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Da qualche tempo la gloriosa mensa dei ferrovieri, che frequentavo quasi ogni sera, mi vede molto meno spesso come suo ospite: qualche modifica alla mia dieta e ai miei ritmi orari di vita quotidiana, e la sana e sacrosanta voglia di variare, mi hanno portato ad ampliare la rosa delle possibilità per la cena.
Una delle scoperte più piacevoli, a questo proposito, è stata il ‘Caffè del Rosso‘, un locale in centro che da molti anni ha tradito il suo ambito originario per diventare una discreta trattoria a prezzi contenuti, con la cucina aperta fino alle dieci e mezza.
Un paio di sale illuminate ed arredate con gusto, con immagini della Bologna antica alle pareti, clientela di studenti e turisti, personale molto giovane e garbato, in prevalenza femminile, e un’indefinibile generale atmosfera di armonia.
Quasi cinquant’anni fa il Caffè del Rosso era ancora un caffè, anzi un bar, come mi ricordo si faceva chiamare.
E fra i suoi frequentatori serali c’era abitualmente anche mio nonno Riziero, che lasciava la casa in custodia alla nonna e alla zia Maria per andare a giocare a carte, anzi “alle carti”, come diceva con una strana storpiatura dialettale.
Avevo un appuntamento con lui, l’altra sera, in quello stesso locale; me l’aveva dato in sogno la notte prima.
Dopo aver ordinato, aspettavo l’arrivo delle mie mezzemaniche al pomodoro e ricotta, ma soprattutto, con una discreta dose d’inquietudine, quello, dagli inferi, del mio commensale.
Sono arrivati, le mezzemaniche e il nonno, quasi nello stesso momento.
L’ho visto entrare, molto spaesato, come chi non si ritrova più in un vecchio posto un tempo frequentato e amato.
Da parte mia, invece, ho riconosciuto subito quel viso particolare, a forma di scudo allungato, dalla barba rasata sulla pelle chiara, anzi ancor più chiara che nel ricordo; ed ho riconosciuto le sue gambe storte, arcuate, e la giacca grigia e il gilet di lana marroncino, classici, ma ormai un po’ fuori moda; mi è sembrato solo stranamente più basso.
Mi sono precipitato verso l’entrata: “Nonno!”
“Sei tu, Francesco?” mi ha domandato con una voce ancor più trasecolata di quella che ricordavo.
“Sono io,” e gli ho dato due baci sulle guance, riprovando con un piccolo trasalimento quell’antichissima sensazione sulla sua pelle ispida.
“Ma guarda…, t’i dguintè un ómen…”, sei diventato un uomo, mi fa con quel suo un po’ teatrale senso di sorpresa.
“Eh, gli anni passano, e ne sono passati tanti, ma tanti…” ribatto; “dai, vieni a sederti, ti ho tenuto il posto” e lo conduco al mio tavolino.
“Mi fa piacere, nonno Riziero, che hai scelto me per rifarti vivo, certo anche grazie alla complicità del tuo vecchio locale. Come te la passi, ora, puoi dirmi ‘dove sei’, in che specie di luogo o di stato?”
“Sì,” ribatte sempre con quella sua voce ancestrale: “è tutto vero, sai, Dio, l’inferno, il purgatorio, il paradiso; io allora non ci credevo molto, o forse cercavo di non pensarci, giusto quando c’era la processione della Madonna di San Luca; ma dopo la morte ho potuto verificare. E sono finito nel purgatorio, …ma per il rotto della cuffia” aggiunge con un sorriso sornione.
“E sei ancora là?”
“Sì, ormai siamo agli sgoccioli, e la penitenza finalmente sta per terminare. Ma non poteva finire se non venivo in terra a chiedere perdono di tutti i miei peccati, che sono stati tanti. Ecco perchè sono qui.”
“Vuole ordinare qualcosa?”
E’ la moretta che mi stava servendo, che ora si rivolge con gentilezza al nonno.
“No, grazie,” fa lui: “solo un po’ d’acqua fresca;” poi mi guarda ancora con attenzione: “t’i própri dguintè un ómen…” dice trasalendo, poi sospira e aggiunge: “ed io credevo di ritrovare quel bimbo, magrolino, educato, quello che suonava così bene il pianoforte…”
“Eh lo so che ti piaceva nonno, ti entusiasmavi, ogni giovedì sera a casa nostra, mi chiamavi il professore. E non sai quanto mi costò quel tuo gradimento…” mi lascio sfuggire.
“E perchè?, eri così bravo…”
“Tu non lo sai, ma quelle lezioni erano un incubo, con la maestra bella e cattiva che mi strillava spaventosamente nelle orecchie, e la mamma che non interveniva, e che non voleva capire quanto male mi faceva, succube di quel tuo entusiasmo solo per devozione verso di te, e io, anno dopo anno, così timido che non avevo neanche il coraggio di immaginare di smettere.”
“Ma cosa mi dici, a m’ spiès dabbòn, Franzschèin”, mi spiace davvero, Franceschino, e mostra un sincero, addolorato rincrescimento; “d’altra parte son qui apposta per finire di scontare i miei peccati…”
E, mentre sferro gli ultimi attacchi alla pastasciutta, aggiunge:
“Di peccati ne ho fatti tanti, specie in gioventù, ed è verso tua nonna che ho soprattutto i miei debiti, forse lo sai; ma lei è andata dritta dritta in paradiso, e ho fatto appena in tempo a farmi perdonare” e beve un goccio dell’acqua che gli ho versato nel bicchiere.
“Lo so, sapevo che gliene combinasti di cotte e di crude, ma, se devo essere sincero, io ti ricordo come un anziano un po’ altezzoso, forse con l’antica abitudine a comandare e a fare il prepotente, ma in fondo piuttosto dolce nella vita quotidiana. Mi ricordo che mi nascondevi sempre una moneta da cento lire sotto il piatto, quando ero a pranzo da voi…”
“Allora, Francesco, sono stato un bravo nonno?”
“No, non ho detto questo. Se faccio un bilancio delle terribili difficoltà affrontate nella mia vita, fin dai primi anni, non posso esimerti dall’averne avuto tu la principale responsabilità, sia pure indirettamente, sia pure attraverso quella persona fragile e irrisolta che fu mia madre. Una colpa che tuttavia ti toccò scontare già in vita, con la morte prematura di lei, e quel dolore lancinante e inconsolabile che si impossessò di tutti voi, ben più che di me, appena adolescente, e smarrito.”
Vedo il disagio sul suo volto, quello di chi non vorrebbe ascoltare rivelazioni così inattese e penose.
Riflette a lungo, poi: “Adesso credo di capire perchè sono stato mandato proprio da te” aggiunge gravemente.
Poi ribatte: “Allora la tua vita fin qui è stata difficile.”
“Sì nonno, la mia vita, che pure devo anche a te, è stata difficile, e quasi mai allegra, al contrario della tua, a suo tempo.
Eppure, diversamente da te, non ho conosciuto la guerra, e nemmeno il carcere fascista. Sono vissuto in un periodo e in un luogo fortunato, forse fra i più fortunati possibili, con il boom economico, i favolosi anni ’60, come ora vengono chiamati, a fare da sfondo vitale ai miei drammi infantili incompresi e inconfessati; ed ho potuto poi coltivare le mie vere passioni, e vivere tante emozioni intense, quelle sì.
E ho fatto incontri straordinari che hanno indirizzato al meglio il mio cammino.
E in questi ultimi anni, infine, ho potuto assistere al diffondersi di una magia mondiale assoluta: un sistema per comunicare, per informarsi, esprimersi, raccontare e raccontarsi al cospetto del mondo intero, che nemmeno te lo immagini. E’ un po’ come se ognuno di noi potesse fare la propria televisione e guardare quella di tutti gli altri.”
Mi guarda stupito: “Cus t’am caunt!,” cosa mi racconti, e finge di aver capito.
Ma resta silenzioso a meditare, e io non replico.
La ragazza mi porta un bel piatto di verdure gratinate, e un sorriso.
Ed io cerco ora di stemperare un po’ quelle rivelazioni, probabilmente troppo forti ed inaspettate alle vecchie e grandi orecchie del nonno: “Comunque, le feste di Natale e di Pasqua a casa vostra, con gli zii e tutti quanti, erano assolutamente fantastiche, davvero! Una cascata di luce, di calore, e, quelle volte sì, di allegria.”
Sorrido; lui mi guarda triste, poi ricambia il sorriso.
Quindi, curioso: “E il mondo, com’è cambiato, in tutti questi anni?”
“In una maniera indescrivibile, con una velocità e quantità di eventi pazzesca.”
“Sarà progredito meravigliosamente, mi sono sempre immaginato di lassù.”
“No, nonno Riziero, devo darti un’altra delusione.
A parte quell’invenzione fantastica che ti dicevo, siamo ormai sull’orlo dell’abisso, e così impigriti e alienati da un potere avido, distruttivo e capace di manipolare le menti e le anime, da non accorgercene nemmeno.
Siamo alcuni miliardi di individui in più sulla Terra, gran parte dei quali hanno problemi di fame, di sete e di malattia. Ma non basta: il cosiddetto sviluppo ha quasi raggiunto la fine delle risorse energetiche, così come l’acqua, e il cibo, e nello stesso tempo ha sconvolto il clima e l’ambiente in maniera irreversibile. E le guerre di predominio si succedono una dopo l’altra, mentre gli apparati di potere diffondono con successo una visione falsa e distorta dei fatti e della realtà.”
Sto a capo chino sulle mie verdure, preferisco non vedere l’effetto delle mie rivelazioni sul suo vecchio volto.
E per lunghi attimi si sente solo il vivace vocio della gente seduta ai tavoli tutt’intorno.
Poi lo guardo. Ha il volto rigato dalle lacrime.
E con la voce rotta dal pianto, mi fa:
“Vorrei prenderti con me, tu, tuo fratello, quelli che sono ancora al mondo.
Ma ancora non posso, ti porterei in cielo in un altro posto di espiazione, e causerei un dolore che ho ben conosciuto in chi vi vuole bene ora.”
“Lo so, nonno, ma forse adesso, che ti è toccato ascoltare queste cose, tu sei finalmente pronto per il definitivo passaggio, quello bello.”
“Forse, chissà, non sta a me decidere.”
“Beh, mi raccomando, quel giorno ricordati di dire una parolina buona per noi, e per il mondo intero, che ne ha così bisogno.”
“A’ s’capèss!”, si capisce, chiosa con un pizzico di mal celato fastidio.
“E adesso vai a lavorare col tuo taxi, che se no poi dici che tuo nonno ti ha fatto perdere tempo,” mi fa recuperando la sua espressione scherzosa: “Al conto ci penso io.”
“Grazie, ma li hai i soldi?”
Si guarda in tasca: “Ho tremila lire, pensi che bastino?”
“Penso proprio di no, è meglio che vada io a pagare.
Ma prima di salutarci fammi un grugno, come quand’ero piccolo.”
Mi guarda, si concentra un attimo, poi arriccia, contorcendoli, il naso e la fronte, mentre storce la bocca e sembra spostare il mento, con un effetto troppo spaventoso da non farmi ridere. Proprio come allora.
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