La profezia di Rosino (parte seconda)

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Ecco dunque che cosa ho letto in quel foglio:

“Mio narrante cavaliere,
sapevo di poter contare su di te, e che non ti saresti sottratto alla mia volontà.
Il tuo viaggio fin qui non è stato vano, come probabilmente avrai creduto fino a pochi attimi or sono.
L’antico piccolo ‘Allevamento Maggioni’ di maiali, che sorgeva qui, fu trasformato qualche anno fa in agriturismo e centro di formazione spirituale dal figlio del vecchio proprietario, un tipo un po’ superstizioso, ma soprattutto desideroso di aumentare il giro d’affari ai danni dei soliti babbei che si lasciano ingannare (e con quel certo dogmatico entusiasmo da iniziati) dalle teorie esoteriche più inverosimili e insensate, quantunque di moda.
L’idea gli venne da una vecchia pergamena, infilata in un collare applicato ad un maialino, che una ventina d’anni fa se ne andava vagando disperso per i campi, e che un buttero di passaggio si era premurato di portare in salvo (si fa per dire…) appunto presso il vicino allevamento.
Nella pergamena erano scritti questi versi:
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O mio buon signore
che mi darai la vita
o mio cattivo signore
che mi darai la morte
voglio affidare a te
dell’Uomo l’incerta sorte.

Fai accorrere gente
è questo che si vuole
ma soltanto gli audaci
che delle profezie della fine
nei calendari antichi
saranno i più seguaci.

Ricchezza ti porteranno
ma in cambio da te avranno
la sorte di incontrare
chi li vuole incoronare
salvatori e testimoni dell’Umanità
per tutto il tempo che sarà.

Rosinus Sus

Il vecchio Maggioni non si era curato molto della pergamena, anzi non ci aveva capito proprio niente; pensava fosse la burla di qualche ragazzo, ma per fortuna, anziché gettarla, l’aveva passata al figlio.
Anche lui non aveva capito molto, inizialmente, della profezia del maiale Rosino, ma ne era rimasto un po’ turbato, e ogni tanto ci ripensava.
Quando poi vennero alle sue orecchie quelle sciocchezze, oggi sempre più insistenti e diffuse, intorno al calendario Maya e alla fine del mondo che sarebbe prevista per il solstizio d’inverno del 2012, leggendo e rileggendo la seconda strofa della profezia, si lasciò suggestionare del tutto.
Così, allorchè il padre tre anni fa gli ha lasciato la conduzione dell’allevamento, lui ha deciso di trasformarlo nel luogo che hai, in parte, appena visto.
Ti starai chiedendo ora che cosa mai abbia a che vedere, con te e con la tua vita, tutta questa storia.
Ebbene non sarò io a rivelartelo: c’è chi ha oltre ottomila motivi, e ti assicuro tutti molto alti, molto puri e lievi, per farlo.
Cercalo, mio caro, forse lui ti sta già aspettando; so che anche questa volta ti lascerai guidare dalla mia volontà.
Il tuo preciso destino.”

Franz, calma.
Me lo sono ripetuto, come un mantra, da quel momento per tutto il viaggio di ritorno.
E appena a casa, ancor prima di riprendere ad analizzare quella missiva, e a dire il vero non esattamente con calma, ho telefonato a Max.
“Mmh”, mi ha risposto.
“Stavi dormendo? Sono Franz”.
“Mh”.
“Stavi dormendo.”
“Sì, ma fa niente. Allora?”
“Ho bisogno di vederti, così ti restituisco il navigatore e ti mostro una stranissima lettera. Ho bisogno della tua lucidità”.
“Mh”.
“Beh, non proprio di questa. Domani sera mi fai compagnia in mensa?”.
Quattro secondi di silenzio.
“Mh, domani… domani… va bene. Alle nove. Se non posso ti richiamo”.
“Ciao, grazie, e scusa”.
“Mh”.
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Martedì 29 settembre 2010
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Ieri sera, dunque, alle nove meno dieci ero già seduto in mensa, con il mio vassoio pieno davanti, incerto se infilzare con la forchetta l’invitante massa di tagliatelle al pomodoro, o aspettare per educazione l’arrivo dell’amico collega.
“Allora?”, ho sentito alle mie spalle.
Mi sono girato e ho visto il suo sorriso, sornione e rassicurante, sul faccione un po’ svagato.
“Dai, vecchio, siediti che ti racconto”.
E, quando ha appoggiato il suo vassoio e si è seduto, gli ho descritto, cercando di non lasciarmi prendere dall’ansia, l’evolversi della mia strana gita in Maremma del giorno prima.
E alla fine gli ho passato la lettera inviatami dal mio preciso destino.
“Uhm…”, mi fa, senza perdere il sorriso su quel faccione dalla barba trascurata.
“Cosa ne dici?”.
“Uhm…”, e continua a pensare, visibilmente compiaciuto e divertito.
Poi, d’improvviso, mi fa:
“Beh, mi sembra facile, l’indovinello, non dirmi che non ci sei già arrivato”.
“Ma veramente…” e ricambio il sorriso, in maniera disarmata.
“L’ho sempre detto che hai il cervello pigro, Franz. ‘Oltre ottomila motivi’. Poteva dire la stessa cosa in maniera più semplice. ‘Oltre ottomila’, chiaro o no? Poi, se non bastasse, ‘molto alti, puri, e lievi’, cioè a dire: altissimi, purissimi, levissimi”, e mi guarda.
“Maledizione, Messner !”, ribatto di colpo: “Reinhold Messner, il conquistatore di tutte le vette oltre gli ottomila metri, …e dell’acqua minerale!”
“Elementare, Watson. Mi pare che un altro bel capitolo si stia aprendo”.
“Dio santo, e chi lo contatta, quello là?”.
“Io no di sicuro, caro il mio narratore di cavalleria”, e si fa una sonora risata, da far voltare verso di noi tutti gli altri ospiti della mensa. Ferrovieri e non.
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Venerdì 1 ottobre 2010
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La settimana, che si avvia ormai al primo week-end di questo nuovo mese di ottobre, mi ha visto dunque impegnato, come logica vuole (se c’è una qualche logica in questa oscura vicenda), a cercare un contatto con il grande scalatore altoatesino.
L’aiuto che può dare Internet in questi casi è enorme.
Intanto ho chiarito le mie vaghe idee sul suo reale domicilio: mi sembrava di ricordare infatti che abitasse dentro un castello un po’ sperduto in una di quelle magnifiche valli.
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Vero fino a un certo punto: il Castel Juval, sopra il paese di Naturno in Val Venosta, risulta esere soltanto, secondo la maggior parte dei siti a lui dedicati, la sua residenza estiva, luglio e agosto. Una sola fonte, fra le varie che ho trovato, rivela invece dove abbia domicilio, insieme alla famiglia, per il resto dell’anno, cioè nella città di Merano.
Esiste poi un suo sito ufficiale, che, in onore al proprio suffisso ‘.de’, cioè Deutschland, è in sola lingua tedesca. In fondo alla home page, tuttavia, ho trovato una parola inequivocabile: ‘Kontakt’ e, cliccandoci sopra, mi si è aperta una finestrella con una piccola immagine (ci risiamo!) del castello, relativo indirizzo postale, numeri di telefono e fax, e infine indirizzo email (info@reinholdmessner.it), quest’ultimo, grazie al cielo, evidentemente svincolato da legami territoriali.
Ho deciso immediatamente, martedì scorso, proprio poco prima di rimetter le mani a questo diario, di scrivergli una brevissima email:

Egregio Signor Reinhold Messner,
qualcuno mi ha detto, e ho qualche ragione per credergli, che lei mi stia aspettando.
Mi limito a chiederLe, per ora, se la cosa sia vera o meno.
Distinti saluti.
Il cavalier narrante.

Da martedì, dunque, dopo l’invio, ho cominciato a consultare con nervosa frequenza la mia posta elettronica, nella speranza, o forse timore, di ricevere una risposta; più di una volta mi è capitato addirittura di deviare dai normali percorsi lavorativi con il taxi, per un salto a casa o in qualche internet-point: niente.
Stamattina, dunque, ho preso il coraggio a due mani, e, con quel poco che ormai restava della mia convinzione in questa assurda vicenda, ho telefonato al numero indicato nel sito ufficiale.
Mi ha risposto una segreteria telefonica in tedesco. Ho messo giù. Ho rifatto il numero a più riprese, poi, al quinto tentativo, vergognandomi alquanto di me stesso, ho balbettato: “Sono il cavalier narrante, cerco il signor Messner, lo pregherei di richiamarmi al seguente numero…”.
Sono ormai le cinque del pomeriggio; fra poco, per fortuna, comincia il mio turno di lavoro.
Guardo in cagnesco il telefonino, che continua a tacere.

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Sabato 2 ottobre 2010
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Oltre al mio indirizzo email principale, da molto tempo ne ho un secondo, che ho dedicato al blog (è quello indicato nella pagina di autopresentazione), nonché agli acquisti su ‘e-bay’, e ai pagamenti o incassi tramite ‘paypal’. Lo consulto quotidianamente, il più delle volte solo per ripulire la casella da tutto lo ‘spam’ e il ‘fishing’, cioè finti avvisi da parte di un’infinità di banche nazionali.
In questa settimana, però, a causa del mio interesse così monopolizzante per la vicenda che sto vivendo, l’avevo del tutto trascurato.
Oggi a mezzogiorno, quando mi son ricordato di riaprire la casella, come mi aspettavo l’ho trovata piuttosto nutrita di messaggi indesiderati di quel genere. Ho cliccato su ‘seleziona tutto’ ma, un attimo solo prima di dare il comando di cancellazione, gli occhi si sono soffermati su una riga che conteneva nel mittente, anzichè il nome di un’agenzia bancaria, una strana dicitura: ‘Nanga@Parbat.com’ .
Nuova improvvisa accelerazione delle pulsazioni cardiache, non appena mi è sovvenuto che il Nanga Parbat è uno degli ‘ottomila’ conquistati da Messner in arrampicata libera (anzi, come ho in seguito controllato, il primo di tutta la serie).
Quando poi ho aperto la lettera, scampata per un pelo a quella ecatombe, non ho potuto evitare un ulteriore tuffo al cuore, nel leggere:
“Caro amico,
voglio che ci diamo del tu, perchè il nostro preciso destino ci ha kollocato sulla stessa cordata.
Anche se questa volta il capocordata non sono io, ti aspetto per spiegarti di persona un po’ di cose, e magari farti qualke conoscenza.
Non cercarmi via mail o via telefono, per sicurezza preferisco non rispondere.
E poi credo che ti sia stato detto che ‘molte porte si apriranno davanti a te’.
Porte, non kaselle postali o telefoni.
A presto.”
Non mi ero ancora del tutto calmato, quando ho afferrato il telefonino e ho chiamato Max.
“Buongiorno!” mi fa, con una voce molto viva.
“Bene, questa volta non dormi. Ci sono novità”.
“Sono tutt’orecchi, chiamami Dumbo!”.
“Stammi a sentire, elefante, mi ha cercato”.
“Chi, l’altissimo, purissimo e levissimo?”
“Sì proprio lui. Mi ha scritto una mail, ma non nel mio indirizzo solito, in quell’altro”.
“Quale altro?”
“Lascia perdere, non ha importanza. Mi sta aspettando, vuole parlarmi. Credo che abiti a Merano”.
Non sento nessuna replica, ma avverto il consueto interesse divertito.
“Ascoltami, Max, è domani, vero, il tuo nuovo giorno di riposo?”
“Sì”.
“Io domattina parto e vado a cercarlo. Mi fai compagnia?”
“Così, sui due piedi?”, lo sento un po’ in difficoltà.
“Ci terrei molto”.
“Non lo so, Franz. Avevo un paio di impegni, non lo so… Te lo dico stasera”.
“Okay, grazie”.
“De nada, ciao”.

Dieci minuti fa il mio apparecchietto ha emesso d’improvviso la consueta musica per una chiamata in arrivo. Era lui.
“Dimmi Max”.
“Okay vengo, basta che non mi fai dormire in un castello”.
“Ah, sapevi anche tu del castello. Ma ci abita solo in estate. Comunque sei un amico, e vedrai che ce la caviamo in giornata”.
“Sì, sarebbe decisamente meglio”.
“Passo a prenderti alle otto, mi raccomando giacca a vento e scarpe pesanti. Ciao”.
“Ciao, a domani”.

E così, domattina, risveglio anticipato e, insieme alla Cavallona e al mio fido scudiero, eccoci pronti a ripartire.
Direzione: profondo Nord.
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(continua)
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La profezia di Rosino (parte prima)

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Giovedì 23 settembre 2010

Come ogni tanto per stanchezza mi succede, la notte scorsa, alla fine del turno di lavoro, avevo lasciato il telefonino chiuso dentro la Cavallona, in garage.
Dopo il risveglio, non appena un po’ presente a me stesso, e un minimo presentabile anche ai vicini che potessi eventualmente incontrare nel breve tragitto, ho cominciato dunque la mia giornata con il recupero dell’oggetto.
Con una leggera apprensione, non si sa mai di averlo invece smarrito, ho aperto il portone basculante dello stallo dove la Cavalla continuava il suo placido e grato riposo, ho illuminato l’ambiente, e cercato subito con gli occhi quell’incavo sul cruscotto dove lo tengo di solito.
Tutto sotto controllo, per fortuna: era ancora acceso, e nessuna chiamata o messaggio nuovo.
Nell’aprire la portiera, però, un altro oggetto, abbandonato sui sedili posteriori, ha catturato immediatamente la mia attenzione: una carpetta di cartoncino per documenti, color ocra, non sigillata.
Ecco, accidenti, succede sempre a fine servizio, quando poi diventa più difficile contattare il cliente distratto.
La curiosità mi ha fatto subito prendere in mano il leggero incartamento, e prima ancora di estrarne i due soli fogli che conteneva, una scritta, in bella evidenza sul cartoncino pieghevole, mi è arrivata come una stilettata al cuore ancora un po’ addormentato:

“Per il cavalier narrante“.

Semplice coincidenza, o la volontà, non priva di una dolce strizzata d’occhio, di fare avere proprio a me quei documenti?
Con curiosità moltiplicata, e cuore e attenzione molto più vigili, ho immediatamente aperto la carpettina.
Due fogli bianchi, con pochissime scritte.
Sul primo ho riconosciuto senza dubbio le coordinate geografiche identificative di una qualche località, informazione che i più sofisticati navigatori satellitari sono oggi in grado di trattare, in ingresso o in uscita.
Il secondo invece, con una grafia molto ricercata, conteneva questa breve frase:

“Molte porte si apriranno davanti a te, cavalier narrante,
se così ti presenterai“.
Firmato: “Il tuo preciso destino“.

Inutile dire che ho passato tutta questa giornata a rimuginare su quello stranissimo ritrovamento, incerto se dargli credito o meno finché, poco fa, ho preso la decisione di telefonare e chiedere aiuto al mio collega Max, dotato di uno di quei moderni attrezzi tecnologici.
Mi sono messo d’accordo con lui, che stasera, per le nove, mi ha promesso di farmi compagnia a cena, alla mia solita mensa dei ferrovieri.

Venerdì 24 settembre 2010

Un vero amico, Max.
Si è incuriosito e divertito alla mia vicenda e l’ha presa a cuore, al punto da promettermi di prestarmi il suo navigatore in occasione del suo prossimo giorno di riposo, cioé domani.
Ma non solo: insieme abbiamo cercato di individuare la località indicata da quelle coordinate; si tratta, se non ci siamo sbagliati, di una zona di campagna in provincia di Grosseto.
Poi, sapendo che di lui mi fido, o forse per il suo carattere molto incline ai voli di fantasia, mi ha sollecitato a tentare la spedizione, non sia mai che davvero “il mio preciso destino” mi stia aspettando da quelle parti.
Ed io, che talvolta sono una persiona impressionabile, mi sono lasciato convincere.
Domattina alle dieci passerò da lui, mi farò prestare il GPS, e partirò alla volta della Toscana.

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Domenica 27 settembre 2010

Una giornata memorabile, ieri.
Sarà quel che sarà, sia che davvero quest’episodio cambi radicalmente il corso della vita mia e non solo mia, come tremo di emozione al pensiero, sia che mi abbia permesso niente più di un’insolita esperienza fine a sè stessa, sono comunque contento di essermi fatto convincere ad affrontare una delle più strane gite della mia vita.
Ma andiamo con ordine.
La Bologna-Firenze, sempre pericolosa con tutte quelle curve, quei TIR scatenati e quegli autovelox in agguato; poi, verso Livorno e lungo l’Aurelia, le cose sono andate meglio, e la dolcezza del panorama della Toscana tutta, che si impone e si fa riconoscere da qualunque parti vi si addentri, ha confortato il mio veloce cammino.
Una pausa ad un area di servizio per un panino, quindi mi sono rimesso alla volontà di quella voce di donna sintetizzata che usciva dal piccolo navigatore.
Ed essa mi ha condotto per strade sempre più strette e meno trafficate, e in una campagna sempre più aperta e selvaggia; non mi sarei sorpreso ad incontrare qualche tradizionale ‘buttero’ a cavallo, ..che magari anche la Cavallona avrebbe gradito.
“Fra cento metri girare a destra”.
“Va bene, signorina!”.
La strada è asfaltata solo per un breve tratto, poi diventa bianca; il galoppo della Cavalla lascia dietro di sé una scia di fumo polveroso.
La ‘signorina’ tace per qualche chilometro, poi, finalmente, l’annuncio che più desideravo:
“Fra trecento metri si giungerà a destinazione”.
Sfido, penso fra me, la strada finisce, mentre la vocetta mi fa: “Destinazione raggiunta”.
Davanti a me una cancellata di legno grezzo, e una grande insegna:

“Maremma mayala“

con l’effigie di un bel maialino e, sullo sfondo, un modellino di piramide a scaloni, in stile Maya.
Sotto, più in piccolo, “Ranch, agriturismo, allevamento maiali” e, più piccolo ancora, “Suonare e presentarsi al citofono“.
Ho spento il motore, mi sono stiracchiato qualche secondo, ho ripassato la parola d’ordine, poi, non senza un po’ di batticuore, ho suonato al campanello.
Niente.
Ho tornato a suonare al campanello, e questa volta ho sentito attivarsi il citofono.
Mi aspettavo il canonico “Chi è?” per rispondere fiero: “Il cavalier narrante” e verificare così, cercando di non tradire civetteria, il funzionamento di quella mia privatissima password.
Con un misto di delusione e sollievo ho sentito invece lo scatto della serratura automatica che si sbloccava.
Sono entrato.
Un vialetto alberato mi ha condotto ad un grande spiazzo erboso, forse il primo di una serie, e lo spettacolo che mi si è presentato mi resterà a lungo davanti agli occhi.
Maiali, grandi e piccoli, in libertà, quasi tutti fermi a far la siesta e grufolare; e accanto a ciascuno di essi una o due persone, in prevalenza trentenni e quarantenni, ma anche più anziani, uomini e donne, tutti seduti nella classica posizione yoga del fiore di loto, e tutti vestiti con un semplice tunicone rosa unisex.
Gli sguardi concentrati sul corpo del suino prescelto per la contemplazione.
Una musica indiana, di sitar e pochi altri strumenti, diffusa su tutta l’area, a generare un incanto sufficiente a coprire la crudezza dei grugniti.
Un altro rumore artificiale, poi, proveniva da laggiù: quello del motore di una grande vasca idromassaggio, all’interno della quale si stavano rilassando in silenzio cinque o sei persone, non so se nude o in costume da bagno.
Un po’ sorpreso da questo scenario, ed estraneo ad esso nel mio abbigliamento, ho arrestato il mio cammino, un po’ per rispetto e un po’ perchè non sapevo dove dirigermi e a chi rivolgermi.
Finchè ho visto uscire da un sentiero in una boscaglia, ed entrare nello spiazzo, un personaggio che si distingueva nettamente.
Alto, studiato nel portamento, stempiato, la coda di cavallo sui capelli giallognoli, indossava un tunicone rosa diverso dagli altri, per alcuni raffinati ornamenti sui bordi, e camminava con passo lento e grave fra i suini e gli umani.
Ho provato a sorridergli da lontano, ma sembrava non curarsi di me; poi, quando si è venuto a trovare vicino, gli ho detto “Buongiorno”.
Immediatamente si è portato il dito indice davanti alle labbra, intimandomi il silenzio, e riempiendomi di ulteriore disagio.
Diversi minuti di tale situazione paralizzante, che mi sono sembrati ore, finchè finalmente è venuto a salvarmi un altro uomo, vestito in jeans, una camicia chiara con le maniche un po’ rimboccate, e un paio di sandali.
Mi ha fatto segno di entrare in una piccola costruzione sulla destra, il suo ufficio, probabilmente la reception.
Una faccia alla Vittorio Sgarbi, con tanto di grande ciuffo sale e pepe e vistoso paio d’occhiali neri, mi ha fatto accomodare davanti alla sua piccola scrivania, poi ha estratto un grosso registro e una biro.
“Nome di battesimo?”, mi fa, con tono neutro, di routine.
“Francesco, oppure Franz, oppure Cavalier narrante”.
Mi guarda con un sorriso un po’ beffardo, poi, senza perdere la calma:
“Avevo detto solo: nome di battesimo”.
“Ah, va bene, Francesco”.
“Segno zodiacale?”
“Sagittario”, e rinuncio ad aggiungere, come faccio altre volte, “ma non credo all’astrologia”: per carità, non è il caso nè il momento.
“Ascendente?”
“Non lo so”.
Non riesce ad evitare di fulminarmi con uno sguardo:
“Come non lo sa?”
“Non lo so”.
“Beh, allora mi dica data e orario di nascita”.
Quelli per fortuna li so, e glieli comunico.
“Bene, le faccio un’ultima domanda: conosce i nostri corsi di avviamento spirituali, o è venuto per curiosità, o magari alla ricerca di un agriturismo standard?”
Visto che la parola d’ordine non sembrava aver sortito effetti, cerco di uscire d’impaccio chiedendogli informazioni sui corsi.
“Bene”, mi risponde, “abbiamo un corso base per imparare a vedere l’aura dei maiali, poi uno per imparare il linguaggio degli angeli, e infine quello più elevato, un corso teorico-pratico di ufologia. Ha già frequentato corsi simili?”.
“No, mai”.
“Bene, c’è sempre una prima volta. Le lascio questo opuscolo: qui ci sono le informazioni principali, comprese quelle sui costi dei corsi e dell’alloggio a pensione completa”.
“Ah bene, la ringrazio, era proprio quello che cercavo, per ora”.
“Grazie a lei, Francesco. Mi raccomando, nell’uscire, faccia piano, non mi distragga i suini”.
“Farò il possibile”.
Con grande sollievo e passo felpato ma veloce mi avvio verso il vialetto di ingresso.
E’ andata male, penso fra me e me, nell’aprire e richiudermi dietro il grande cancello di legno, ed avviarmi verso l’auto parcheggiata lì vicino.
Poi contraggo d’improvviso le sopracciglia e stringo gli occhi: sotto il tergicristallo della Cavallona qualcuno ha inserito un’altra carpetta color ocra, del tutto uguale a quella ritrovata due giorni prima sul sedile.
E con scritte, in bella evidenza, le stesse parole un po’ ruffiane: “Per il cavalier narrante“.
Con il cuore palpitante mi ci sono avventato, l’ho aperta e ne ho estratto l’unico foglio che conteneva.
A differenza dell’altra volta, il messaggio era scritto molto fitto: lungo e circostanziato.
E non poco sconvolgente.
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(continua)
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L’immagine, poi rimossa, era elaborata dagli originali presenti nei siti: http://www.ricchezzavera.com/ e disegnomanga.ning.com

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Il dono del trans


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Mi appresto ad affrontare la classica ora morta, dalle dieci alle undici di sera, di un lunedì di maggio terribilmente tranquillo, indeciso se dedicare la mia attenzione alla radio o alla lettura.
Quando, inattesa e benedetta, sul piccolo videoterminale arriva una chiamata: ‘Via Belmeloro angolo San Leonardo’.
Evviva, si va.

Tempo un minuto o due, sono già in loco; luci di emergenza accese, motore spento, il silenzio avvolge quest’angolo di una città pigra nella notte.
Devono passare almeno altri tre minuti, ma finalmente vedo il mio nuovo ospite dirigersi verso la portiera posteriore destra.
Si tratta, senza ombra di dubbio, di un trans, la faccia oblunga inceronata, capigliatura vistosa, trucco volgare, una minigonna imbarazzante su due coscioni che potrebbe avere un ex-calciatore dedito ormai soprattutto alla birra.
“Ciao, amore”, mi fa, entrando.
Conosco lo stile e non mi scompongo: “Ciao bella, dove si va?”.
“Mmh, portami alla fiera, fra piazza Costituzione e viale Aldo Moro”.
“Okay”.

Per qualche minuto non attacca discorso, e la cosa mi fa solo piacere, visto che spesso si tratta di persone un po’ aggressive nella loro sotterranea disperazione; accompagna la musica della radio canticchiando senza parole a bassa voce.
L’atmosfera è piacevolmente quieta. Poi, a un certo punto, mi fa:
“Io e te ci conosciamo”.
“Può darsi”, ribatto, “ti avrò già trasportato altre volte”.
“No, no, ci conosciamo in un altro senso”.
“No, non credo proprio, sai. Un po’ perché il sesso a pagamento non mi piace, un po’ perché, se proprio dovessi scegliere, con tutto il mio rispetto, la merce che proponi non è proprio del mio genere”.
“Io dico che ci conosciamo”, fa.
Poi tace, maliziosamente, qualche secondo, prima di riprendere la parola:
“Mi è piaciuto, sai, Franz, l’ultimo post, quello sulla gioia”.
Un piccolo inatteso tuffo al cuore:
“Non mi dire che segui il mio blog e che mi hai riconosciuto”.
“Mmh, beh, non solo, non solo”.
“Come non solo?”.
“Ascoltami, blogger, fai una cosa: adesso accendi la luce interna e mi guardi attraverso lo specchietto, e vedrai che ho ragione, che ci conosciamo”.
Un po’ irritato da tanta confidenza, ma soprattutto sorpreso, eseguo l’ordine.

Il tuffo al cuore, questa volta, è molto più forte e quasi doloroso, quando scorgo le sembianze del suo viso completamente trasformate, in un volto di donna bello, sorridente benché un po’ austero, e che conosco bene.

Rimango senza parole.
“Avevo ragione, Francesco?”, mi chiede con una voce trasformata a sua volta, una voce profonda, limpida e dolce, mentre un sorriso furbo, sornione e complice, le illumina il bel viso.
“Fata Leonarda! Sapevo che saresti tornata…”, sussurro con un filo di voce.
“Sì, donna Arcobaleno mi ha detto di averti raccontato di me, là dai campi da golf. Scommetto che neanche le hai cercate, le palline magiche, o mi sbaglio?”.
“No, non ti sbagli”, e taccio, pensoso e turbato, rallentando l’andatura.
“La vogliamo spegnere, questa luce, per favore?”, mi fa con quel tono burbero che pure riconosco, e che mi dà un’utile scossa.
“Certo, certo”, dopodiché do un’altra occhiata allo specchietto e la vedo trasformata nuovamente nel trans.
Ma la voce è ancora quella della mia fata protettrice:
“Sono tornata. E spero, ora, di non combinare più dei guai.”
Tace, anche lei pensosa, poi aggiunge:
“Sono stata più di un anno ad ascoltare i miei maestri del fiume, in una foresta dell’Europa lontana da qui, ma forse neanche tanto.
Sai, quando il tuo taxi ha un malfunzionamento, lo porti in officina e il giorno dopo è già in ordine; i malfunzionamenti di una fata sono molto più lunghi e difficili da riparare. Serve tanta dedizione, ascolto, un lungo, quotidiano colloquio di parole e silenzi che si instaura con la natura circostante e con i miei maestri che vivono là”.
Ascolto, trasecolato.
“Poi”, soggiunge, “un giorno si sente una voce interiore che ti dice che è ora di rimettersi in cammino, che si possono, si devono riprendere le missioni impresse a fuoco sul copione della tua vita, ed è molto urgente farlo. I maestri lo sanno da prima di te e non fanno niente per fermarti, anzi, se tardassi, sarebbero loro a mandarti via”.
“E quando sei tornata? E come vanno adesso le tue missioni?”
“Ah, tutta un’altra musica, grazie al cielo. Sento una leggerezza che prima non conoscevo, e riesco finalmente a portare il mio contributo con una facilità sorprendente”.
Le sue parole, ma soprattutto la sua voce, mi inebria, mi incanta, mentre riprende ancora:
“In realtà è già un po’ che sono tornata, ma il debito che avevo con te, per quanto grande, non era dei più urgenti, e così ho voluto un po’ metterti alla prova, a vedere come ti barcamenavi senza il mio aiuto”.
Riesco a ritrovare tutto il mio controllo, e ribatto:
“Tutto sommato la mia vita procede bene, amica mia, magari un po’ sotto coperta, come dire, un po’ in fase di prudente basso profilo… Ma che tu abbia un debito nei miei confronti mi lascia quanto meno perplesso”, e mi sento investito da forti vibrazioni affettive, e la commozione farsi strada in me.
“Sì, lo so. Ho voluto anche rispettare un po’ la tua scelta, aspettando. Ma ora, dopo quelle tue considerazioni sulla gioia, ho capito che era giunto il momento di farmi viva, ed avvertirti che presto si riprende a ballare la rumba”.
“Oh mio Dio, è proprio necessario ?”
“Sì”.
La risposta è secca, decisa, non ammette replica.
“La cosa più difficile, poi, sarà parlarne col tuo vecchio amico Andrea, quello che dice di averti visto sereno solo nei tuoi periodi da singolo”, mi fa sorridendo.
“Ah, sai anche questo…”, le dico sorridendo a mia volta, ma un po’ appesantito da quelle rivelazioni, che mi fanno pensare di essere alle porte di nuove vicende di cuore, di un nuovo incontro importante, quando meno me l’aspettavo e desideravo.
“Opperbacco, una Fata che si rispetti deve sempre prendere le dovute informazioni…”

Il silenzio sottolinea il senso di pesantezza, soprattutto nel mio respiro, che ora avverto.
Sento che lei, tranquillamente, tace e ascolta.
Poi mi fa:
“Beh, visto che stiamo arrivando, ti posso dare una piccola anticipazione. Guarda adesso, nello specchietto”.
Immediatamente rivolgo lo sguardo nel piccolo rettangolo oblungo di vetro sopra la mia testa.
Sulle prime è tutto buio.
Poi piano piano compaiono fioche luci, all’interno del cortile di un vecchio palazzo del centro.
Due persone sono abbracciate strette strette, e quello, sì, sono io, e lei è bellissima, e ci stringiamo le mani, e poi ancora ci guardiamo negli occhi, che brillano della luce più intensa, e poi sorridiamo e ridiamo, e ci sembra di tornare bambini, e non ci stanchiamo di guardarci inebriati dell’incredibile corto circuito di sensazioni che ci percorre e ci unisce, come mai abbiamo sperimentato in vita nostra, e non ci stanchiamo di prometterci eterno amore…
Resto incantato; no, non è possibile che quello sia io.
“Che te ne pare?” mi fa Leonarda, ancora con quell’espressione un po’ sorniona nella voce.
“Sono stupefatto, mi sembra impossibile…”.
“Mah, ho fatto del mio meglio, e a volte l’impossibile si può un po’, come dire, piegare…”, e nella voce ha ancora un sorriso che mi parla di gioia profonda.
“Sempre che”, aggiunge, “non ti tiri indietro e preferisca rifiutare questo regalo, ma non credo che ti convenga”.
“Non lo so, amica mia buona, non lo so…”
“Vedremo”, fa lei. “E adesso accosta che siamo arrivati”.

Eseguo docilmente; dal vicino posteggio un collega osserva la scena, quella di un trans che regola con me i conti, e che nell’uscire, a voce alta e sgarbatamente sensuale, mi fa: “E visto che ti è piaciuto, amore, quando vuoi tornare con me hai il mio numero.”

Scorgo il mio collega ridere sotto i baffi; io arrossisco e vorrei sprofondare.
Ma definitivamente.
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L’immagine iniziale, poi rimossa, era tratta da http://ilsatirosaggio.com/?p=207

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