Ciao Salvo

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Poche ore fa mi è venuto a mancare, quasi improvvisamente, un amico fraterno e una guida quotidiana alla conoscenza.

Salvo, mi rivolgo personalmente a te come (da tanti anni) non ho mai fatto per un defunto, considerando abitualmente questa forma una puerile e narcisistica consolazione di fronte allo smarrimento della morte.
Ma tu, anche recentemente, ne parlavi come “il passaggio a un’altra dimensione”, quindi mi sembra anche un atto di rispetto nei tuoi confronti dare credito a questa convinzione e, appunto, lanciarti questo messaggio di saluto.

Peraltro, grazie unicamente alla tua curiosità, libertà di pensiero e apertura mentale, io stesso sono venuto ad approcciare, tramite gli ospiti delle tue trasmissioni, teorie di inaspettato e sorprendente spessore culturale e razionale, che mi hanno riaperto prospettive metafisiche che avevo sdegnosamente abbandonato, tanti anni fa, insieme alla religione cattolica.
Grazie, amico, di questi doni e della tua testimonianza.

Non oso chiedere la grazia di poterti riabbracciare al termine del mio cammino ma una preghiera sì, te la rivolgo: dalla dimensione in cui sei ora, se puoi aiutaci.
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(trascritto dalla mia pagina Facebook)

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Una breve composizione

Per un lungo periodo, in anni giovanili lontanissimi, fui appassionato scrittore di poesie.
La passione poi si spense, piuttosto rapidamente, nei miei primi anni di attività nel mondo dell’informatica, che evidentemente di poetico aveva ben poco, soprattutto negli ambienti umani di lavoro.
Da un po’ di tempo avvertivo il desiderio di riprovarci, e finalmente poche sere fa ho buttato giù dei versi, poi ritoccati più volte fino alla breve stesura che propongo qui, sperando che possa piacere a qualcuno.
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I SAPORI

I sapori disquisiva i sapori
esclamava sospirando convinta
sguardo di donna bionda
e trentenne larga di seno e di fianchi
io continuavo a guidare
dietro gli altri ad ascoltare
nel pomeriggio già così lungo
e verde e
fuggevole
poi tutti
a pianificare i prossimi ponti per festività civili e nuove gite
chissà poi davvero quali e con chi
non mi hai lasciato niente
né il tuo nome né altre immagini
in quel mazzo di carte piacentine
lise e maleodoranti
che in epoca ben più remota
a casa dei nonni un bambino non lo sapeva
sarebbe stata poi la sua vita
quasi intera
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L’immagine, poi rimossa, era tratta da: footage.framepool.com/it/shot/385325437-a8-raccordo-di-uscita-cartello-stradale-chiemgau

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È bella questa canzone

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“Scusi è lei il primo?” chiede, sorridendo e allungando vistosamente il collo in direzione del finestrino alla mia destra.
La risposta è così scontata che per un attimo ho l’impressione trattarsi dello scherzo di un collega, di cui tuttavia non riconosco il volto.
“Prego, venga pure” e ricambio un mezzo sorriso.
Il tempo di concordare la destinazione, di accendere il motore e il tassametro, di avviare la Cavallona, e il nuovo passeggero, sul finire di un’altra mia serata di lavoro, riprende la parola:
“Che cosa stava leggendo?”
“È un libro di uno scrittore greco, è veramente bello.” Infilo la mano nell’esatto punto della tasca rigida della portiera, estraggo il piccolo volume, e mi giro quanto basta per porgerglielo: “Sono racconti, scritti davvero con una grande intensità; l’amica che me l’ha regalato mi ha detto che l’ha recensito addirittura il direttore di Radio3, Marino Sinibaldi.”
Resto in ascolto un attimo, ma il nome non sembra suscitare alcuna reazione; la curiosità per il libro invece è viva:
“Ah, interessante. Questo me lo segno, come si chiama, Christos?”
“Mah, non mi ricordo, accenda pure la luce, è lassù, bisogna girare la rotella.”
“Ah, ecco. Christos Ikonomou, Qualcosa capiterà vedrai.”
“Sono tutte storie di vita contemporanea, e di miseria.”
“Eh già, inevitabile. E del resto la Grecia è solo la prima della lista…”
“Eh sì, e a ruota subito dopo ci siamo noi.”
“Ecco” mi dice dopo pochi attimi, restituendomi il libro, “tenga pure.”
C’è qualcosa di noto nella sua voce, in quel lieve ma inconfondibile accento romagnolo, in quella garbata e gradevolissima socievolezza, in quel timbro di voce più squillante del consueto. Ma non ci faccio caso.

Dopo alcuni attimi, sono io a riprendere la parola, per chiedere chiarimenti sulla strada di destinazione, che nella parte finale è a senso unico:
“Va bene, poi, se accediamo da Strada Maggiore, o dobbiamo girare per San Vitale?”
“Oh, va benissimo da Strada Maggiore”.
Quindi la conversazione langue, io bado a guidare per le strade del centro, in una tranquilla notte infrasettimanale di gennaio; aumento il volume della carezzevole musica, diffusa, ancora una volta, da Radio Montecarlo.

Siamo già in Strada Maggiore quando cominciano le note di una vecchia canzone in inglese, dal ritmo di una lentezza esasperata e struggente: “Ah…, aah…, I’m calling you!” è il soffocato grido d’amore di una lontana e sconosciuta cantante.
“È bella questa canzone” sente il bisogno di dire il mio ospite.
“Eh sì, è un classico…”
“Sì, è sempre bella” ribatte veloce, aggiungendo quel ‘sempre’ quasi per adeguarsi.

Siamo in dirittura d’arrivo.
“Vado avanti fino al senso vietato?”
“Sì grazie, ma come ha parcheggiato questo? Vi costringono a fare delle manovre proibitive…”
“Eh purtroppo è la norma, comunque dovrei farcela.”

Salda il conto, e mi saluta con la stessa vivace cordialità che ha mantenuto per tutto il tragitto.
Lo vedo scendere, e avviarsi a piedi nel tratto di strada a me interdetto. Mi colpisce una certa agilità giovanile nella sua andatura, del tutto in linea con la particolare vitalità dimostrata fin qui.
Poi, improvvisa, nella mia mente, paf!, l’illuminazione. Anzi, per meglio dire, la perfetta risonanza, trattandosi di un riconoscimento avvenuto sull’eco delle vibrazioni sonore. Samuele Bersani. Sì, era lui.
Il nostro cervello dev’essere molto allenato al riconoscimento dei tratti individuali, e quando lo fa ce lo segnala in modo inequivocabile, o quasi.
Quel tono di voce così colloquiale, con quell’avvolgente accento romagnolo, era il suo: l’avevo già sentito nelle due esibizioni del cantautaore a cui avevo assistito, la prima a Cesena per ‘Woodstock a cinque stelle’, la seconda a Senigallia nell’ultimo Caterraduno.
E anche, molti anni prima, quando abitavo anch’io da queste parti, in un’intervista per radio in cui parlava di un negozietto di alimentari di Piazza Aldrovandi, proprio a due passi da qui.

Un po’ di dispiacere per non averlo riconosciuto in tempo. Ma poi ragiono: con questa stanchezza, a fine serata, mi sarebbe stato impossibile evitare la mia antica sindrome da adorazione compulsiva, nei confronti di personaggi di successo che stimo e che amo, la stessa che mi attanagliò nell’ormai lontano incontro con il grande Francesco Guccini, come qualcuno ricorderà.
E così prendo la strada di casa, confezionando e riponendo con cura, nel baule delle esperienze speciali, un nuovo piccolo ma vitale episodio notturno.
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L’immagine, poi rimossa, era tratta da: https://tinamannelli.wordpress.com/author/tinamannelli/page/49/

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