L’esodo: 2- Verso il confine

(Diario di un esule – 5)
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Ore nove e un quarto: è il momento tanto agognato:

1 cancello
Il cancello si apre e l’avventura può avere inizio.
A dir la verità, come ogni evento prefigurato con grande solennità, la realtà finisce quasi sempre per vestirsi di un abito di normalità e, nella fattispecie, il pensiero si preoccupa soprattutto di affrontare al meglio le incombenze di guida dei primi chilometri cittadini.

La notte di sonno, chissà forse per qualche strascico digestivo del pranzo all’ARCI, non è stata delle migliori: ho la strana impressione di avere il fisico rilassato ma la mente appannata.
Questa sgradevole sensazione mi accompagnerà per tutta la mattinata, in cui la concentrazione alla guida non lascerà posto a stati d’animo più piacevoli.

Google Maps, come già sapevo, mi fa percorrere gran parte del tragitto emiliano dell’Autostrada del Sole, avendo deciso che, per puntare sulla Liguria, è meglio arrivare fino a Piacenza.
Un po’ di foschia sulla Pianura Padana insiste poco tempo, per poi lasciare il campo a una timida e non fredda giornata di sole.
Il traffico è tranquillo e mi permette, mentre guido, di immortalare la situazione.
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2 autostrada
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Passano i chilometri, passano le ore, senza episodi degni di nota.
A Piacenza l’itinerario si orienta dapprima, per lungo tratto, verso Torino, poi finalmente si decide a dirigersi verso l’Appennino per puntare verso il mare.

Ho in mente di concedermi la pausa-pranzo fuori dall’anonima atmosfera degli autogrill, andando invece a cercare un qualche localino di paese; tengo duro alla guida fino alle prime propaggini, uscendo al casello di Masone, che è già in provincia di Genova.
Un paio di trattorie lungo la strada sono chiuse per le festività; mi addentro allora nel paese di Campo Ligure, dove, oltre alla sorpresa di immergermi
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3 paese
in uno dei mille borghi semisconosciuti della bella e infelice Italia che mi accingo a lasciare, ho anche la fortuna di trovare un “bar-buffet” aperto.
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4 buffet.
Il mio fisico reclama uno dei miei pranzi taumaturgici: insalata iniziale e poi una pastasciutta: ovviamente… ottime trofie al pesto, belìn!
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5 pranzo.
Birra media e caffé lungo completano l’opera di ricarica psicofisica, in un ambiente un po’ spoglio e frequentato da pochi avventori, educati, così come la gestrice, una giovane mamma un po’ tracagnotta.

All’uscita torno a immortalare un viale di questo paese, finora sconosciuto, che oggi mi ha accolto e nutrito.
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6 paese bis.
E si riparte, con ben altro tono psicofisico.

Eccolo, laggiù, il mare, che d’ora in avanti costeggerò fino a Valencia:
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7 il mare
Dal lato opposto la collina:
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8 la collina
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Le temperature, di tanto in tanto indicate dai pannelli autostradali (fino a diciotto gradi!), sembrano voler competere con quelle delle Canarie, di Tenerife, la meta finale di questo lungo viaggio per terra e per mare.
La meta odierna, quella di Ventimiglia, intanto si avvicina abbastanza rapidamente, ma limiti di velocità molto angusti, in questo lungo tratto appenninico, rendono la guida molto disagevole: non posso assolutamente correre il rischio di farmi impallinare da un autovelox, che nel mio caso significherebbe una lettera raccomandata vagante a un italiano ufficialmente senza fissa dimora…

La deviazione per Ventimiglia, a poche decine di metri dalla barriera di confine con la Francia, mi permette di evitare la coda di autoveicoli su più corsie che ne deriva… Se ne riparlerà domattina!
Grazie al ritrovato stato di grazia (e nonostante le cinque ore già passate alla guida) sopporto con pazienza il caos per le strade del centro storico, poi, in prossimità del mio bed and breakfast, parcheggio l’auto lungo la strada e mi concedo anche di scattare un paio di fotografie.
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Nonostante l’anticipo di quasi due ore sull’orario d’arrivo indicato prudenzialmente nella prenotazione, un signore con la barbetta che avrà la mia età mi viene ad aprire, dandomi ben presto la ferale notizia: non esiste un parcheggio privato, nonostante questo primo alloggio sia di gran lunga il più caro di tutto il mio viaggio.
Come controllerò, una volta in camera, nei siti delle prenotazioni, è proprio così e la cosa è sorprendente, dal momento che mi ero proposto quella come opzione principale. Sto perdendo evidentemente dei colpi.
Mi indica giri complicati per raggiungere un parcheggio pubblico coperto, ma alla fine concordiamo che, là dove l’ho lasciata, dovrebbe riposare tranquilla tutta la notte. Anche ora, mentre scrivo, ne sono intuitivamente convinto.
“Ci sono molti bagagli in vista?”
“No, per fortuna nell’abitacolo c’è solo una scopa elettrica…” (e ringrazio il cielo di essere riuscito a far stare tutto il resto nel bagagliaio coperto).
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Eccola, la mia camera: silenziosa e rilassante, benché in stile un po’ troppo ricercato per i miei gusti.
Ma il panorama dalla finestra, mentre cala la sera, non è niente male…
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L’esodo: 1- La vigilia

(Diario di un esule – 4)

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L’importanza di questo momento mi porta a cercare simboli significativi in ogni cosa, per esempio nel lasciar l’Italia in epoca solstiziale, come ad aver assistito a un calo del sipario di luce sulla scena di tutta la mia vita fin qui, prima di un nuovo atto.
Ovvero il fatto di aver trovato alloggio, in questi quattro giorni da quando ho finito di svuotare casa, non a San Lazzaro ma a Bologna, come nel voler privilegiare, per il commiato, invece degli ultimi sedici anni tutti i precedenti.

Sono stato complessivamente bene, in questa stanza, anche perché il trasferimento ha significato la fine improvvisa di tre settimane d’impegno necessariamente molto lucido e quasi forsennato, per far fronte a un’enorme quantità di incombenze che si sono andate accavallando, il tutto condito da un seguito d’imprevisti che generavano fortissime ansie per poi puntualmente ridimensionarsi e risolversi nel giro di uno o pochi giorni.
E anche qui, come non leggerci una prova estrema? Da parte di un destino severissimo, ma che non mancava di strizzarmi l’occhio con altri piccoli segnali su cui non mi soffermerò.

La stanza è di poco fuori porta San Vitale, appena oltre l’Ospedale Sant’Orsola, quasi di fronte al bar Wolf.
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wolf22
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Si tratta di un locale storico, che s’impose fin dai primi anni ’70 su un pubblico di studenti, grazie alla novità di sfiziosi panini caldi d’autore.
La mente viaggia nel lontano passato, quasi a stimolare emozioni che mi sembrano quasi inadeguate e carenti, al confronto con il passo che mi accingo a fare.

La scelta di pranzare un’ultima volta al circolo ARCI di San Lazzaro, poi (come sempre di buon’ora), è dettata più da ragioni di comodo che di nostalgia, ma poi un paio di foto all’attiguo Parco della Resistenza, meglio noto come “delle caprette”, sede d’innumerevoli ricordi, non rinuncio a farle, in questa giornata d’un grigiore evocativo e in un ambiente piuttosto quieto.
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Poi, come da programma, son tornato sul luogo del delitto, a effettuare il carico di tutto l’equipaggiamento per l’esodo, che avevo selezionato e riposto nel garage, locale che i nuovi giovani e gentili proprietari mi hanno dato la possibilità di sfruttare all’uopo ancora per questi ultimi giorni.

Gioia intensa, a fine carico, quando mi son reso conto d’aver limitato tanto le cose da portar via, da riuscire a farle stare tutte nel bagagliaio. M’immaginavo, erroneamente, un abitacolo traboccante di borse e oggetti vari e, per questo, pericolosa esca per ladri vaganti.
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bagagliaio
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Il senso di leggerezza, nell’aver faticosamente vuotato quell’autentico pozzo di San Patrizio di tutto il materiale accumulato nei decenni (e non sono mancate le constatazioni sul modello sociale esasperatamente consumistico a cui siamo da sempre abituati), unito al senso d’avventura del viaggio che intraprenderò domattina, prevale nettamente su quello di gravità legato, questo, a una scelta di vita radicale, maturata solo negli ultimi sei mesi e mezzo.
In particolare, non mi sembra vero che sia giunto il momento che, nelle fatiche e nelle incertezze delle ultime settimane, ho sempre considerato come il grande obiettivo: accendere il motore e partire.

Il mio piano di viaggio vede prudenzialmente suddivisi i duemiladuecentocinquanta chilometri che mi separano dal porto atlantico di Huelva (poco a nord di Cadice), in cinque tappe, che mi faranno raggiungere prima, nell’ordine, le città di Ventimiglia, Perpignan, Valencia e Cordova.

Mi farà piacere farvi salire a bordo, dapprima nell’automobile poi nella nave-traghetto, tramite i miei resoconti serali.

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Ciao Salvo

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Poche ore fa mi è venuto a mancare, quasi improvvisamente, un amico fraterno e una guida quotidiana alla conoscenza.

Salvo, mi rivolgo personalmente a te come (da tanti anni) non ho mai fatto per un defunto, considerando abitualmente questa forma una puerile e narcisistica consolazione di fronte allo smarrimento della morte.
Ma tu, anche recentemente, ne parlavi come “il passaggio a un’altra dimensione”, quindi mi sembra anche un atto di rispetto nei tuoi confronti dare credito a questa convinzione e, appunto, lanciarti questo messaggio di saluto.

Peraltro, grazie unicamente alla tua curiosità, libertà di pensiero e apertura mentale, io stesso sono venuto ad approcciare, tramite gli ospiti delle tue trasmissioni, teorie di inaspettato e sorprendente spessore culturale e razionale, che mi hanno riaperto prospettive metafisiche che avevo sdegnosamente abbandonato, tanti anni fa, insieme alla religione cattolica.
Grazie, amico, di questi doni e della tua testimonianza.

Non oso chiedere la grazia di poterti riabbracciare al termine del mio cammino ma una preghiera sì, te la rivolgo: dalla dimensione in cui sei ora, se puoi aiutaci.
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(trascritto dalla mia pagina Facebook)

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