Segnali

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Dall’orizzonte internazionale giungono indicazioni molto inquietanti sul prossimo futuro: lo sconvolgimento climatico procede più rapido delle peggiori previsioni (vedi qui), mentre lo stesso avviene per un altro tipo di surriscaldamento, che appare ugualmente inarrestabile: quello delle strategie espansionistiche militari e delle guerre in corso o incombenti, soprattutto nel vicino Oriente (vedi qui).
Se poi restringiamo il campo d’interesse all’orizzonte nazionale, un po’ di informazione vera, non filtrata dalla più corrotta classe giornalistica d’Europa, ci mostra un Paese strangolato dalle politiche di un governo che ha come missione più urgente salvare Francia e Germania dalle sabbie mobili del nostro debito pubblico (tramite la massiccia vendita dei relativi titoli in loro possesso alle nostre banche), un debito che è un mostro che non smette di aumentare, e che comunque continuerà, di pari passo con il fallimento di migliaia di imprese, a ingoiarsi una dopo l’altra le conquiste di giustizia, civiltà e benessere del secolo scorso; il tutto mentre le istituzioni locali e i partiti politici stanno franando con l’emergere di una sistematica corruzione, arrogante quasi come l’ineffabile ministra Elsa Fornero.

E’ un quadro assai demoralizzante, e proprio per questo mi limito solo ai precedenti accenni e link: l’esperienza insegna che la realtà si presenta sempre molto composita, e che motivi di speranza e di pervicacia nell’impegno convivono sempre con quelli di desolazione; non solo, ma che dare rilievo e diffusione ai primi, pur senza nascondersi il quadro complessivo e le relative minacce, è molto più utile e salutare.
Credo che la pensi così anche il giornalista Daniel Tarozzi, che è partito con un camper alla ricerca del sottobosco positivo, propositivo, creativo, di un’ Italia che cambia (vedi qui) e che, in attesa di raccogliere le sue esperienze in un libro, sta documentando le sue sorprendenti scoperte in un blog (vedi qui) collegato al sito del ‘Fatto quotidiano on line’.

L’Italia che cambia. Forse è proprio così; possiamo, dobbiamo crederci?
Anche in questo caso ci si può lasciar sopraffare da scene di desolazione, come la frenesia collettiva per un nuovo modello di videotelefono portatile, come l’apparente reazione di rassegnazione popolare a un governo di aristocratici che ci sta massacrando e privando del futuro, e di esacerbata depressione e disperazione, e  aggressività e furore omicida nascosti fra le mura di casa, e di ripiegamento davanti a macchinette da videogioco a gettoni, o a vacue cronache sportive e stupida cultura di tifo per la squadra del cuore, o agli ultimi sviluppi della telenovela o del talent-show di grido, e soprattutto ci si può chiedere sconfortati perché non ci sia una sana reazione di piazza, come avviene in Paesi vicini.
Ci sta provando il sindacalista Giorgio Cremaschi, alla guida di un insieme di movimenti che hanno aderito al ‘No-Monti day‘, sabato prossimo 27 ottobre, con manifestazione a Roma (corteo da Piazza della Repubblica, ore 14.30, a Piazza San Giovanni).
E’ un’iniziativa giusta e sacrosanta (e avrei deciso di parteciparvi anch’io, se non stessi attraversando, come ho più volte accennato, un periodo di grande concentrazione sul lavoro e costante economia di tempo e denaro, a causa di una raffica di tasse e spese straordinarie); e spero che faccia abbastanza clamore, senza che sia funestata dalle violenze che strangolarono quella similare di un anno fa, il 15 ottobre 2011, che pure aveva visto un imponente afflusso di persone e gruppi organizzati. Non credo francamente che si ripeteranno quegli scenari di guerriglia, ma allo stesso modo non mi pare di cogliere in Rete i segni di un particolare fermento intorno all’iniziativa (come era avvenuto invece in diversi altri casi: No-Berlusconi day, Se non ora quando, referendum); mi sembra che lo stesso Cremaschi sia dubbioso sugli esiti della sua campagna, visto che pochi giorni fa ha pubblicato un articolo in cui lamenta il boicottaggio della stampa intorno ad essa (vedi qui).

L’Italia che cambia. Spero di sbagliarmi, ma potrebbe essere che alla fine del ‘No-Monti day’ sia proprio il dubbio su questa affermazione, più o meno confessato, a imporsi alla coscienza critica di chi non si vuol dare per vinto.
Eppure io penso che sia proprio così e che il lavoro di Daniel Tarozzi sia tutt’altro che peregrino.
Non so spiegare le dinamiche che hanno impedito finora lo svilupparsi di un movimento indignato, anzi furibondo, di rivolta massiccia: forse solo un giorno futuro saranno evidenti; ma osservo i sondaggi che danno la fiducia in Mario Monti in costante calo (da quell’assurdo settantuno per cento di quasi un anno fa, a inizio legislatura, all’attuale trentasette per cento, vedi qui), e soprattutto osservo un altro fenomeno, che, quello sì (ormai ho imparato ad annusarli in modo inequivocabile), ha tutti i connotati di un imminente evento esplosivo.

Sto parlando della campagna elettorale condotta da Beppe Grillo in Sicilia per le elezioni regionali, che vi si svolgeranno proprio il giorno dopo, domenica prossima 28 ottobre. I resoconti scritti e le riprese dirette o registrate dei numerosissimi comizi quotidiani, davanti a piazze incredibilmente gremite, testimoniano un’attenzione popolare di massa davvero sorprendente, che scalda il cuore e la fantasia e la speranza di chi come me ha sempre fondamentalmente creduto nella proposta politica di zio Beppe e dei suoi giovani a cinque stelle. Mi sento facile profeta di un risultato elettorale straordinario, che sconvolgerà gli apparati di potere nazionali probabilmente più di qualsiasi piazza indignata, perché il successo della campagna di Sicilia costituirà una minaccia gravissima e intollerabile per loro, ma anche per i loro emissari europei ed internazionali, in vista delle prossime elezioni politiche.
Nel post pubblicato poche ore fa nel suo blog, Grillo si appella ai Siciliani emigrati in tutto il mondo, perchè si facciano tramite di propaganda verso le loro famiglie nell’isola. Termino questo mio scritto lasciando a lui la parola, con questo link al post in oggetto, e questo breve estratto:

Potete fare molto, cambiare tutto perché, almeno una una volta nella Storia, tutto cambi veramente. I treni del vero cambiamento passano poche volte nella vita, uno di questi rarissimi treni sta percorrendo in questi giorni la Sicilia, da Messina a Palermo, da Termini Imerese a Cefalù. Lo vedi, il passaggio del treno, negli sguardi dei ragazzi siciliani che credono finalmente nella possibilità di creare sviluppo e ricchezza nella loro isola senza dover emigrare, lo vedi nel pianto di alcuni vecchi che mi hanno abbracciato come se fossi un loro figlio e nelle piazze piene all’inverosimile in cui si è accesa una speranza di buon governo, di futuro e di libertà dai ricatti dei capibastone.
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Immagini da:
http://dentroilweb.myblog.it/archive/2012/01/11/susanna-tamaro-cara-mathilda-lettere-a-un-amica.html
http://www.beppegrillo.it/2012/10/ad_alcamo_non_c.html

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Novantotto per cento vegan

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C’è un’azione quotidiana, nella nostra vita, che più di ogni altra ha ripercussioni sia sull’organizzazione della compagine umana, sia sulla salute dell’ambiente, sia sulla nostra stessa salute: alimentarsi.
Gran parte di noi ha un atteggiamento fondamentalmente passivo, riguardo alle scelte alimentari, in quanto non abbastanza consapevole di tali ripercussioni, e dunque si rende corresponsabile di ingiustizie planetarie (fame, sete, guerra, malattia, dolore, morte), dello sconvolgimento ambientale che minaccia in tempi brevi l’estinzione non solo di molte specie animali, ma anche di quella umana, e infine dei propri disturbi di salute.
Ovvero, per vederla in positivo, non è consapevole delle straordinarie potenzialità di cambiamento rappresentate proprio da tale essenziale e fisiologica abitudine.

Tutte le affermazioni e considerazioni di questo scritto sono frutto del mio personale cammino di consapevolezza, informazione ed esperienza su me stesso, e, a parte poche eccezioni, non sono suffragate da link ad altre voci ispiratrici o consonanti, sia per mancanza di tempo, sia perché mi interessa soprattutto sollecitare, stimolare, suggestionare, provocare, magari, se mi riuscisse, anche in maniera forte: l’apparente arbitrarietà delle mie espressioni potrà, facilmente, essere messa al vaglio tramite le ricchissime possibilità di approfondimento offerte da internet su questi argomenti.
Tutte le “buone pratiche” (così dette in campo soprattutto ecologico), hanno un impatto certamente trascurabile se applicate da un singolo individuo, ma assumono rilevanza nella diffusione collettiva; è per questo che sto scrivendo queste righe, anche in contrapposizione a un atteggiamento molto morbido che tendo ad avere nella vita associata, dato che non amo mostrarmi come una bestia rara, nè, caratterialmente, contraddire, polemizzare, contrastare il punto di vista altrui. Peraltro la disciplina alimentare che mi sono dato è sì piuttosto stretta e lontana dai modelli correnti, ma non è intransigente e lascia spazio a deroghe e concessioni, in qualche raro caso affrontate in ambito individuale, più frequentemente nelle occasioni condivise, come una cena o una vacanza in compagnia.
Questo atteggiamento mi rende indubbiamente più umano e simpatico rispetto a certi veri e propri bacchettoni del vegetarianesimo, senza d’altra parte sminuire il valore individuale complessivo della mia scelta, che in fondo non cambia se applicata il novantotto per cento delle volte anziché il cento per cento, ma è pur vero che finisce per nascondere agli altri, insieme al mio esempio, l’urgenza di affrontare un cambiamento in nome della consapevolezza di cui parlavo, ostacolando dunque così proprio il principio della diffusione. Come dicevo, cerco di ovviare a tale limite con questo scritto, in cui mostrerò senza titubanze le mie rinunce e conquiste dietetiche.

Un tempo non lontano consideravo i vegetariani, e a maggior ragione i vegani, alla stregua dei seguaci un po’ fanatici di qualche strana setta; non avrei certo immaginato di scegliere anch’io quella strada di apparente rinuncia, resa nel mio caso ancor più stretta da ulteriori regole, come spiegherò più sotto. L’informazione, e l’approccio graduale su me stesso, anche per tentativi ed errori, mi hanno portato all’attuale regime, che come ogni cosa è ancora migliorabile, ma sul quale non mi sogno neanche di retrocedere, tanto lampanti sono ai miei occhi le relative premesse, implicazioni, e ricadute positive, quanto meno sulla mia salute. Da oltre un anno sono scomparsi dalla mia vita influenze, frequenti raffreddori con sinusite, fenomeni allergici; raggiungo livelli di sonno profondo che non conoscevo; il tono vitale e la gioia di vivere, compresa quella di mangiar bene, sono aumentati (pure in presenza di contrattempi a raffica come lo scorso settembre…). E nello stesso tempo ho la percezione di aver compreso il devastante inganno della produzione industriale e della grande distribuzione, che sacrificano sistematicamente, strutturalmente, ovviamente, la salute degli individui (e del loro ambiente globale) all’unico criterio che le sostengono, cioè il profitto economico immediato. Chi si interessa un po’ a quello che succede
negli allevamenti per la produzione di carne, o del latte, o delle uova, scoprirà cose raccapriccianti, e cambierà atteggiamento di fronte a cibi ritenuti da sempre indispensabili, solo per abitudine appresa e condivisa, nonché per la facilità di trovarli, ben confezionati e in grande abbondanza, al supermercato.
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Le considerazioni salutistiche, tuttavia, così come quelle di lotta alla crudeltà verso gli animali, sono state per me solo un prezioso corollario e arricchimento concettuale, rispetto a un cambiamento di abitudini alimentari dettato in prima battuta dalle sole considerazioni ecologiche e sociali.
L’impatto ambientale degli allevamenti è infatti un lusso insostenibile, per quanto riguarda sia il consumo di risorse primarie (alimenti per gli animali, forza motrice, dunque elettricità e petrolio, ma soprattutto acqua), sia le emissioni di Anidride Carbonica ed altri gas, dalle quali deriva l’effetto serra e lo sconvolgimento climatico, emissioni di cui gli allevamenti sono il principale artefice.
Il nutrimento vegetale e l’acqua che si sacrificano in grande quantità per la crescita degli animali da macellare, per l’alimentazione nei Paesi ricchi, sono tolti dalle bocche di quasi un miliardo di persone che soffrono la fame e la sete: la Terra ha sufficienti risorse alimentari per sfamare un’umanità sempre più numerosa, non altrettanto se indirettamente destinate all’alimentazione carnivora.

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La scelta vegana, cioè il passaggio dall’abolizione della sola carne a quella di tutti i cibi di origine animale (pesce, latte e derivati, uova e derivati), è avvenuta per me come logica conseguenza delle scelte iniziali, e il conforto di tutte le motivazioni (salutistiche, politiche, animaliste) consonanti con quella fondamentale, di carattere ambientalista.
Ed è in omaggio a quest’ultima e primaria motivazione, che, come accennavo prima, ho reso ancor più stretto il repertorio dei cibi a mia disposizione, scegliendo di evitare quelli provenienti dall’estero, sia come materie prime sia come produzione. La logica del chilometro-zero, cioè di cibi che non abbiano comportato viaggi e relativo consumo di petrolio e inquinamento ambientale, è purtroppo al momento irrealizzabile, ma quello dei confini nazionali mi è sembrato un buon compromesso.
Che tuttavia significa rinunciare, ad esempio, alle banane, agli ananas, ai pompelmi, alle arachidi, alla cioccolata, al caffè, al tè, al pepe, eccetera, e studiare con molta attenzione le etichette sui prodotti da acquistare, anche per evitare, ad esempio, l’olio di palma, che somma ai danni della distanza quelli della distruzione delle foreste pluviali.
A questo punto, soprattutto alle parole ‘cioccolata’ e ‘caffè’, mi immagino la reazione di fastidio da parte delle lettrici e dei lettori di queste righe. Ma non mi lascio spaventare e anzi rincaro la dose, aggiungendo alcune altre mie privazioni di carattere prettamente salutistico, in base a quanto sono venuto a scoprire leggendo diversi articoli degni di attenzione.
I cibi troppo raffinati fanno male: meglio evitare tutto ciò che è fatto con farina di tipo ‘zero-zero’, e dunque addio al pane bianco, ai prodotti freschi di pasticceria, a pizze, piadine e a gran parte dei biscotti e dei dolci confezionati.
Ma fa male, e doppiamente, anche quello che viene venduto di solito come pane integrale o biscotti integrali, in quanto preparato con farina tipo ‘zero-zero’ e successiva aggiunta di crusca.
Lo zucchero bianco è frutto di una serie spaventosa di trattamenti: da evitare, e dato che quello di canna proviene dall’altra parte del mondo, meglio sostituirlo con miele, fruttosio, melassa di barbabietola, succo d’acero.
Il sale normalmente in commercio è anch’esso vittima di un processo di raffinazione che lo priva dei suoi preziosissimi e numerosissimi oligo-elementi minerali, rendendolo nocivo, al contrario del sale marino integrale, che si può tendenzialmente usare senza problemi.
Il caffè e il tè, oltre a venire da lontano, inibiscono l’assunzione di ferro di origine vegetale, che invece è agevolata dalla vitamina C, presente negli agrumi e in moltissimi ortaggi, primo fra tutti il peperone.

E ora, dopo tante eliminazioni, vediamo qual è il repertorio di cibi a disposizione per la mia effettiva dieta quotidiana, e poi da dove me li procuro abitualmente.
Fra i carboidrati, pane fatto con pasta madre e vera farina integrale o semi-integrale, di grano o di farro o di segale; riso integrale; farro perlato; pasta di semola o cous-cous; patate esclusivamente biologiche (le altre assorbono i pesticidi), biscotti fatti con autentica farina integrale, di grano o di farro.
Legumi di ogni genere, in particolare la soia (ricchissima di proteine), anche tramite il tofu.
Seitan, derivato dal glutine del grano o del farro, altro alimento ricco di proteine.
Frutta, verdure e ortaggi di stagione, una vera e propria miniera di vitamine, sali minerali, proprietà salutari di regolazione e prevenzione; una citazione di merito per cipolle e aglio, che, oltre a possedere virtù taumaturgiche, regalano sapori straordinari.
I cosiddetti “semi oleosi”, altra miniera d’oro: di girasole, canapa, sesamo (particolarmente ricchi di ferro), zucca, lino.
Frutta secca, in particolare noci di Sorrento.
Olio extra-vergine d’oliva.
Cibi conservati: olive, lupini, spezie (come l’origano, la maggiorana, la salvia, e in particolare il timo, ricchissimo di ferro), infusi (in particolare quello di semi di finocchio, che previene il meteorismo).
E infine, da non dimenticare, tanta acqua del rubinetto, soprattutto a stomaco vuoto, lasciata decantare qualche minuto per far liberare il cloro, e una piccola compressa alla settimana di vitamina B-12, l’unico vero tallone d’Achille della dieta vegana.

Per quanto riguarda gli approvvigionamenti, cioè la spesa, mi servo:
da vicini produttori (non biologici) per la frutta e la verdura; in particolare c’è, a pochissima distanza da casa mia, un’azienda agricola che completa la propria offerta con prodotti non locali, come gli agrumi;
dal supermercato ‘Natura Sì’ per gli alimenti biologici, in particolare il riso integrale, le patate, i pomodori pelati, il pane, i biscotti, i corn-flakes, il sale marino integrale, i semi oleosi, alcuni prodotti sfiziosi come il latte di mandorle o la crema di nocciole e carrube; legumi secchi, tofu, seitan, cous-cous, olio extra-vergine di oliva;
a volte dai vari mercatini biologici settimanali di produttori della provincia, per pane integrale, frutta e verdura;
all’Ipercoop, per legumi secchi, olio extra-vergine biologico di oliva, seitan e tofu, infusi;
la pasta, in genere, la accumulo come frequente premio standard ricevuto al termine delle corse podistiche organizzate che faccio talvolta la domenica mattina;
da venditori via Internet, per ciò che non riesco a trovare in altro modo, in particolare le noci di Sorrento e i preziosissimi semi di canapa.

Immagino l’obiezione, a questo punto, di chi abita in zone meno servite da questi tipi di prodotti.
Ebbene, esitono diversi circuiti via internet che, anche con modalità particolarmente comode, portano cibi biologici a domicilio.
Segnalo questo sito, quest’altro e, solo per Bologna, quest’altro.
E poi, un po’ dappertutto, ci sono i G.A.S. (gruppi d’acquisto solidale), la cui intera rete nazionale fa capo a questo sito.

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Ecco, sono finalmente riuscito a confessarmi pubblicamente e a fare la mia ufficiale dichiarazione d’amore per una dieta sana e rispettosa; avevo in mente questo argomento da diversi giorni, ma non trovavo il tempo di affrontarlo, cosa che avviene ora in felice coincidenza con due vicine scadenze: la Giornata mondiale dell’Alimentazione, martedì 16 ottobre (vedi qui) e la Giornata mondiale Vegan, giovedì 1 novembre (vedi qui).
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Immagini da: http://lucianabaroni.blogspot.it
http://www.campagneperglianimali.org/galleria/allevamenti/phpslideshow.php
http://www.veganzetta.org/?p=3

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Retrodiario di fine settembre

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Ottobre è cominciato da un’ora e mezza. Lo stato di grazia regalatomi la mattina scorsa da quella durissima corsa podistica amatoriale in collina, “Fra l’Eremo e i Gessi”  (illuminata da un sole timido che si è faticosamente imposto sul grigiore), e dal lungo torpido sonno del pomeriggio, e da quell’ormai rarissima concessione di un caffè, mi ha fatto superare indenne un’altrettanto dura esperienza di lavoro alla guida sotto un diluvio, e mi concede ora l’energia e la voglia di un’ultima corsa, per arrotondare ulteriormente l’incasso e per godere di questa città spettrale, a quest’ora della domenica notte che è sempre una notte diversa da tutte le altre. I non molti taxi in servizio si sono precipitati quasi tutti all’aeroporto, dov’è segnalata una coda di cinquanta persone in attesa, e Piazza Maggiore è straordinariamente deserta, di persone, di suoni, di auto bianche e colleghi. Leggo qualche pagina del notiziario del podismo bolognese, e ho quasi la tentazione di bloccare per paura l’apertura esterna delle porte della Cavallona: non mi era mai successo, qui, in Piazza. Finché arriva il segnale sonoro di una chiamata, da Strada Maggiore. Via, si va, nella notte stranita che ha appena partorito il nuovo mese.

La ricevuta dell’autostrada segna le ventidue e quarantacinque. Il casellante all’uscita di Calenzano mi ha detto di rientrare in autostrada in senso opposto, verso Roma, e, per andare a Fiesole, di prendere la quarta uscita, Firenze-Sud. L’ho guardato meravigliato, dicendogli che quando feci il percorso di trekking da Firenze a Bologna, arrivai proprio a Fiesole, e dunque non capivo come possa essere a Sud. Lui si è un po’ irritato, e mi ha ripetuto che la via più breve è quella.
All’aeroporto di Firenze il mio equipaggio di due coppie tedesche di mezza età si era diviso: una coppia era scesa, l’altra mi aveva dato, a sorpresa, la nuova indicazione, appunto di Fiesole, da me accettata ben volentieri. Avevo provato a impostare il navigatore interno al terminale radio-taxi, che, come troppo spesso accade, mi aveva risposto picche. Avevo pensato come l’urgenza di dotarmi di un navigatore più serio sia sopraffatta senza rimpianti, finchè non avrò superato il periodo critico, dalle attuali radicali esigenze di economia.
Il viaggio da Bologna a Firenze era stato una prova di concentrazione spasmodica e di tensione nervosa ai limiti della tollerabilità, su uno dei tratti autostradali più pericolosi che io conosca, reso infernale da quella pioggia torrenziale, il cui rumore soffocava la musica dell’autoradio. A ogni curva, a ogni sorpasso, a ogni improvviso rallentamento per un autovelox, con i tergicristalli che lavoravano nervosamente, temevo di perdere aderenza e di finire schizzato chissà dove; nei momenti di minor allarme mi chiedevo quanto fosse giusto rischiare la vita e sobbarcarmi la responsabilità dell’integrità di quattro sconosciuti, in rapporto a un volatile compenso monetario, sia pur superiore a quello di una corsa urbana. Le difficoltà erano sicuramente percepite anche dall’equipaggio, che pian piano aveva perso la verve e la chiacchiera e sembrava far convergere istintivamente la propria attenzione sulla mia. Due fulmini erano caduti nelle vicinanze, con l’improvviso chiarore di fuochi artificiali sparati a brevissima distanza.
La pioggia ora è finalmente calata; il percorso autostradale fino a Firenze-Sud è lunghissimo, tanto che quando, di uscite, ne mancano ancora due, il tizio mi chiede in inglese se sono sicuro. Gli rispondo di sì, con tono molto convinto.
Per fortuna anche l’uscita di Firenze-Sud è presidiata da un casellante: “Per Fiesole percorra tutto il raccordo fino alla fine” mi risponde con chiarezza.
E infatti, alla fine dell’asse attrezzato, compare per la prima volta l’indicazione di Fiesole.
La strada, da qui in poi, è composita, strana, tortuosa, con deviazioni sorprendenti, ma soprattutto è interminabile. Ogni tanto temo di essermi perso, ma poi, puntualmente, ricompare l’indicazione, a rassicurarmi di non essere partito per la tangente.
Il tizio tedesco si sta irritando: a un certo punto, in un rettilineo di una zona artigianale, mi dice che secondo lui mi sono sbagliato, figurarsi il conforto che mi dà; gli rispondo che appena possibile controllerò, ma dopo un paio di chilometri, con un tono fra il sollevato e il trionfante, gli mostro la nuova indicazione di Fiesole. La strada era giusta, non lo era solo per i pregiudizi di un tedesco borioso che ha in mente lo stereotipo dell’italiano imbroglione.
Quando cominciamo a inerpicarci, e i chilometri e soprattutto il tassametro continuano a incrementarsi, l’inquietudine del mio cane da guardia germanico ha uno sbotto. Mi chiede di fermarmi, e cerca il numero di telefono dell’albergo per sincerarsi. Gli spiego con fermezza di non essere in grado di spiegare alla reception dove io sia in questo momento, perché non lo so, perché mi sono limitato a seguire le indicazioni. Gli domando, con ancora maggior fermezza (e meravigliandomi di costruire bene in inglese la frase interrogativa e negativa al passato), se non avesse visto con i suoi occhi tutte le indicazioni che ho seguito fin qui. Okay, mi fa cenno di ripartire.
Quando capisco di essere ormai vicino all’obiettivo, gli chiedo il nome dell’albergo. Di lì a poco vedo quello stesso nome su un’indicazione turistica lungo la strada, poi, prima ancora di entrare nella cittadina, su una grande insegna all’inizio di una breve stradina privata che porta direttamente alla meta.
“Fine dell’avventura” dico con tono benevolo, sempre in inglese, ma senza ottenere repliche. Il conto che gli faccio non è esoso, arrotondato abbastanza generosamente per difetto; il mio gretto e indesiderato compagno d’avventura fa cenno di accettare senza problemi, e mi rifila alcune banconote stropicciate.

E’ un piacere, nell’ultimo sabato sera di settembre, guidare la Cavallona tornata come nuova dopo tre guasti seri in una ventina di giorni, uno dei quali risolto solo al terzo tentativo, come mi capita di spiegare in queste giornate a chi mi chiede come va. Mi rendo conto dell’impressione di inaffidabilità, di disfacimento meccanico, che dà un simile quadro, ma non posso farci niente. Il piacere di guidare un’auto tornata nuova, fluida, silenziosa, regolare in accelerazione, e con una frizione morbida ed efficiente come non la ricordavo più, me la tengo tutta per me, insieme alla coscienza di aver risolto i problemi alla radice, quando ero rassegnato e disposto a sopportare anche qualche difetto.

Ho anticipato ancora una volta i tempi, a metà di questo pomeriggio di venerdì, dell’ennesima traversata a piedi e in autobus, per recarmi questa volta nell’officina del signor Marino. E quando sono già in zona mi arriva la telefonata trionfante: “Siamo stati sprint, come il nostro nome sull’insegna. Per andare a trovare i pezzi di ricambio della frizione, come le avevo detto stamattina, ho mandato il mio aiutante fino a Ferrara, non lo avevo mai fatto per nessuno.”
“Bisognerebbe farle un monumento, signor Marino, lei mi salva almeno tre serate di lavoro in periodo di fiera.”
Indubbiamente la sua premura è stata notevole, per rimettermi in carreggiata meno di ventiquattr’ore dopo il mio angustiato appello per telefono, giovedì intorno alle sette, proprio mentre stava chiudendo, in cui avevo concordato di lasciare la vettura con la frizione quasi defunta davanti all’officina.
Era successo nella prima corsa della serata: con la cliente appena entrata in vettura e la marcia che, invece, non voleva sapere di entrare. Un’indomabile durezza, mai provata, del cambio. Chiamare un altro taxi per il trasbordo, con la signora a sua volta angustiata perchè in ritardo a un appuntamento. Poi, sistemata la passeggera e subito dopo la telefonata al meccanico, riuscire di nuovo a far partire la Cavalla, e poi ancora accettare, in maniera del tutto sconsiderata, una seconda corsa giuntami al terminale, una coppia francese, e il sudore freddo di rimanere bloccato a ogni semaforo. Era andata in porto senza danni, per fortuna, ma poi avevo deciso molto più saggiamente di concludere sul nascere la serata di lavoro, portando l’auto davanti all’officina e rincasando per l’ennesima volta in autobus e a piedi, con il senso di affrontare ormai come un’abitudine consolidata l’ennesima emergenza meccanica di questo inenarrabile mese di settembre.
E a casa mi aveva preso la depressione. Avevo cenato senza appetito e mi ero messo, fenomeno insolito, davanti alla tv ad ascoltare contro voglia le smargiassate di Matteo Renzi ospite di Corrado Formigli a ‘Piazzapulita’. Tempo un quarto d’ora avevo deciso di andarmene a letto, alle dieci, circa cinque ore prima del solito, che è come coricarsi alle sette per chi di solito lo fa a mezzanotte. Un lungo sonno leggero, inquieto, intorpidito, non riposante, e più volte interrotto.
Quando raggiungo ora nuovamente l’officina, il mio salvatore è alle prese con un cliente chiacchierone: “La saluto” finalmente lo interrompe, “devo fare andare questo signore a lavorare.” E mi fa segno di accomodarmi nel piccolo ufficio.
L’avevo un po’ intuito dal suo sottolineare a più riprese gli sforzi fatti per venirmi incontro: questa volta la bolletta sarebbe stata salata. E non mi sbagliavo, il totale supera gli ottocento euro, che sommati al mancato incasso di ieri fanno più o meno l’esatto importo del rimborso assicurativo, giuntomi ieri come una benedetta boccata di ossigeno e volatilizzatosi così in un battibaleno.

E’ giovedì, la tarda mattinata. La noto, nella posta, solo al rientro dal mio consueto giro di allenamento podistico, che sono riuscito a fare più o meno ogni tre giorni anche in un periodo di coprifuoco come quello che sembra essersi concluso lunedì scorso, quando da Soverini hanno risolto finalmente, e in pochi minuti, il problema dell’alimentazione a metano: non si trattava che di un contatto, questa volta.
La noto, è una busta chiusa, bianca, anonima, affrancata tramite un timbro.
Salgo trafelato in casa, e la apro subito. C’è l’assegno di traenza dell’assicurazione, e le istruzioni per incassarlo. La soddisfazione è immediata, ma quasi impalpabile e fugace, in rapporto a tutte le sacrosante ma esasperanti battaglie sostenute per ottenerlo, e che questo pezzo di carta incorona ora come vittoriose, tre giorni prima della fine di settembre.
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Immagine tratta da: http://www.bambulecuoio.it/pagina_22.htm

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