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Ecco dunque che cosa ho letto in quel foglio:
“Mio narrante cavaliere,
sapevo di poter contare su di te, e che non ti saresti sottratto alla mia volontà.
Il tuo viaggio fin qui non è stato vano, come probabilmente avrai creduto fino a pochi attimi or sono.
L’antico piccolo ‘Allevamento Maggioni’ di maiali, che sorgeva qui, fu trasformato qualche anno fa in agriturismo e centro di formazione spirituale dal figlio del vecchio proprietario, un tipo un po’ superstizioso, ma soprattutto desideroso di aumentare il giro d’affari ai danni dei soliti babbei che si lasciano ingannare (e con quel certo dogmatico entusiasmo da iniziati) dalle teorie esoteriche più inverosimili e insensate, quantunque di moda.
L’idea gli venne da una vecchia pergamena, infilata in un collare applicato ad un maialino, che una ventina d’anni fa se ne andava vagando disperso per i campi, e che un buttero di passaggio si era premurato di portare in salvo (si fa per dire…) appunto presso il vicino allevamento.
Nella pergamena erano scritti questi versi:
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O mio buon signore
che mi darai la vita
o mio cattivo signore
che mi darai la morte
voglio affidare a te
dell’Uomo l’incerta sorte.
Fai accorrere gente
è questo che si vuole
ma soltanto gli audaci
che delle profezie della fine
nei calendari antichi
saranno i più seguaci.
Ricchezza ti porteranno
ma in cambio da te avranno
la sorte di incontrare
chi li vuole incoronare
salvatori e testimoni dell’Umanità
per tutto il tempo che sarà.
Rosinus Sus
Il vecchio Maggioni non si era curato molto della pergamena, anzi non ci aveva capito proprio niente; pensava fosse la burla di qualche ragazzo, ma per fortuna, anziché gettarla, l’aveva passata al figlio.
Anche lui non aveva capito molto, inizialmente, della profezia del maiale Rosino, ma ne era rimasto un po’ turbato, e ogni tanto ci ripensava.
Quando poi vennero alle sue orecchie quelle sciocchezze, oggi sempre più insistenti e diffuse, intorno al calendario Maya e alla fine del mondo che sarebbe prevista per il solstizio d’inverno del 2012, leggendo e rileggendo la seconda strofa della profezia, si lasciò suggestionare del tutto.
Così, allorchè il padre tre anni fa gli ha lasciato la conduzione dell’allevamento, lui ha deciso di trasformarlo nel luogo che hai, in parte, appena visto.
Ti starai chiedendo ora che cosa mai abbia a che vedere, con te e con la tua vita, tutta questa storia.
Ebbene non sarò io a rivelartelo: c’è chi ha oltre ottomila motivi, e ti assicuro tutti molto alti, molto puri e lievi, per farlo.
Cercalo, mio caro, forse lui ti sta già aspettando; so che anche questa volta ti lascerai guidare dalla mia volontà.
Il tuo preciso destino.”
Franz, calma.
Me lo sono ripetuto, come un mantra, da quel momento per tutto il viaggio di ritorno.
E appena a casa, ancor prima di riprendere ad analizzare quella missiva, e a dire il vero non esattamente con calma, ho telefonato a Max.
“Mmh”, mi ha risposto.
“Stavi dormendo? Sono Franz”.
“Mh”.
“Stavi dormendo.”
“Sì, ma fa niente. Allora?”
“Ho bisogno di vederti, così ti restituisco il navigatore e ti mostro una stranissima lettera. Ho bisogno della tua lucidità”.
“Mh”.
“Beh, non proprio di questa. Domani sera mi fai compagnia in mensa?”.
Quattro secondi di silenzio.
“Mh, domani… domani… va bene. Alle nove. Se non posso ti richiamo”.
“Ciao, grazie, e scusa”.
“Mh”.
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Martedì 29 settembre 2010
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Ieri sera, dunque, alle nove meno dieci ero già seduto in mensa, con il mio vassoio pieno davanti, incerto se infilzare con la forchetta l’invitante massa di tagliatelle al pomodoro, o aspettare per educazione l’arrivo dell’amico collega.
“Allora?”, ho sentito alle mie spalle.
Mi sono girato e ho visto il suo sorriso, sornione e rassicurante, sul faccione un po’ svagato.
“Dai, vecchio, siediti che ti racconto”.
E, quando ha appoggiato il suo vassoio e si è seduto, gli ho descritto, cercando di non lasciarmi prendere dall’ansia, l’evolversi della mia strana gita in Maremma del giorno prima.
E alla fine gli ho passato la lettera inviatami dal mio preciso destino.
“Uhm…”, mi fa, senza perdere il sorriso su quel faccione dalla barba trascurata.
“Cosa ne dici?”.
“Uhm…”, e continua a pensare, visibilmente compiaciuto e divertito.
Poi, d’improvviso, mi fa:
“Beh, mi sembra facile, l’indovinello, non dirmi che non ci sei già arrivato”.
“Ma veramente…” e ricambio il sorriso, in maniera disarmata.
“L’ho sempre detto che hai il cervello pigro, Franz. ‘Oltre ottomila motivi’. Poteva dire la stessa cosa in maniera più semplice. ‘Oltre ottomila’, chiaro o no? Poi, se non bastasse, ‘molto alti, puri, e lievi’, cioè a dire: altissimi, purissimi, levissimi”, e mi guarda.
“Maledizione, Messner !”, ribatto di colpo: “Reinhold Messner, il conquistatore di tutte le vette oltre gli ottomila metri, …e dell’acqua minerale!”
“Elementare, Watson. Mi pare che un altro bel capitolo si stia aprendo”.
“Dio santo, e chi lo contatta, quello là?”.
“Io no di sicuro, caro il mio narratore di cavalleria”, e si fa una sonora risata, da far voltare verso di noi tutti gli altri ospiti della mensa. Ferrovieri e non.
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Venerdì 1 ottobre 2010
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La settimana, che si avvia ormai al primo week-end di questo nuovo mese di ottobre, mi ha visto dunque impegnato, come logica vuole (se c’è una qualche logica in questa oscura vicenda), a cercare un contatto con il grande scalatore altoatesino.
L’aiuto che può dare Internet in questi casi è enorme.
Intanto ho chiarito le mie vaghe idee sul suo reale domicilio: mi sembrava di ricordare infatti che abitasse dentro un castello un po’ sperduto in una di quelle magnifiche valli.
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Vero fino a un certo punto: il Castel Juval, sopra il paese di Naturno in Val Venosta, risulta esere soltanto, secondo la maggior parte dei siti a lui dedicati, la sua residenza estiva, luglio e agosto. Una sola fonte, fra le varie che ho trovato, rivela invece dove abbia domicilio, insieme alla famiglia, per il resto dell’anno, cioè nella città di Merano.
Esiste poi un suo sito ufficiale, che, in onore al proprio suffisso ‘.de’, cioè Deutschland, è in sola lingua tedesca. In fondo alla home page, tuttavia, ho trovato una parola inequivocabile: ‘Kontakt’ e, cliccandoci sopra, mi si è aperta una finestrella con una piccola immagine (ci risiamo!) del castello, relativo indirizzo postale, numeri di telefono e fax, e infine indirizzo email (info@reinholdmessner.it), quest’ultimo, grazie al cielo, evidentemente svincolato da legami territoriali.
Ho deciso immediatamente, martedì scorso, proprio poco prima di rimetter le mani a questo diario, di scrivergli una brevissima email:
Egregio Signor Reinhold Messner,
qualcuno mi ha detto, e ho qualche ragione per credergli, che lei mi stia aspettando.
Mi limito a chiederLe, per ora, se la cosa sia vera o meno.
Distinti saluti.
Il cavalier narrante.
Da martedì, dunque, dopo l’invio, ho cominciato a consultare con nervosa frequenza la mia posta elettronica, nella speranza, o forse timore, di ricevere una risposta; più di una volta mi è capitato addirittura di deviare dai normali percorsi lavorativi con il taxi, per un salto a casa o in qualche internet-point: niente.
Stamattina, dunque, ho preso il coraggio a due mani, e, con quel poco che ormai restava della mia convinzione in questa assurda vicenda, ho telefonato al numero indicato nel sito ufficiale.
Mi ha risposto una segreteria telefonica in tedesco. Ho messo giù. Ho rifatto il numero a più riprese, poi, al quinto tentativo, vergognandomi alquanto di me stesso, ho balbettato: “Sono il cavalier narrante, cerco il signor Messner, lo pregherei di richiamarmi al seguente numero…”.
Sono ormai le cinque del pomeriggio; fra poco, per fortuna, comincia il mio turno di lavoro.
Guardo in cagnesco il telefonino, che continua a tacere.
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Sabato 2 ottobre 2010
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Oltre al mio indirizzo email principale, da molto tempo ne ho un secondo, che ho dedicato al blog (è quello indicato nella pagina di autopresentazione), nonché agli acquisti su ‘e-bay’, e ai pagamenti o incassi tramite ‘paypal’. Lo consulto quotidianamente, il più delle volte solo per ripulire la casella da tutto lo ‘spam’ e il ‘fishing’, cioè finti avvisi da parte di un’infinità di banche nazionali.
In questa settimana, però, a causa del mio interesse così monopolizzante per la vicenda che sto vivendo, l’avevo del tutto trascurato.
Oggi a mezzogiorno, quando mi son ricordato di riaprire la casella, come mi aspettavo l’ho trovata piuttosto nutrita di messaggi indesiderati di quel genere. Ho cliccato su ‘seleziona tutto’ ma, un attimo solo prima di dare il comando di cancellazione, gli occhi si sono soffermati su una riga che conteneva nel mittente, anzichè il nome di un’agenzia bancaria, una strana dicitura: ‘Nanga@Parbat.com’ .
Nuova improvvisa accelerazione delle pulsazioni cardiache, non appena mi è sovvenuto che il Nanga Parbat è uno degli ‘ottomila’ conquistati da Messner in arrampicata libera (anzi, come ho in seguito controllato, il primo di tutta la serie).
Quando poi ho aperto la lettera, scampata per un pelo a quella ecatombe, non ho potuto evitare un ulteriore tuffo al cuore, nel leggere:
“Caro amico,
voglio che ci diamo del tu, perchè il nostro preciso destino ci ha kollocato sulla stessa cordata.
Anche se questa volta il capocordata non sono io, ti aspetto per spiegarti di persona un po’ di cose, e magari farti qualke conoscenza.
Non cercarmi via mail o via telefono, per sicurezza preferisco non rispondere.
E poi credo che ti sia stato detto che ‘molte porte si apriranno davanti a te’.
Porte, non kaselle postali o telefoni.
A presto.”
Non mi ero ancora del tutto calmato, quando ho afferrato il telefonino e ho chiamato Max.
“Buongiorno!” mi fa, con una voce molto viva.
“Bene, questa volta non dormi. Ci sono novità”.
“Sono tutt’orecchi, chiamami Dumbo!”.
“Stammi a sentire, elefante, mi ha cercato”.
“Chi, l’altissimo, purissimo e levissimo?”
“Sì proprio lui. Mi ha scritto una mail, ma non nel mio indirizzo solito, in quell’altro”.
“Quale altro?”
“Lascia perdere, non ha importanza. Mi sta aspettando, vuole parlarmi. Credo che abiti a Merano”.
Non sento nessuna replica, ma avverto il consueto interesse divertito.
“Ascoltami, Max, è domani, vero, il tuo nuovo giorno di riposo?”
“Sì”.
“Io domattina parto e vado a cercarlo. Mi fai compagnia?”
“Così, sui due piedi?”, lo sento un po’ in difficoltà.
“Ci terrei molto”.
“Non lo so, Franz. Avevo un paio di impegni, non lo so… Te lo dico stasera”.
“Okay, grazie”.
“De nada, ciao”.
Dieci minuti fa il mio apparecchietto ha emesso d’improvviso la consueta musica per una chiamata in arrivo. Era lui.
“Dimmi Max”.
“Okay vengo, basta che non mi fai dormire in un castello”.
“Ah, sapevi anche tu del castello. Ma ci abita solo in estate. Comunque sei un amico, e vedrai che ce la caviamo in giornata”.
“Sì, sarebbe decisamente meglio”.
“Passo a prenderti alle otto, mi raccomando giacca a vento e scarpe pesanti. Ciao”.
“Ciao, a domani”.
E così, domattina, risveglio anticipato e, insieme alla Cavallona e al mio fido scudiero, eccoci pronti a ripartire.
Direzione: profondo Nord.
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(continua)
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