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Non passo notti disperate
su quel che ho fatto o quel che ho avuto:
le cose andate sono andate
ed ho per unico rimorso le occasioni che ho perduto.
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Non so se qualcuno ricorderà questi versi; sono tratti dalla ‘Canzone delle osterie di fuori porta‘ di Francesco Guccini, composta all’inizio degli anni ’70, (mentre, di anni di poco successivi, è la ‘Canzone di notte N.2‘ da cui ho tratto il titolo del post).
L’altra sera, prima di mezzanotte, a telefonare al numero del radiotaxi, è un’osteria di dentro porta; la chiamata, trascritta da una centralinista, viene inoltrata dal sistema satellitare fino al videoterminale posto accanto al cruscotto della Cavallona, sul quale compare il nome del locale, l’indirizzo e una nota aggiuntiva.
Non l’avevo mai sentito prima, deve avere aperto da pochi giorni; l’indirizzo però è privo del numero civico, e la nota chiarificatrice, scritta con evidente fretta dalla centralinista, non chiarifica un bel niente, perchè dice “angolo…” e poi ripete la stessa via dell’indirizzo.
Già stressato da altri passaggi difficoltosi per le strette strade del centro, sempre sotto l’assedio di enormi auto parcheggiate, e di bici e pedoni vaganti e barcollanti, percorro adagio tutta la via, mentre dagli specchietti i fari di un’altra vettura mi danno la fastidiosa, soffocante sensazione di essere di intralcio.
Giunto invano fino alla fine della strada, decido di tentare un secondo passaggio, riportandomici all’inizio con un itinerario ad U.
E questa volta, proprio all’inizio, sulla destra, vedo un tipo sporgersi dal portico, la faccia quadrata un po’ irrigidita in un’espressione contrariata.
“Era lei anche prima, vero?”
“Certo, vuole vedere che indirizzo mi han comunicato?” gli dico col tono di chi accetta una sfida.
“Ecco, tutte le volte è così”, si scalda, “lo dico sempre al centralino che è il locale all’angolo, ma voi passate davanti e tirate dritto”.
Scontrosetto, capisco subito che dev’essere irritato dalla mancanza di notorietà del suo locale, della sua bella creatura.
“Beh, l’importante è che alla fine l’abbia trovato”, ribatto.
Non si calma, anzi sembra scaldarsi ancora di più; guarda il tassametro e poi mi fa: “Io quella cifra di inizio non la accetto, chiaro?”
“Guardi che è la stessa identica cifra del giro precedente; in avvicinamento il tassametro dopo un po’ si blocca”, e comincio a scaldarmi anch’io.
“No, non se ne parla neanche, io quella cifra non la accetto, capito?”.
“Allora sa cosa le dico, che me ne vado.
E spero di non vederla mai più !”
“Anch’io !” sento che mi apostrofa sprizzando rabbia, mentre riparto con decisione, rialzando i vetri, prima di urlare, di lì a poco, un “Vaffanculo!” solo parzialmente liberatorio.
Forse un giorno imparerò a vivere episodi come questo, purtroppo all’ordine del giorno, con un sorriso ironico o una risata; per ora accuso il colpo, ogni volta.
Ed è in questa condizione di agitazione nervosa che, quasi immediatamente, ricevo un’altra chiamata, se non altro a limitare i danni in quanto al tempo perso.
Ripenserò solo a posteriori come quel brutto episodio abbia poi connotato una delle chiamate più memorabili della mia carriera, nel bene, permettendomi di riceverla proprio in quel momento; nel male, facendomi trovare non esattamente rilassato a un simile appuntamento.
Questa volta l’indirizzo è chiaro, e la zona fin troppo nota, a due passi dalla mia vecchia abitazione.
Un piccolo gruppo di persone già in attesa mi fa segno di fermarmi e di aspettare, giusto il tempo dei riti di congedo nei confronti di chi salirà davvero sul taxi.
Lo guardo, un personaggio di una certa imponenza; caspita mi sembra proprio lui.
Comunque, se c’erano dubbi, è lui stesso a fugarli, quando, appena entrato, con studiata disinvoltura, mi fa: “Via Paolo Fabbri, quarantatré”.
Credo si tratti di un caso unico nella storia dell’arte popolare, che un autore famoso abbia rivelato il proprio indirizzo cittadino nel titolo di un’opera, addirittura di una raccolta, cosa che Guccini fece, nell’omonimo disco, in anni contigui a quelli della canzone che ho citato prima.
E così, preso da una sorta di sacro furore, posso dichiarargli subito la mia devozione:
“Sono molto, molto onorato di portarla”.
“Ah grazie”, fa lui con semplicità.
Tornerò a più e più riprese ad analizzare, poi, ogni attimo, ogni frase, tonalità, espressione, da me usate nei pochi minuti di quel breve tragitto cittadino, e ognuna delle sue, in un esercizio di spietato ripensamento che, ogni volta, mi lascerà un residuo senso di dolorosa inadeguatezza.
Lo stesso che proverò ora, nel raccontare, magari con qualche valenza psicoanalitica, gli spezzoni di conversazione di uno straordinario incontro, con uno degli artisti viventi che ha in qualche modo contribuito a forgiare, in anni ormai lontani, la mia sensibilità di uomo, di persona matura. E il cui valore artistico, oltre che umano, ho più volte riconsiderato anche recentemente, anche scrivendone sul blog.
Ed è proprio questo il primo argomento che sento sgorgare, sempre in balia di quella specie di frenesia adulatoria:
“Sa, parlo spesso di lei nel mio blog”.
“Ah… lei ha un blog?” rilancia, con tono decisamente più rilassato, discorsivo.
Sarebbe il momento di parlargli un po’ di me, mi ci sta invitando, ma non trovo di meglio che chiudermi in una ritrosa, timida, modestia:
“Sì, un piccolo blog”, dico minimizzando decisamente. E chiudendo quel discorso.
“E poi”, riprendo, “sono uno dei suoi fan più antichi, fin da quando mio fratello maggiore portò a casa il ‘Folk-beat numero uno’ “.
Chissà, ripenserò poi, magari il titolo di quel suo primo disco, della fine anni ’60, va pronunciato all’inglese, “number one”.
Lui fa un piccolo cenno di assenso, forse un po’ spiazzato da tanta prorompente professione di ammirazione da parte di questo strano tassista bolognese.
“E riuscii anche a venire un paio di volte all’Osteria delle Dame, prima che scoppiasse per il troppo pubblico. Mi ricordo che allora si poteva fumare, e lei, presentando ‘Il vecchio e il bambino’, fece una battuta sulla canzone ecologica, mentre tutta la gente tossiva”.
L’episodio in sé non sembra animarlo particolarmente, se non nella considerazione del tempo passato.
“Chissà che anno era?”, mi fa.
“Ma, doveva essere il ’72 o il ’73, giù di lì, ero al liceo”.
“E’ passato in fretta, tutto questo tempo…”.
“Eh sì…” ribatto io, lasciando per la prima volta un minimo di respiro alla conversazione.
Ci sarebbe da meditare, da assaporare questa nuova strana notte, tanti anni dopo quelle, interminabili, assolute, da lui vissute e cantate (“Eppure fa piacere a sera, andarsene per strade ed osterie, vino e malinconie“), ora che un taxi, con me alla guida, lo riporta in via Paolo Fabbri in un orario decisamente più anticipato che “in quei tempi là”; da quando si è ritirato in paese, sull’Appennino tosco-emiliano, ha assunto ormai evidenti ritmi di vita montanari.
Effettivamente sorpreso di ritrovarlo per le strade della città, gli chiedo: “E’ tornato qui a Bologna, sul posto del delitto, non è a Pàvana?”.
“No, no, ci abito, a Pàvana”, mi fa. Come se non lo sapessi.
Poi, ancora un pensiero si fa strada in me:
“Ho saputo del suo concerto in piazza a Modena, a fine giugno; verrò di sicuro a sentirla”.
“Eh, mi ci hanno incastrato”, fa, con un pizzico di civetteria.
“Non è che comincerà il concerto con ‘Piccola città‘ “, gli dico, alludendo evidentemente al testo non esattamente gentile nei confronti di Modena (cioé di quella ‘piccola città, bastardo posto’ dei suoi ‘primi giorni della scuola’, e poi della ‘pubertà infelice’, e poi della ‘sciocca adolescenza’).
“No, no, comunque la canterò”.
Siamo già in via Massarenti, accanto all’area dell’Ospedale Sant’Orsola, e questa volta è lui a prendere la parola; mi chiede notizie su quel tombino da cui esce sempre una nuvola di fumo.
“L’hanno appena aggiustato”, gli spiego.
“Sa mica da cosa dipendeva?”
“Sì,” rispondo con sicurezza, “era una perdita alla condotta del teleriscaldamento per l’Ospedale. Lo sa che su Facebook è nata una pagina, ‘Il tombino fumante di via Massarenti’, con più di quindicimila iscritti, e tutti si sono scatenati nelle teorie più strampalate…”.
“Ah”, risponde un tantino divertito, poi riprende un tema a lui notoriamente caro, quello dell’America: “Sembrava un po’ di stare a New York…”.
Imbocco via della Cesoia, che col suo angolo retto ci immette in via Paolo Fabbri.
Di lì a poco mi indica a che altezza fermarmi; non ce ne sarebbe bisogno, conosco bene quella casa, ricordo anzi che una volta, sempre di notte, due ragazzi meridionali in visita a Bologna mi avevano chiesto di portarli là, quasi in pellegrinaggio votivo.
Non ho particolari tentennamenti, nel chiedergli l’importo dovuto come si trattasse di un qualsiasi cliente.
Mi paga e mi dice di lasciar stare gli spiccioli di resto, poi apre la portiera.
“Posso darle la mano?” gli chiedo.
“Certo”, e me la allunga.
Ci scambiamo una forte stretta, mentre lo saluto dicendogli, con decisione e trasporto:
“Le auguro tante, tante cose belle!”
“Grazie…”; mostra di gradire sul serio, poi si avvia ad aprire il portoncino ed io riparto.
E comincia immediatamente in me un lunghissimo lavorio interiore, il subbuglio dei tanti ripensamenti.
Se volevo davvero colpirlo, avrei potuto citare ‘Le belle domeniche’, quel suo pezzo vecchissimo e rarissimo di cui ho parlato recentemente sul blog.
Oppure il primo titolo della ‘Canzone delle osterie di fuori porta’, che presentò in anteprima all’Osteria delle dame come ‘La canzone della dolce rinuncia’.
O ancora avrei potuto parlargli di quella specie di sua recente biografia in forma di intervista che lessi due estati fa.
Ma soprattutto, concluderò alla fine di tutti i ripensamenti, avrei potuto, dovuto, essere più calmo, più me stesso, e tentare una conversazione non così sbilanciata, ma piuttosto fra due persone vive, che, indipendentemente dal differente passato e dalla differente notorietà, si ritrovano casuali compagni di strada, in una vecchia città un po’ stranita.
In una notte come un’altra del terzo millennio.
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L’immagine iniziale, poi rimossa, era tratta da: http://www.sambenedettoggi.it/2007/04/23/36390/tango-e-gli-altri-guccini-e-machiavelli-presentano-il-loro-ultimo-libro/




