta.
Manca però dal mio racconto”, aggiunge, fissando ancora più intensamente nei miei quei suoi affascinanti occhi blu, “una prospettiva, che fa di questa vicenda una vera e propria chiave di volta nella storia del mondo: la prospettiva della popolazione Yeti.
Come ti ha detto mio papà, questa piccolissima popolazione, antica più dell’uomo, ha accompagnato e condizionato segretamente, con i soli influssi telepatici, la sua storia e il suo sviluppo, favorendo nei secoli il progresso culturale, artistico, scientifico e, soprattutto negli ultimi tempi, tecnologico. Con risultati strabilianti.
In tempi lontani, quello sviluppo è passato anche attraverso il fiorire e la scomparsa di grandi civiltà, e non sono mancate, nel corso dei millenni e dei secoli, grandi epidemie, grandi guerre, cruenti giochi di potere e di sopraffazione.
Tutto ciò non aveva mai modificato il modo di operare proprio della missione Yeti.
Poi, progressiva, sempre più rapida, sempre più spaventosa nelle sue dimensioni, e del tutto improvvisa, se rapportata ai tempi del resto della storia umana, ha cominciato a manifestarsi la corsa dell’umanità, e di un’umanità sempre più incontrollabilmente popolosa, verso la propria autodistruzione.
Gli Yeti sanno con certezza che non possono arrestare quella corsa.”
La guardo, rapito e angosciato; cerco, in quegli occhi bellissimi, la terra sotto i piedi che le sue parole mi stanno togliendo.
“Vedi, Franz, i miei progenitori sanno bene che non c’è disastro e devastazione ambientale umana che essi non siano in grado di sopportare, grazie alla loro grande adattabilità, frutto della purissima essenzialità delle loro vite.
Ma sanno anche che, con la scomparsa degli uomini dalla Terra, si estinguerebbero pure loro. Per malinconia, per aver perso l’unica propria ragione di esistenza: giocare e divertirsi, con trame sempre molto complesse, con i loro destini, e tramite questi giochi indurli al progresso; finchè la cosa, per la prima volta, è ora loro impedita dal dilagare degli effetti dell’umana avidità e prepotenza, unita all’esplosione demografica.
Hanno così ideato, e appena cominciato a realizzare, un progetto di ripopolazione della Terra con una nuova specie nata dall’ibridazione delle due, dotata di buona parte della capacità di adattamento degli Yeti, e priva dell’arroganza dell’uomo”.
Mi manca il fiato, ma pendo dalle sue labbra, mentre, completamente ignorata, la bustina dell’infuso continua a rilasciare nell’acqua (non più) bollente i suoi aromi di rosa di bosco.
“E prima ancora che si concludesse tragicamente, con la morte di Pier Damiano, il primo esperimento, hanno dato vita a me, con l’intenzione di avere una collaboratrice attiva al loro progetto, e farmi diventare in futuro l’imperatrice della nuova dinastia che popolerà piano piano il mondo, e avrà il compito di ripararlo.
Non ci sarà bisogno di sopraffazione e violenza: sarà l’umanità stessa, nel rapido declino della sua vicenda terrena, a consegnare gradualmente e spontaneamente il potere a quella nuova e più forte dinastia.
Da quando sono diventata adulta ho preso in mano io quel progetto, ma alcune scelte precedenti a me sono esclusivamente loro.
Prima fra tutte quella che sicuramente ti sorprenderà: la selezione dei loro nuovi partner, dopo la signora Eleonora e papà Reinhold, per il loro piano di ibridazione: per i futuri accoppiamenti non hanno scelto alcune persone particolari, ma si sono divertiti a generare, con gli intrecci della vicenda che ormai conosciamo, un involontario e segreto bando di gara, che passa, non ridere, proprio dalla ‘Maremma mayala’ dei Maggioni. Li vogliono proprio così, i pochissimi e selezionatissimi partner della prima generazione di ibridi: sognatori, creduloni, non esattamente intelligenti ma tenaci, proprio come sarano i primi uomini e le prime donne capaci di completare i tre cicli di corsi spirituali che si svolgono in quell’allevamento di maiali”.
Mentre spalanco per l’ennesima volta i miei occhi ed apro un po’ la bocca incantato per la meraviglia, Shygulla Shygulla mi concede un attimo di respiro: con un balzo salta nuovamente giù dal lettone e va a preparare le due tazze di un infuso già fin troppo denso.
“Un po’ di zucchero?”
“Solo un cucchiaino, grazie”, tiro fuori a fatica un po’ di voce.
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Dopo un po’ riprende:
“Ho trovato in Oreste, che ha stabilmente assunto il ruolo di direttore del centro, un valido alleato e complice. Sarà lui a controllare la cosiddetta crescita spirituale dei partecipanti a quei corsi. Ti ricordi gli argomenti dei tre livelli?”
“Aspetta…, c’era l’aura dei maiali”, e ci scambiamo un sorriso divertito, “poi, mi sembra la voce degli angeli”.
“Bravo. E poi?”
“Qualcosa tipo corso teorico-pratico di ufologia”.
“Bravissimo. Ecco, con questa scusa porteremo i candidati partner in gita-premio in Valle Aurina, durante le prossime festività di fine anno, per un primo contatto con la piccola comunità Yeti della mamma.
Gli accoppiamenti, invece, sono previsti per un successivo fine settimana nel febbraio dell’anno prossimo. Il piano prevede inizialmente soltanto cinque unioni; sembra che, a differenza di quanto avviene fra gli Yeti, e a dispetto di tutte le teorie scientifiche, la fecondazione fra le due specie sia praticamente garantita ad ogni accoppiamento.
Ci sarà tempo, più avanti, per spiegare la verità ai selezionati. A loro, sia uomini che donne, verrà richiesto di prendersi cura dei nascituri presso la loro famiglia, e se sono singoli presso lo stesso centro maremmano, in cui dovranno trasferirsi.
Ai cinque neonati verrà dato un nome doppio, come il mio, a scelta del genitore umano. E loro sono destinati a diventare i cinque ministri del mio impero: quello della riparazione ambientale, quello della pace, quello dell’attività e della distribuzione delle risorse, quello della salute e della gioia”.
“Ne hai detti solo quattro, Shygulla Shygulla”.
“Sì, perchè sul quinto, quello dell’arte, della cultura e della fantasia, ho un piano che ti riguarda. Vorrei che fosse tuo figlio, o tua figlia, e che l’avessi dalla mia mamma”.
Mi lascia qualche secondo per riprendermi dallo shock, e poi aggiunge:
“E’ per questo che sono da tempo sulle tue tracce. Ti conobbi casualmente quando dedicasti un post, sul tuo blog, a quello splendido disco del Banco del Mutuo Soccorso, che non conoscevo, quello sull’evoluzione della specie”.
“O sì, ‘Darwin’, ricordo, ma parliamo già di alcuni anni fa”.
“Sì, da allora ho sempre seguito i tuoi scritti, conoscendoti sempre meglio e convincendomi sempre più delle mie intenzioni. Fino a fare in modo di coinvolgerti nel progetto.”
“Tutto bene, si fa per dire…, ma adesso mi devi spiegare come hai fatto a portarmi fin qui”.
“Sai Franz, un po’ dell’anima Yeti, giocherellona con le trame umane, è rimasta anche in me…
Quel primo messaggio che trovasti dentro il taxi, quello con le coordinate dell’allevamento, fu introdotto nella vettura dai gestori del distributore di metano di via Mattei, mentre eri alla cassa per pagare. Il mio alleato Oreste l’aveva consegnato a loro, con la promessa che venisse infilato di nascosto nella tua Cavallona al primo rifornimento dopo la mezzanotte del 23 settembre, equinozio di autunno del 2010. Caso volle che tu passassi di lì proprio nella prima ora utile.”
Guardo strabiliato il suo sorriso divertito, poi le chiedo:
“E quello sotto il tergicristallo, all’uscita dell’allevamento?”.
“Niente di più facile. Oreste ti stava aspettando: è stato un gioco da ragazzi, per lui, approfittare del momento in cui sei entrato nella reception a parlare con Maggioni-figlio”.
“Maremma maiala…!”, cerco di sorridere anch’io, con le forze che mi restano, e che sento continuare ad infondermi da quella straordinaria e splendida giovane donna. E mi aiuto con qualche sorso di infuso ancora caldo.
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“Nel mondo futuro ci sarà una fase di transizione”, riprende lei, “in cui convivranno uomini, ibridi di prima generazione, ed ibridi di seconda ed altra generazione. Saranno distinguibili dal loro nome: i vostri tradizionali nomi e cognomi per gli uomini, nomi doppi come il mio per gli ibridi di prima generazione, e nomi tripli per tutti i successivi incroci.
Se accetterai la mia volontà …e il tuo preciso destino”, aggiunge con un mezzo sorriso, “sarai per sempre il mio consigliere di fiducia, oltre ad avere l’incarico di educare il futuro ministro o ministra alla conoscenza e alla salvaguardia di tutta la cultura e l’arte della storia dell’uomo.
Ho in mente un piano, sai, per farti recuperare il tempo perso. Con l’aiuto di Oreste, se accetterai, ti farò iscrivere ad un corso intensivo previsto per il prossimo ponte di inizio novembre, poi ti faremo vincere il viaggio premio a fine anno e partecipare agli accoppiamenti in febbraio”.
“Senti, ma io veramente preferirei la figlia…” e le lancio uno sguardo un po’ furbesco un po’ supplichevole.
Sorride un po’, ma poi lo sguardo che ricambia lei, per soli pochi momenti, è di puro e selvaggio desiderio fisico, e mi attraversa tutto il corpo come un forte brivido. Credo di non essermi mai sentito così desiderato da una donna. Poi torna a controllarsi e a raddolcirsi, e aggiunge:
“Non possibile. Nascerebbe un ibrido di seconda generazione. E poi, il cuore di Shygulla è già impegnato, con giovane giocatore di hockey su ghiaccio, il mio amore, Hans”.
“Capisco, per me non c’è neanche partita…”.
“Presto ci sposeremo, e poi avremo un figlio, il primo esemplare di ibrido di seconda generazione. Stiamo già pensando al nome”.
“Ah…”
“Sì, se nascerà una bimba la chiameremo Ewa Ewa Ewa”.
“Evviva!”
“Se sarà un maschietto, invece, io avrei voluto chiamarlo Pier Damiano Pier Damiano Pier Damiano, ma ad Hans non piace. La scelta dovrebbe ricadere su Kunz Kunz Kunz”.
“Carino”.
E ingollo d’un fiato la seconda metà della mia tazza di infuso.
Qualche secondo di silenzio, mentre anche il sottofondo musicale degli Arcade Fire è finito; cerco di riordinare, il minimo possibile, le mie idee, travolte da quella serie incessante di rivelazioni e nuove prospettive. E man mano che penso divento sempre più serio e angosciato.
Shygulla Shygulla, con la sua sensibilità extraumana, mi sorveglia in silenzio.
Poi si alza, questa volta delicatamente, un metro e novanta di dolcezza femminile, e mi guarda negli occhi, e dice:
“Ho cercato di aiutarti, durante il mio racconto, trasmettendoti forza e benessere, ma ora ci vuole un aiuto aggiuntivo, di tipo più tradizionale”.
La guardo completamente rapito.
“Vieni qui, Francesco, e abbracciami”.
Mi muovo come un automa, come una marionetta senza fili attirata da un’irresistibile corrente di energia, e mi ritrovo fra le sue braccia.
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Non so quanto sia durato quell’abbraccio, è come se avessi perso conoscenza; so che sono stati e resteranno per sempre i momenti più belli, potenti e straordinari di tutta la mia povera vita.
Da quel morbido e accogliente e grande corpo di donna ho sentito riversarsi su di me una forza, una sicurezza, un benessere che non avevo mai conosciuto. Ho sentito guarire tutte le mie ferite d’amore, quelle più antiche come quelle recentissime. E forse ho riprovato sensazioni che risalgono alla mia vita embrionale, nella pancia di mia madre prima che nascessi.
“Riprenditi ora, Franz, sento che stanno arrivando”.
Faccio di sì con la testa, e proprio in quel momento suona il campanello.
Senza bisogno di tutte le precedenti manfrine, Shygulla Shygulla dà il comando di apertura a tutte e tre le porte.
L’intensità palpabile dell’atmosfera che si è creata è come lacerata dal vociare allegro dei due uomini che mi stanno venendo a prendere.
Appena entrano, Reinhold, con un bel sorriso, va a dare un bacio sulla guancia alla figlia, mentre vedo Max che, superato il primo attimo di curiosità e smarrimento, rivolge immediatamene uno sguardo un po’ ansioso su di me, per verificare le mie condizioni.
La mia faccia, però, dev’essere così strana che l’epressione del mio scudiero, anzichè rassicurata, ne esce ancora più turbata.
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Non abbiamo parlato molto, durante il viaggio di ritorno. Inizialmente Max, piuttosto tonico e vivace, cercava di provocarmi con frasi scherzose, poi, mano a mano che ne constatava l’inutilità, se ne è stato sempre più zitto, a rimuginare da solo sull’eccezionale giornata che aveva appena vissuto.
Io avvertivo solo la forza di concentrazione necessaria a guidare, e a superare i TIR che, con l’avvicinarsi e lo scoccare della mezzanotte, riprendevano a portare a spasso, da Nord a Sud, le merci da consumare per poterne comprare delle nuove.
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Dopo alcune ore di sonno profondissimo e di sogni vividi ed inquieti, mi sono svegliato stamattina con un senso di grande smarrimento, e la necessità di riflettere a lungo.
Ma più forte ancora, stranamente per le mie abitudini quando c’è da prendere una decisione così importante, ho sentito il bisogno irresistibile, chiaro, impellente, di fare quella telefonata, di prenotare il mio corso intensivo presso ‘Maremma mayala’ per il ponte di novembre.
E l’ho fatto. Ho ritrovato il piccolo opuscolo del centro, e ho composto il numero di telefono.
“O Maremma mayala”.
“Sì buongiorno, è il signor Maggioni?”
“In persona. Desidera?”
“Ho saputo dal signor Oreste che per me c’è un posto ancora disponibile nei corsi che farete per il ponte del primo novembre”.
” ‘Un ne sapevo nulla. Come la si chiama, lei?”
“Mi chiamo Francesco, sono venuto una settimana fa a far visita al centro”.
“Sì signore, credo di avere hapito: mi ha parlato, il mi’ figliolo, di un tipo, magro come un giunco, che manco conosceva il suo segno zodiahale”.
“Sì, sono io, ma non chieda a suo figlio: provi a sentire dal signor Oreste, e le confermerà quello che le ho detto per il ponte”.
“In questo momento è impegnato con li corsi, appena si libera vo a sentire, poi la rihiamiamo. Mi dia il su’ numero”.
Mi ha richiamato, questa volta Maggioni-figlio, dopo un paio d’ore.
Risulto già iscritto, e presto mi arriverà a casa una lettera con le indicazioni sugli orari e il materiale da portare con me.
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Martedì 5 ottobre 2010.
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Ieri sera, come si può immaginare, ero ancora del tutto stravolto, ma ho pensato bene di andare a lavorare ugualmente, quanto meno per distrarmi.
E’ stato molto faticoso, mi sentivo terribilmente stressato, ma forse non farlo sarebbe stato peggio.
Era circa mezzanotte e mezza, quando sono andato a fare rifornimento di metano, con l’intenzione poi di tirar dritto verso casa.
Dall’area del distributore ho visto uscire verso via Mattei un altro taxi, e ho sentito subito un paio di suonate di clacson.
Era Max.  Ho cercato, memore del mio mutismo durante il viaggio di ritorno, di fargli festa come meglio ho potuto, e l’ho visto rinfrancarsi un po’ nel ritrovarmi, sia pur un po’ segnato, ma almeno simile a come mi ricordava.
“Max, domani, se vieni a cena in mensa, ti racconterò finalmente un po’ di cose. E poi ti devo restituire i tuoi cinquanta euro”.
“Okay Franz, farò il possibile. Se non posso ti chiamo”.
“Ciao, buonanotte!”
“Ciao, a domani”.
Poi, una volta effettuato il rifornimento, finalmente ho preso la strada di casa.
Ho aperto con il telecomando il portone del sotterraneo; davanti al mio garage sono sceso e ne ho aperto la porta, ho fatto la solita manovra per farci entrare tutta la Cavallona, ho spento il motore, poi la mia mano è andata alla ricerca del telefonino nel solito vano, prima che me ne dimenticassi ancora una volta.
E con la mano, attorno al piccolo apparecchio, ho avvertito come un involucro di carta.
Ho acceso la luce interna della Cavalla, l’ho afferrato di scatto e l’ho aperto.
C’era una scritta:
Mio futuro dolce zio, viceministro e consigliere, sapevo che anche questa volta avresti assecondato la volontà del tuo preciso destino.
Grazie, Franz.
Ti voglio bene. Shygulla Shygulla“.
Stanchezza e stordimento hanno avuto la meglio: ho spento la luce interna, ho chinato e appoggiato la testa sul volante, e ho pianto, a lungo, sommessamente.
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Immagine (parzialmente rielaborata) presa da: http://www.flickr.com/photos/23635056@N02/2887492475/

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